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    Il deserto della paura

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    La fascia sahariana è sempre più preda del terrore e dell’instabilità. Dopo quattro giorni di terrore è tragicamente terminata la crisi in Algeria con la morte di 23 ostaggi e 32 terroristi. Sono ancora molti i dispersi e le domande che la comunità internazionale si pone. Rivediamo assieme i fatti e le reazioni

     

    ORIGINI – la crisi è iniziata mercoledì quando un gruppo di estremisti islamici conosciuti come coloro che “firmano con il sangue”, guidati dall’algerino ex membro di Al-Qaeda Mokhtar Belmokhtar, ha preso d’assalto un autobus con 19 impiegati stranieri mentre si recavano a lavoro presso un impianto per la produzione di gas di Amenas gestito dalla britannica BP, l’algerina Sonatrach e dal gruppo giapponese Jgc. Tra i rapitori vi erano oltre che algerini anche ex-combattenti libici, tunisini, nigeriani e alcuni non africani.

     

    CAUSE – Le cause del sequestro sono alquanto ambigue. Sebbene l’attacco sia stato rivendicato come vendetta per il supporto dell’Algeria dato alla Francia nelle operazioni contro i ribelli islamici in Mali– le forze aree francesi avrebbero infatti richiesto l’accesso allo spazio areo algerino durante l’operazione di bombardamento contro gli estremisti in Mali degli ultimi giorni- un sito di informazione della Mauritania ha dichiarato che il sequestro sarebbe stato pianificato da due mesi, rendendo in questo modo la rivendicazione dei terroristi improbabile. Tuttavia, alcuni membri del gruppo fanno sapere che si avevano già sospetti che l’Algeria avrebbe sostenuto le forze internazionali contro gli estremisti in Mali.

     

    L’INTERVENTO – Il governo algerino ha risposto prontamente con un intervento armato da parte dell’esercito. Senza alcun tipo di negoziazione l’esercito ha adoperato fin da subito la forza, tuttavia durante il blitz hanno perso la vita 7 ostaggi. L’ APS, agenzia di stampa algerina, ha riportato le dichiarazioni di un alto ufficiale il quale sostiene che i rapitori erano pesantemente armati. Infatti l’esercito ha recuperato un arsenale composto da sei mitragliatori, 21 fucili d’assalto, due mortai calibro 66, due lanciagranate RPG-21 cinture esplosive e alcuni razzi.

     

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    OSTAGGI – Tra gli ostaggi vi erano molti impiegati stranieri di nazionalità inglese, americana, giapponese, svedese e malesiana. Sebbene l’esercito sia riuscito a liberare 685 algerini e 107 impiegati stranieri e alcuni degli ostaggi siano riusciti a scappare durante i primi giorni dell’assedio, sono ancora molti gli impiegati di cui si sono persi le tracce tra cui 17 giapponesi e7 inglesi. Nelle ultime ore, inoltre, sono stati ritrovati ulteriori 25 cadaveri ancora da identificare.

     

    Alcuni ostaggi liberati hanno dichiarano che il vero obiettivo erano gli impiegati stranieri, sopratutto statunitensi. Come ha spiegato un ostaggio algerino al giornale francese Le Monde «L’obiettivo erano gli occidentali. Gli islamisti cercavano gli stranieri, volevano loro e solo loro. Ci hanno detto: “Fratelli algerini, non abbiate paura, uscite in pace, tornate a casa, siamo dei fratelli, siamo tutti dei musulmani».

     

    RISPOSTA INTERNAZIONALE – Il presidente Hollande ha dichiarato di approvare le misure prese dal governo algerino poiché in un sequestro di tale portata e con terroristi “freddamente determinati,pronti ad uccidere, come hanno fatto i loro ostaggi, un Paese come l’Algeria ha dato risposte che mi sembrano più adatte perché non ci potevano essere negoziati”. Il presidente Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti a fornire all’Algeria qualsiasi assistenza necessaria e che nei prossimi giorni resteranno a stretto contatto il governo del Paese per comprendere quello che è successo, in modo da evitare che queste tragedie si ripetano in futuro. Questa crisi ha inoltre ulteriormente amplificato la divisione all’interno dell’amministrazione Obama riguardo il possibile intervento degli Stati Uniti in Mali. Alcuni ufficiali del Pentagono ritengono un intervento statunitense necessario per evitare che Mali diventi una rifugio per gli estremisti, come successe in Afghanistan, mentre altri consiglieri non vedono negli insorti in Mali alcuna minaccia per gli Stati Uniti tale da richiedere un intervento.

     

    Claudia Plantera
    Claudia Plantera

    Con una laurea in giapponese in tasca e tanta voglia di esplorare il mondo, da una piccola città a 5 minuti da Roma mi ritrovo ora a Seoul, dove sto frequentando il mio ultimo semestre magistrale in National Intelligence and Security.

    Mi interesso di tutto ciò che ha che fare con i conflitti non convenzionali dal terrorismo al cyberwarfare, e ho una spiccata passione per le nuove tecnologie.

    Attualmente sono impegnata nella stesura della mia tesi sul ruolo dell’Intelligence nella lotta contro le milizie armate in Libia, tema che unisce la mia passione per il “non convenzionale” ad un recente interesse per il Medio Oriente e il Nord Africa.

    † Claudia ci ha lasciato il 17 Novembre 2013. Ciao Claudia, grazie.

     

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