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venerdì 17 Settembre 2021

Senegal, le ragioni della crisi democratica

In breve

  • A seguito dell’arresto di Ousmane Sonko il Senegal è stato teatro di scontri tra il Governo centrale e parte della popolazione, disillusa e stanca di una situazione economica difficile.
  • Le radici della rabbia, soprattutto espressa da giovani senegalesi disoccupati, sono da ricercarsi nella ormai pluriennale situazione di povertà e nelle accuse di abusi giudiziari a vantaggio della politica.
  • In questa crisi interna senegalese sono manifesti anche i sentimenti antifrancesi, che offrono una chiave di lettura anti-neocoloniale del risentimento della popolazione, insofferenre verso una presenza ancora troppo ingombrante.
  • Nonostante i segnali di stabilità che arrivano dalla vicina Guinea e dalla Casamance, il futuro della democrazia in Senegal resta incerto.

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Analisi Le proteste scoppiate il 3 marzo in molte città del Senegal derivano da un risentimento verso il Governo da tempo diffuso. Le ragioni sono ascrivibili al disagio dei giovani, poveri e disoccupati, che lamentano anche l’eccessiva influenza francese e chiedono più democrazia. Nonostante i segnali di disgelo con la vicina Guinea e nella Casamance il futuro politico del Paese resta incerto.

MOBILITAZIONE POPOLARE

Il 3 marzo diverse città del Senegal sono state teatro di violente proteste popolari, a seguito dell’arresto – ufficialmente per disturbo dell’ordine pubblico – del leader del partito Patriotes du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité (PASTEF) Ousmane Sonko, uno dei concorrenti per le elezioni presidenziali del 2024 molto popolare tra i giovani e principale avversario del Presidente Macky Sall. Sonko è stato accusato di violenza sessuale da parte Adji Sarr, dipendente di un salon de bauté che frequentava per dei massaggi contro il mal di schiena, e arrestato proprio mentre si stava recando in tribunale per difendersi. Centinaia di giovani hanno manifestato contro il suo arresto e contro l’autoritarismo di Macky Sall, denunciando le accuse come politicamente motivate e pretestuose. Con loro anche il Mouvement pour la défense de la démocratie (M2D) e diversi cittadini comuni preoccupati per la crisi multidimensionale che sta attraversando il Paese, appoggiati da parte dell’influente diaspora residente all’estero. Cominciate pacificamente, le mobilitazioni sono degenerate fin dalle prime ore in barricate, blocchi stradali e scontri con le forze di sicurezza e di polizia, provocando diversi feriti e morti, oltre a numerosi incendi e saccheggi in varie città e villaggi. Si sono placate solo dopo il rilascio di Sonko su cauzione l’8 marzo, giorno in cui il Presidente Sall ha invitato alla calma per poi affermare che le restrizioni per la Covid-19 sarebbero state allentate. A seguito della violenta repressione delle proteste Human Rights Watch ha richiesto un’indagine indipendente sulle “morti segnalate di almeno dieci persone e [sulle] centinaia di feriti”.

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Fig. 1 – I sostenitori di Sonko bloccano la strada dopo il suo rilascio arrivato a seguito delle violente proteste, l’8 marzo 2021

LE RADICI DI UNA RABBIA DIFFUSA

Le proteste riflettono le carenze di nove anni di politiche socioeconomiche miopi nei confronti dei giovani, disillusi e disoccupati, critici verso il Governo e spinti sempre più all’emigrazione via mare soprattutto verso la Gran Canaria. Nonostante il Senegal sia spesso considerato un faro di stabilità in Africa occidentale, con pacifiche transizioni di potere da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1960, circa il 40% della popolazione – composta per il 60% da giovani con meno di 25 anni – vive al di sotto della soglia di povertà, situazione peggiorata dalle misure contro la Covid-19. Inoltre già i dubbi sulle controverse elezioni presidenziali del 2019, che il dialogo politico non è riuscito a dissipare, avevano alimentato la sfiducia dell’opinione pubblica relativamente ai casi giudiziari che hanno coinvolto i leader avversari di Sall, facendo emergere le richieste di riforma delle Istituzioni democratiche, come la magistratura, considerate poco trasparenti. Una situazione quindi che ha alimentato il malessere già diffuso espresso da parte della popolazione contro un Presidente che è parso utilizzare ripetutamente il sistema giudiziario per fini politici, con il pretesto del contrasto alla corruzione. In un discorso alla nazione alla vigilia del Giorno dell’indipendenza del Senegal, Macky Sall ha delineato la sua road map per rispondere alla grave situazione dei giovani. Tra le promesse 450 miliardi di franchi CFA in tre anni per l’occupazione e l’integrazione socio-economica dei giovani e lo stanziamento di 80 miliardi di franchi CFA per favorire l’assunzione di 65mila giovani. Per molti, tuttavia, queste sono promesse di stanziamenti dall’alto che non vanno ad affrontare e risolvere i problemi strutturali del Paese.

