utenti ip tracking
giovedì 1 Ottobre 2020
More

    Speciale COVID-19

    Vietnam e Covid-19: i segreti di un successo

    In 3 sorsi - Pur con poche risorse, il...

    L’India e l’emergenza coronavirus

    In 3 sorsi - Oggi l'India è tra le...

    Contagi, proteste e maltempo: i tanti guai della Corea del Sud

    In 3 sorsi - Il coronavirus sembra aver esacerbato...

    Il SURE dell’Unione europea a sostegno dell’occupazione

    In 3 Sorsi – La Commissione europea ha formalizzato...

    Tutto come prima?

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2012 – Tre anni sono passati dal devastante terremoto che ha colpito Haiti, la nazione più povera di tutto l’emisfero occicidentale. Nonostante gli aiuti umanitari e le ingenti donazioni, la situazione rimane precaria, in particolare per le centinaia di migliaia di persone che vivono ancora negli accampamenti. Come ogni anno il “Caffè” torna a fare visita nella isola caraibica, per non dimenticare

     

    TRE ANNI DOPO – Lo scorso 12 gennaio è ricorso il terzo anniversario del terremoto di Haiti che ha causato oltre 200.000 vittime, un milione di rifugiati e danni materiali che superano il 100% del PIB di questo povero paese dei caraibi. Nonostante il tempo trascorso, i progressi registrati nella ricostruzione sono ancora pochi e marginali. 350 mila persone vivono tutt’ora in 400 accampamenti. Cifre sbalorditive se si pensa al flusso di denaro che la cooperazione internazionale ha versato per Haiti all’indomani del terribile sisma (circa 5,300 miliardi di dollari US, secondo l’ONU, ma questa somma dev’essere relativizzata alla luce del denaro effettivamente speso che sarebbe in realtá meno della metá). Inoltre, negli ultimi due anni Haiti é stato colpito da diverse tempeste tropicali ed una epidemia di colera si é diffusa -centinaia di migliaia i contagiati e 7,500 vittime- aggravando le giá precarie condizioni di vita della popolazione.

     

    TROPPI RITARDI – Ciononostante questi eventi non giustificano i ritardi nella ricostruzione. Altrimenti difficilmente si spiegherebbe la povertá ed il sottosviluppo che attanagliano questo paese da decenni. La classe politica é lenta e spesso incompetente. Da anni Haiti occupa gli ultimi posti nella classifica stilata da Transparency International, una ONG, sullo stato della corruzione nel mondo. La ricostruzione non é stata esente da questo flagello che colpisce in prevalenza i paesi in via di sviluppo. Il presidente Michel Martelly,  musicista di professione eletto all’indomani del drammatico 2010, non é riuscito nell’impresa, ardua, d’incamminare Haiti sulla strada dello sviluppo, ció a discapito di molte idee e qualche buona intenzione, mentre va sottolineato che la sua campagna improntata al cambio, é stata criticata come populista dagli intellettuali haitiani, essendo lo stesso Martelly un membro dell’elite mulatta che ha per lungo tempo dominato la politica del paese a detrimento della maggioranza nera del paese.

     

    LA MACCHINA UMANITARIA INCEPPATA – Le critiche potrebbero essere rivolte alla capacitá del governo di gestionare gli aiuti. Ciononostante, il fallimento dell’impresa umanitaria in Haiti deve cercarsi in primo luogo nell’incosistenza del sistema di cooperazione internazionale, costituito da donanti ed organizzazioni umanitarie, su tutte ONG, agenzie e fondazioni, che nella maggior parte dei casi tendono a lavorare in maniera indipendente. Il denaro ricevuto da queste organizzazioni -siano queste governamentali (ONG) o agenzie della ONU e governamentali- solamente in piccole percentuali é arrivato a beneficiare le popolazioni colpite o ha contribuito a sviluppare i programmi stabiliti dal governo di Port-au-Prince. Nella maggior  parte dei casi i fondi ricevuti venivano orientati a progetti promossi da ciascuna organizzazione in forma indipendente, con una debole connessione con le reali necessitá delle comunitá, i programmi di ricostruzione, e con un impatto praticamente nullo in termini di risultato. Paul Farmer, un accademico statunitense e da oltre trent’anni medico attivista in Haiti, ha denunciato che meno dell’1% dei fondi é stato donato al governo.

     

    content_1323_2

    LA GESTIONE DEI FONDI – Le ONG sono destinatarie di gran parte della torta che constituiscono gli aiuti umanitari e di ricostruzione, bypassando completamente il governo e le popolazioni locali, come segnala un rapporto della ONU. Nel peggiore dei casi, le organizzazioni e gli stessi governi occidentali che spesso gestiscono in forma autonoma le donazioni attraverso le propie agenzie di cooperazione (come l’US-AID, per esempio), utilizzano i fondi per coprire le propie spese di funzionamento. Un rapporto dell’ufficio di contabilitá degli Stati Uniti sul caso haitano ha rivelato che la maggior parte dei fondi donati sono stati utilizzati per pagare le spese realizzate da  Washington nella risposta al terremoto, in particolare il contingente di 20,000 marines sventagliato all’indomani del sismo (per controllare la situazione di sicurezza) e le spese consolari. Come lo ha segnalato un critico, praticamente il denaro é tornato al mittente, transitando solamente per Haiti. Gli Stati Uniti sono accusati di finanziare con centinaia di milioni dollari di denaro pubblico, imprese statunitensi senza che una licitazione abbia avuto luogo. L’ambasciata americana in Haiti ha giustificato l’accaduto con l’urgenza dettata dalla situazione umanitaria. É questa la sconsolante rivelazione di uno studio condotto dal Disaster Accountability Project, una ONG che si dedica a scrutinare l’utilizzo dei fondi destinati alle crisi nel mondo, che nel caso haitiano ha concluso che solo una minima parte dei fondi é giunta alla popolazione mentre ha puntato l’indice sui cospicui guadagni derivanti dagli interessi maturati dalle donazioni nei conti bancari di alcune organizzazioni nel lasso di tempo che trascorre dal momento del versamento del donante a quello della vera e propia implementazione del progetto, che spesso puó superare anche i dodici mesi. Secondo Antonio Donini, un esperto di affari umanitari, il sistema di assistenza umanitaria ha sperimentato un declino progressivo. Dalla decade dei Novanta ad oggi il sistema é passato da una presenza “volontaristica” ad una gestione sempre piú professionale. Questo si deve in gran parte, all’aumento -esponenziale- del flusso di denaro che i governi e la ONU destinano annualmente alla risposta e gestione delle crisi umanitarie. Nel 2011, la ONU (uno degli attori dell’arena umanitaria, non l’unico) ha destinato un budget di oltre 73 miliardi di dollari per affrontar le crisi umanitarie. Un bilancio record che é destinato a crescere.

     

    RIPRESA POSSIBILE? – La ripresa di Haiti sembra affidata agli investimenti stranieri, in particolare l’industria manifatturiera tessile che giá nel passato, all’epoca della dittatura duvalierista, era arrivata ad occupare 100,000 persone, per poi declinare inesorabilmente fino alle poche centinaia di lavoratori attuali. Ciononostante, l’industria sembra ora destinata al rilancio. Nella cittá di Capo Haitiano, nel Nord del paese, é stato costruito un nuovo complesso industriale che nell’arco di cinque anni potrebbe creare fino a 65,000 nuovi posti di lavoro. Planano peró dubbi su questa strategia di sviluppo fortemente voluta dal presidente Martelly e finanziata dagli Stati Unite e dalla Banca Interamericana di Sviluppo per un totale di 250 milioni di dollari. Le imprese straniere sono attratte dal basso costo della manodopera in Haiti e dalla legislazione favorevole, oltre che dal fatto che Washington ha promosso da diversi anni, e rinnovato nel 2010 per dieci anni, un programma commerciale, HOPE II, che apre il mercato statunitense alle importazioni – esenti da tasse- di prodotti haitiani o manufatturati in Haiti. Il programma ha il potenziale di attirare investitori stranieri, in particolare americani sull’isola. Peró non é tutto oro quello che luccica. Secondo Naomi Klein, autora del libro “La Dottrina Shock” che descrive come le potenze straniere approfittano delle crisi per diffondere il sistema neoliberale nei paesi in via di sviluppo, questa strategia si starebbe applicando in Haiti. E´una realtá che per la stragande maggioranza degli haitiani, che per il 70% vivono al disotto della soglia di povertá di 2 dollari al giorno, la prospettiva di guadagnare 5 dollari (l’attuale salario minimo diario) é molto invitante…e lucrativo per le imprese straniere.

     

    Da Santiago del Cile – Gilles Cavaletto

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Gilles Cavaletto
    Gilles Cavaletto

    Vivo a Santiago ma ho studiato temi europei. Ho lavorato in America Latina, in agenzie legate all’ONU attive nel tema della cooperazione internazionale. Per il “Caffè Geopolitico” seguo il Cile e Haiti, bellissima isola martoriata dal terremoto e dalla povertà nella quale ho lavorato.

    Articolo precedenteIl 10° Parallelo
    Articolo successivoIn fiamme

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite

    1 commento

    LASCIA UN COMMENTO

    Inserisci qui il tuo commento
    Inserisci il tuo nome