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    Ovvero, indipendenza e libertà. Focus sul Tibet: può sembrare paradossale che nell’era digitale in cui i tweets viaggiano alla velocità della luce in giro per il mondo e alla guerra in campo si accompagna la cyber guerra (ultimo caso quello della Siria) ben 99 giovani, per la maggior parte adolescenti, decidano di darsi fuoco “per i sei milioni di Tibetani privi della libertà e per il ritorno in Tibet del Dalai Lama”. E’ chiaro che i Tibetani, nonostante la profonda democratizzazione delle forme di protesta avvenuta nei secoli, vedono ancora nelle auto-immolazioni l’unica via per esprimere la propria indignazione. Perché?

    ANNO NUOVO… SOLITA VITA? – Anche quest’anno il Tibet ha voluto celebrare l’arrivo del nuovo anno (11 Febbraio) come un giorno di lutto e preghiera in memoria di tutti quei giovani, monaci e non, che si sono immolati dandosi fuoco in protesta delle misure repressive del governo Cinese. Il Primo Ministro del governo Tibetano in esilio, Lobsang Sangay, ha infatti chiesto ai Tibetani di tutto il mondo di “ non organizzare feste, ma di vestire gli abiti tradizionali, andare nei monasteri e pregare per tutti quelli che sono morti e continuano a soffrire in Tibet”. Le speranze che l’avvento del nuovo leader cinese, Xi Jinping, potesse portare ad un allentamento delle soppressioni nella zona tibetana sono state subito smentite dalla non disponibilità del Partito a ri-considerare la propria politica di soppressione e integrazione forzata del popolo tibetano. Il che ha portato ad una serie di proteste, auto-immolazioni, molte delle quali (83) finite fatalmente.

    QUI CINA – Per il Governo Cinese non vi sono dubbi. E’ chiaro che si tratta di una cospirazione della Sua Santità il Dalai Lama, del Congresso giovani Tibetani (TYC) e di altre organizzazioni come Voice of America e Radio Free Asia contro Beijing. Infatti, la Xinhua News Agency (la maggiore e più antica delle due agenzie di stampa della Repubblica Popolare Cinese) ha riportato la condanna a 13 anni di carcere di un monaco tibetano (27 anni) con l’accusa di “omicidio intenzionale e istigazione alla separazione dello stato”. Il motivo principale che spinge questi giovani ad auto-immolarsi sarebbe “la sicurezza che le loro foto verranno diffuse globalmente dalle organizzazioni in India”, tutto “per attirare l’attenzione della comunità internazionale” su una questione che dura da più di 50 anni.
    Sempre la Xinhua riporta inoltre dichiarazioni delle autorità nelle quali si afferma che le indagini hanno dimostrato come in alcuni casi la decisione di auto-immolarsi non fosse dovuta a motivi politici: ad esempio Jinpa, un monaco che si è dato fuoco a Tongren, in realtà lo aveva fatto perché “innamoratosi di una donna, che aveva successivamente scoperto essere una prostituta” oppure Kyihe Monkyi (26 anni) si sarebbe data fuoco perché “le troppe relazioni sessuali con diversi uomini l’avevano portata al divorzio”!
    In sostanza, per tutto questo è il Dalai Lama ad essere accusato dalle autorità Cinesi di incitare i monaci all’auto-immolazione “istruendoli tramite un istituto appositamente creato per le ‘Forze dell’Indipendenza Tibetana’ “.
    Per questo diversi monaci sono stati condannati a morte. Il che ha “costretto” le autorità Cinesi a dare vita, a Novembre, ad una campagna volta “a far cessare il diffondersi di questi incidenti” portando a 70 il numero degli arrestati in soli 4 mesi.

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    QUI DHARAMSALA – Ciò che invece si chiede da Dharamsala, sede provvisoria del governo Tibetano, alla comunità internazionale è una maggiore pressione sulla Cina per poter aprire un dialogo e risolvere la questione dell’autonomia della regione ma soprattutto per cercare di indirizzare queste forme di protesta tramite un cambiamento radicale di politica a rispetto dei diritti dell’uomo.
    Tuttavia, nonostante i continui appelli del Commissario per i Diritti Umani dell’Onu, del Parlamento Europeo, del governo statunitense e di tanti gruppi a difesa dei diritti umani, Beijing ha sempre rifiutato di aprire un qualsiasi dialogo. In realtà ci sono stati ben 9 incontri formali tra la rappresentanza Tibetana e Cina dal 2002 al 2010 ma la questione si è sempre fermata allo stesso punto in quanto “ la Cina è un paese in cui convivono diversi gruppi etnici, e se tutte le regioni chiedessero la loro autonomia sarebbe il caos” perciò, “tutti sanno che spetta all’esercito il compito di garantire l’integrità territoriale, la sicurezza nazionale e la stabilità sociale di un nazione”.
    D’altro canto, ciò su cui il Dalai Lama ha lavorato per molto tempo è stata la sostituzione del vecchio sistema di governo con uno più moderno e democratico, il quale funziona tramite l’elezione di un Parlamento ed è presieduto da un Primo ministro, attualmente Lobsang Sangay. Questo processo si è concluso nel 2011 con l’introduzione di una costituzione Tibetana, il che non solo ha contribuito a dare una nuova autonomia e stabilità al governo-in-esilio, ma ha anche riaffermato il tradizionale ruolo di guida sprituale e politica del Dalai Lama.

    In definitiva queste continue auto-immolazioni esprimono il risultato di anni di repressione politica, discriminazione sociale, emarginazione economica e di distruzione ambientale ed è proprio Sangay a sottolineare il diverso atteggiamento e sostegno della comunità internazionale nei confronti delle auto-immolazioni tibetane basate sulla non violenza rispetto a quella tunisina, considerata il catalizzatore della Primavera Araba.

    J.A.

     

    Foto di copertina di Eddiepics rilasciata con licenza Attribution-NoDerivs License

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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