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Fig. 2 – Manifestanti riuniti in protesta davanti al palazzo di Giustizia di Dakar, 8 marzo 2021

SENTIMENTO ANTIFRANCESE

In questa crisi interna di sistema è da segnalare la presa di mira da parte dei manifestanti di alcuni simboli della presenza francese giudicata ancora troppo ingombrante, come supermercati Auchan, pompe di benzina Total, autostrade a pedaggio Eiffage. La Francia è infatti accusata di proteggere il Presidente Sall, vicino a Emmanuel Macron, e resta uno dei bersagli del desiderio di cambiamento rivolto dalla popolazione alle Istituzioni. Secondo alcuni osservatori la stabilità del Senegal, definita “eccezione” all’interno di una regione tumultuosa, deriverebbe proprio dalla sua dipendenza e dal rapporto privilegiato con il Governo francese (ancora oggi principale investitore e primo partner commerciale). Gli stessi politici senegalesi nel tempo hanno fatto molto affidamento su Parigi per mantenersi come élite, seguendone le decisioni nonostante le diversità, come nel caso delle misure anti-contagio utilizzate sulla falsa riga della Francia e a discapito delle differenze economiche e sociali dei due Paesi. Per queste ragioni la crisi è da considerarsi seria per la sua natura locale, ma dall’impatto regionale e internazionale, che evidenzia i limiti del sistema di governo postcoloniale. Le questioni politiche aperte in Senegal vanno più in generale ad aumentare l’instabilità dell’Africa occidentale, facendo temere per le sorti di un Paese attento alla risoluzione delle crisi nella regione. ma rappresentano anche l’occasione per quel rinnovamento chiesto da parte della popolazione, che vuole decidere del proprio futuro politico passando anche attraverso la sovranità monetaria.

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Fig. 3 – Il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron riceve Macky Sall, Presidente della Repubblica del Senegal, per un incontro di lavoro del Forum per la Pace presso il Palazzo dell’Eliseo a Parigi, 12 novembre 2020

SEGNALI DI STABILITÀ MA FUTURO INCERTO

In un periodo di disordini si riscontrano però segnali positivi in Casamance, storicamente teatro di un conflitto a intensità variabile tra indipendentisti e Istituzioni centrali, che dopo una ripresa delle ostilità a inizio pandemia pare ora sulla via di una risoluzione. Il parziale abbandono della ribellione – invero ormai a bassa intensità – è dovuto all’isolamento regionale del Mouvement des force démocratiques de Casamance (MFDC) e segue le operazioni avviate da Dakar per neutralizzare gli elementi indipendentisti armati e chiuderne le basi. Dal punto di vista del Governo centrale a questo risvolto positivo si aggiungono i segnali di disgelo con la vicina Guinea: dopo giorni di tensione tra i due Paesi per le accuse rivolte a Dakar di ospitare dissidenti guineani, il Presidente Alpha Condé ha inviato gli auguri per il 61esimo anniversario dell’indipendenza del Senegal con toni concilianti. Nonostante questi segnali e la fine delle proteste, il futuro della democrazia del Senegal si prospetta incerto, ma con la presenza di un movimento giovanile sempre più consapevole, pressante e impegnato a ripensare il futuro. Un movimento che guarda con speranza alle elezioni del 2024.

Daniele Molteni

Photo by David_Peterson is licensed under CC BY-NC-SA

Daniele Molteni
Daniele Molteni

Nato in provincia di Como, ha conseguito la laurea triennale in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee e quella magistrale in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Milano, con tesi relative alla Responsibility to Protect e al terrorismo internazionale. Le sue aree di interesse sono Africa e Medio Oriente, con un particolare focus su questioni legate a sicurezza e rule of law. Dal 2018 è redattore di La Beula, rivista culturale indipendente della Brianza comasca, e in passato ha scritto per alcune Onlus specializzate in politica internazionale e diritti umani. È appassionato di cinema d’autore e libri, principalmente saggistica e reportage.

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