utenti ip tracking
lunedì 13 Luglio 2020
More

    Speciale COVID-19

    La Germania alla testa del Consiglio dell’Unione Europea

    Analisi - Dopo i sei mesi di Presidenza del...

    Crisi politica e pandemia, il 2020 del Perù

    In 3 sorsi – Il nuovo anno a Lima...

    Serbia: si salvi chi può

    Analisi - Le elezioni parlamentari e quelle per il...

    La crisi nel Messico di AMLO minaccia Trump

    In 3 sorsi – L’epidemia di Covid-19 sta facendo...

    Contrordine compagni

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 2 min.

    Il trasferimento in Egitto di Gilad Shalit, soldato israeliano da tre anni nelle mani di Hamas, è stato prima confermato dai media arabi, poi seccamente smentito dalle parti. Un caso sempre più intricato, e sempre più importante. Ecco perchè

    DO UT DES                       Facciamo un passo indietro per capire meglio. Qualche giorno fa abbiamo raccontato del possibile trasferimento in Egitto di Gilad Shalit, soldato israeliano rapito il 25 Giugno 2006 da Hamas, nell’ambito di uno scambio di prigionieri. La notizia era trapelata da fonti diplomatiche europee, e aveva trovato alcune conferme tra i media arabi, in particolare lo scorso sabato sul quotidiano Asharq al-Awsat. La testata araba riportava ulteriori dettagli: Gilad Shalit verrebbe consegnato all’intelligence egiziana, e in Egitto (Paese mediatore della trattativa) potrebbe riabbracciare i suoi genitori, il padre Noam e la madre Aviva. In seguito, Israele libererebbe 400 prigionieri palestinesi (altre fonti però parlano addirittura di 1100), tra cui molte donne e bambini, ma anche Parlamentari di Hamas, e una volta avvenuto lo scambio sarebbe stato concesso a Gilad il permesso di rientrare in patria.

    INDIETRO TUTTA?            Tale notizia è stata però seccamente smentita, in primo luogo da Osama Muzeini, capo dei negoziatori di Hamas. Muzeini afferma che non vi sono passi in avanti, e che l’ultima proposta concreta israeliana è giunta da Ehud Olmert, ex-Primo Ministro, alla fine del suo mandato, dunque oltre sei mesi fa. La trattativa condotta con l’ex premier partiva da una lista di 450 prigionieri richiesti da Hamas: il Governo israeliano ne avrebbe liberati 325, di cui 125 con l’obbligo di non rimanere in Cisgiordania, ma non avrebbe scarcerato i condannati all’ergastolo. La controproposta israeliana prevedeva la liberazione di 550 detenuti con pene tra i cinque e i sette anni. Hamas ha risposto picche, concedendo al massimo dieci veti sulla lista iniziale dei 450. L’accordo però sembrava vicino: dopo che i mediatori egiziani affermarono che gli Israeliani acconsentivano alle richieste della controparte, il leader dell’ala militare di Hamas, Ahmed Jabri, è volato al Cairo per chiudere la trattativa. Lì non si è però trovato nessun accordo, e tutto è saltato. Anche il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha smentito la notizia, negando dei progressi e asserendo che simili fughe di notizie danneggiano solamente le trattative. Semplicemente, afferma, “L’Egitto ha fatto una proposta, e le parti stanno discutendo”.

    content_183_2

    LA POSTA IN GIOCO             Ma cosa comporterebbe davvero questo trasferimento? Le questioni in gioco sono diverse. Il rilascio o anche il solo trasferimento di Shalit metterebbe pressione a Israele nel liberare una quantità ingente di detenuti palestinesi e nell’aprire assai più frequentemente i valichi di Gaza. Dall’altra parte, verrebbe meno un ostacolo gravoso nel lungo e difficile cammino di riconciliazione tra Fatah e Hamas, i due principali partiti/movimenti palestinesi. Staremo a vedere dunque se le smentite sono veritiere o meno. In fondo, come diceva Andreotti, una smentita è una notizia data due volte. 

     

    Alberto Rossi redazione@ilcaffegeopolitico.it 

     

    (nella foto: Il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. Soldato più medagliato della storia di Israele, è stato Primo Ministro per 18 mesi tra il ’99 e il 2001)

     

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

    Articolo precedenteCristina contro tutti
    Articolo successivoL’ora dell’appello

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite