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Il terrore a Nizza

Il terrorismo ha colpito di nuovo in Europa, ancora in Francia, per la terza volta in meno di due anni. La Redazione de Il Caffè Geopolitico ha provato a fare alcune considerazioni a caldo. 

Rabbia, sgomento, preoccupazione, e perché no, anche paura. Tra i vari sentimenti qui da noi in Redazione sembra emergere soprattutto l’impotenza, davanti ad una Francia‬ colpita ancora una volta: la terza in un anno e mezzo, a cui dobbiamo aggiungere Bruxelles. Impotenza è anche dirci che dovremmo star qui a scrivere ancora una volta le stesse cose, seppur le modalità degli atti terroristici siano diverse tra loro. Cosa sta cambiando, cosa sottolineare, dopo ‪‎Parigi‬, dopo ‪Bruxelles‬?

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Fig. 1 La bandiera francese a mezz’asta a Downing Street

1.Il terrorismo ha capito come far male senza eccessivo sforzo, con una frequenza e un trend crescenti. Sono lontani gli attacchi stile 11 settembre,‪ Madrid‬, ‪Londra‬. L’arma è sempre più banale: niente esplosivi, bastano un camion ad alta velocità e una folla in festa. Non serve neanche più un’organizzazione strutturata, la modalità d’azione è semplice e tremendamente efficace. Simili attentati, compiuti con mezzi tutto sommato elementari, sono molto difficili da sventare, sono più imprevedibili e dunque più pericolosi, perché rendendo così asimmetrico lo scontro danno un indubbio vantaggio ai terroristi. Azioni simili ricordano tra l’altro modalità avvenute in passato in Israele, e tattiche di attacco veicolate da Al Qaeda.

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Fig. 2 – Il Primo Ministro francese Manuel Valls 

2. Con meno sforzo, si diceva: sembrano poter bastare la propaganda su internet e un terreno fertile garantito da condizioni sociali precarie e scarsa integrazione. Ai gruppi terroristi basta lanciare il messaggio e poi gioire delle azioni dei lupi più o meno solitari, più o meno strutturati. Non a caso appaiono più facili da colpire e obiettivi privilegiati Francia e Belgio, i Paesi che hanno “fornito” più foreign fighters al jihad in ‪Siria‬, ‪Iraq‬ e Nord Africa, dove troviamo quel terreno fertile atto ad una forte radicalizzazione.

3. Isis celebra la strage, e questo appare sin troppo scontato, anche se probabilmente il protagonista è un lupo solitario, che agisce in una data simbolica. Un attacco pianificato da una cellula del Califfato rappresenterebbe invece l’ennesimo tentativo di dimostrazione di forza dell’‪‎Isis‬ spostando l’attenzione e “alzando il tiro” in un momento di grande difficoltà e debolezza sul campo in Syraq (e Libia): ha perso ‪Falluja‬, perderà ‪Mosul‬ e forse anche ‪‎Raqqa‬.

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Fig. 3 – La polizia al Promedade des Anglais a Nizza 

4. Dopo Parigi, il 13 novembre, parlavamo di azioni da compiere molto concrete, più di invocazioni di espulsioni di massa in Europa o guerre di liberazione in Medio Oriente. Resilienza civile, innanzitutto (e riproporremo le nostre osservazioni sul sito in giornata). Ma non solo: maggiore coordinamento dei servizi di intelligence, creazione di un database comune dei foreign fighters, azioni di de-radicalizzazione in alcuni Paesi, definizione di una strategia comune sulla sicurezza euro-mediterranea, coinvolgimento dell’opinione pubblica nella comprensione di alcune dinamiche geopolitiche. Su questo, da novembre ad oggi, i passi in avanti sono stati nulli o quasi. Al massimo stiamo imparando a non condividere video e foto, facendo un favore al terrorismo amplificando l’eco delle sue gesta, e non era scontato. Ma a livello di azioni concrete, oltre a parole e slogan che valgono come pugni nell’aria, riguardo ai cambiamenti brancoliamo nel buio, non ci muoviamo. Il pericolo più grosso è l’incapacità di reagire, come‪ ‎Europa‬ (già, l’Europa: perché o agisce l’Europa, o i Paesi affonderanno come singoli, davanti a una sfida così grande) e di abituarci e diventare quasi indifferenti come opinione pubblica: da Madrid e Londra a Bruxelles e ‪Dacca, un po’ questo si sta già verificando. Quante sveglie ci servono, ancora, a tutti i livelli?

La Redazione

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Sul tema Europa, che tanto ci sta a cuore, scrivevamo dopo Bruxelles (quando, se aprite il link, già parlavamo di sveglie e immobilismo post Parigi) delle righe che ci sentiamo di riproporre qui:

“Scrivevamo la notte stessa di Parigi: “In quel gruppo di persone colpite, ci siamo – quantomeno – tutti noi, tutti noi europei. E da domani ancora di più dovremo anche capire e verificare se siamo davvero una Unione, come speriamo”. Parigi era occasione per l’Europa di fare l’Europa. E quattro mesi dopo stiamo invece discutendo su come affossare Schengen, una indubbia e grande vittoria del terrorismo e una sconfitta disonorevole per noi. Oggi tanti scrivono che l’Europa unita e libera non si fa intimorire e non ha paura. Ma in questi mesi l’Europa non si è comportata da Unione che promuove la libertà, ma come una massa di paesotti che si chiudono mettendo la testa sotto la sabbia e coltivando il proprio orticello, perché non sanno o non vogliono affrontare i problemi, come se bastasse chiudersi a riccio per risolverli”.

L’unica cosa da modificare, purtroppo, è che il numero dei mesi è ormai raddoppiato.

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Foto di copertina di MINAMPERÚ pubblicata con licenza Attribution-NonCommercial-NoDerivs License

 

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