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    Un attentato kamikaze nel Sud-Est del Paese ha provocato la morte di decine di persone e di alcuni capi dei Pasdaran, l’elite di governo fedele ad Ahmadi-Nejad. Chi c’è dietro e perché l’Iran è oggetto di attacchi

     

    TERRORISMO IN CASAStavolta non si tratta di ribellione sociale, così come era stato nel dopo-elezioni dello scorso giugno nelle strade di Teheran e dei principali centri urbani di tutto l’Iran. E pensare che, in quell’occasione, i rappresentanti del regime ormai comandato dai Pasdaran (le Guardie della Rivoluzione), erano arrivati a processare ed, in alcuni casi, condannare anche a morte, alcuni dei giovani che manifestavano chiedendo più democrazia e trasparenza, proprio con l’accusa di terrorismo. Quasi a mo’ di legge del contrappasso, invece, il terrorismo, quello vero, arriva nuovamente a far breccia in territorio iraniano. Di nuovo nella regione Sud-orientale del Sistan-Baluchistan come era già accaduto a fine maggio, proprio alla vigilia di quelle che sarebbero poi diventante le più contestate elezioni iraniane della storia post-rivoluzionaria. Un attentatore kamikaze ha ucciso almeno 49 persone, provocando la morte di alcuni dei vertici dei Pasdaran, tra cui il vice-comandante delle Forze di terra Nour Ali Shoushtari. E risulta anche alquanto paradossale ed “ironico” (se non fosse per i quasi 50 morti che vi sono stati) il fatto che ad essere sotto il mirino del terrorismo sia proprio il Paese che, da più parti, è nell’occhio del ciclone per il suo supposto appoggio ad organizzazioni di stampo terroristico in mezzo mondo, dallo Yemen alla Palestina, dal Libano all’Iraq, fino all’America Latina.

     

    CHI E’ CONTRO CHI? – Non è un fatto che può essere ricondotto ai disordini di piazza dello scorso giugno, dal momento che il Jundullah, (“Esercito di Dio”) organizzazione che combatte il regime di Teheran con l’uso delle armi e la strategia terroristica, sia un acerrimo nemico del governo e delle istituzioni iraniane almeno dal 2003, anno in cui l’organizzazione si è formata. Ma chi sono e cosa vogliono questi attentatori del Sud-Est iraniano? E poi, vi sono motivazioni reali (a parte la solita retorica nazionalista ed anti-occidentale ad uso interno) per cui il Presidente del Parlamento iraniano Ali Larijani accusa direttamente gli Stati Uniti, la Gran Bretagna ed il Pakistan (oltre il sempre presente Israele) di aver dato appoggio all’Esercito di Dio nel portare a termine l’attentato? L’attentato avviene in quella che, insieme alla provincia occidentale curda, è per l’Iran base delle più ostili opposizioni al regime, e questo per la natura stessa della popolazione e del territorio. I Baluchi, infatti, sono per lo più sunniti e non persiani, in un Paese a maggioranza sciita e persiano: minoranze per ben due volte, dunque. In virtù di tale condizione, i Baluchi sono, insieme appunto ai Curdi, la minoranza più bistrattata del Paese, cittadini di serie B che cercano una via d’uscita a questa situazione. Essendo minoritari, come accade in molte altre zone del mondo, alcuni gruppi organizzati hanno nel terrorismo l’unica strategia perseguibile nei confronti del governo centrale e delle istituzioni. Il Jundullah potrebbe, secondo fonti locali, aver ricevuto una qualche forma di sostegno esterno in funzione anti-iraniana, sia durante l’Amministrazione Bush dagli USA, che dai Talebani afghani (tramite il Pakistan), che, infine, dallo stesso Pakistan, Stato confinante (con cui divide la provincia del Baluchistan l’Iran) proprio nell’area dell’attentato e fortemente ostile all’Iran (soprattutto per motivi di egemonia regionale).

     

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    GAS ED EROINA – Se da un lato la questione, posta in questi termini, sembra quasi essere fin troppo semplice (un’organizzazione che combatte un governo del proprio Paese, appoggiata da elementi esterni che hanno un interesse comune nell’indebolire le istituzioni di quel Paese), a ben guardare vi sono almeno altri due elementi da prendere in considerazione e che potrebbero ricollegarsi all’instabilità del Sistan-Baluchistan iraniano. In primo luogo, e qui rientrano in gioco gli USA e le potenze filo-occidentali, da quel territorio dovrebbe passare uno dei gasdotti più controversi della regione, il cosiddetto “gasdotto della pace” Iran-Pakistan-India (IPI), progetto fortemente osteggiato dagli USA (che temono un vantaggio economico per l’Iran). In quest’ottica, maggiore è l’instabilità dell’area di potenziale transito del gas iraniano, maggiore sarà la possibilità che il progetto si areni. Inoltre, vi è un’altra ed annosa questione: l’oppio afghano. E’ da qui che la droga prodotta in Afghanistan (il 90% dell’eroina sul mercato mondiale proviene dall’Afghanistan), maggiore fonte di finanziamento per i Talebani, entra nei mercati occidentali, andando, nel suo passaggio, ad intaccare anche la società iraniana. Centinaia di militari iraniani sono morti in operazioni di lotta al narcotraffico nell’area e l’ostinazione del regime iraniano a voler cessare il flusso di oppio non è sicuramente ben vista da chi ne beneficia in Afghanistan e Pakistan. Dunque il Jundullah potrebbe essere stato usato anche a scopi di rappresaglia per tali azioni repressive dell’Iran. Le ipotesi sono tutte sul tavolo e, come si capisce, la situazione non è semplice e lineare come potrebbe apparire. L’unica cosa certa è che il regime attuerà la solita repressione senza pietà contro i Baluchi e, così facendo, contribuirà ad alimentare le opposizioni contro di lui. In attesa che l’Occidente arrivi a presentare il conto di una debolezza sempre più forte, nel momento in cui Ahmadi-Nejad dovesse sedersi al tavolo delle trattative.

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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