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    L’espulsione di due deputati infiamma la politica ad Hong Kong

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    In 3 sorsi Due deputati sono stati espulsi dal Parlamento di Hong Kong per aver invocato l’indipendenza della ex colonia britannica e per aver insultato la Cina. La decisione dell’Alta Corte di Hong Kong giunge a seguito della pronuncia del Parlamento centrale di Pechino che aveva giudicato i due deputati “una grave minaccia alla sovranità e alla sicurezza nazionale”. La situazione ora rischia di diventare incandescente e d’intaccare il principio “un Paese, due sistemi” in vigore dal 1997

    1. GIURAMENTO CONTESTATO Sixtus Leung e Yau Wai-ching hanno rispettivamente trenta e venticinque anni e hanno prestato servizio presso il Legislative Council (Legco) di Hong Kong per appena una manciata di giorni. Eppure la loro breve esperienza come deputati della locale assemblea potrebbe rivelarsi ben più significativa e determinante di quella di altri loro colleghi con maggiore “anzianità”.  I due sono saliti all’onore delle cronache per aver dato spettacolo durante il giuramento tenutosi dopo le elezioni che, a inizio settembre, li hanno visti eletti con una valanga di voti. I giovani parlamentari, membri del nuovo partito Youngspiration, hanno esposto uno striscione con la scritta “Hong Kong is not China” e, dopo aver giurato fedeltà alla “nazione di Hong Kong“, hanno pronunciato con disprezzo il nome della madrepatria cinese, secondo l’antico costume in uso tra gli occupanti del Giappone imperiale durante la Seconda Guerra Mondiale. Non è la prima volta che deputati ostili all’influenza di Pechino su Hong Kong ricorrono a gesti o a dichiarazioni provocatorie durante il loro giuramento. Simili comportamenti sono stati spesso tollerati e alle volte si è consentito ai deputati indisciplinati di ripetere il giuramento. Stavolta però la protesta messa in scena da Leung e Wai-ching ha scatenato la reazione dell’Assemblea nazionale del popolo, la camera legislativa cinese, che, con una pronuncia senza precedenti, ha di fatto diffidato i due deputati indipendentisti. Tutto questo prima che l’Alta Corte di Hong Kong, invocata dal Governo locale, potesse esprimersi sulla questione.

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    Fig. 1 – Ressa di fotografi di fronte a Sixtus Leung e Yau Wai-ching, i due deputati pro-indipendenza

    L’invasione di campo da parte del Parlamento cinese e delle autorità centrali ha ovviamente generato un’ondata di reazioni nella ex colonia britannica. Hong Kong, sin dal 1997, anno in cui venne “restituita” a Pechino dal Regno Unito, gode, secondo gli accordi stipulati, di un alto grado di autonomia in virtù del principio “un Paese, due sistemi”. L’ingerenza, seppure legittima, potrebbe minare il delicato compromesso che rende Hong Kong un’eccezione all’interno della Repubblica Popolare. Molti sono preoccupati che questo evento possa dare il via ad un pericoloso interventismo di Pechino, decisa a stroncare sul nascere ogni pretesa d’indipendenza, e a una riduzione degli spazi di democrazia nella ricca città asiatica.

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    Fig. 2 – Manifestazione a Hong Kong per il secondo anniversario della “rivoluzione degli ombrelli”, 28 settembre 2016

    2. SUSSULTO INDIPENDENTISTA Del resto, il timore delle autorità centrali cinesi di un sussulto indipendentista in quel di Hong Kong è giustificato e non è cosa nuova. Già nel settembre 2014 si ebbe nella ex colonia la cosiddetta “rivoluzione degli ombrelli“. Le massicce proteste ad essa collegate furono scatenate dalla decisione del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo di riformare la legge elettorale. In base al nuovo sistema proposto, ad ogni tornata potevano candidarsi come Capo dell’Esecutivo locale al massimo tre persone. Ciascuna di esse doveva essere pre-approvata da un apposito comitato e, dopo le elezioni, il vincitore avrebbe comunque dovuto essere formalmente nominato dal Governo centrale. La “rivoluzione degli ombrelli” paralizzò la città fino al mese di dicembre e portò ad una vasta mobilitazione popolare, soprattutto da parte di studenti fortemente motivati a tutelare il sistema democratico in vigore. Quelle dello scorso 4 settembre sono state le prime elezioni a seguito delle proteste del 2014 e la campagna elettorale che le ha precedute non è stata priva di tensioni. La crescente insofferenza nei confronti della madrepatria cinese, infatti, ha portato alla nascita di diversi movimenti politici dalle istanze autonomiste. Tra questi proprio Youngspiration e Demosisto, partito al quale è stata negata la possibilità di aprire un conto in banca e i cui materiali elettorali sono stati banditi. Ai due candidati indipendentisti, inoltre, è stato addirittura vietato di presentarsi alle elezioni.

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    Fig. 3 – Leung Chun Ying, Capo dell’Esecutivo di Hong Kong, e il Presidente cinese Xi Jinping

    3. SCENARI – Sixtus Leung e Yau Wai-ching sono ricorsi in appello contro la decisione dell’Alta Corte, che ha di fatto seguito il pronunciamento del Parlamento cinese. Secondo i loro avvocati, la sentenza del tribunale di Hong Kong sarebbe illegittima e prematura in quanto sulla questione si sarebbe dovuto prima esprimere il Presidente del Legco.  Nel frattempo, c’è chi ritiene che la protesta dei due giovani (ex) deputati possa ritorcersi contro la causa indipendentista e, più in generale, contro chiunque auspichi maggiore libertà e tutela della democrazia ad Hong Kong. Alcuni giornali locali, infatti, sostengono che i recenti avvenimenti potrebbero costituire una valida scusa per le autorità centrali cinesi per intervenire pesantemente nella vita politica della città. L’Hong Kong Free Press, giornale distante dalle posizioni di Pechino, azzarda addirittura che gli atti di Leung e Wai-ching potrebbero condurre ad una vera e propria “purga di tutte le voci dissidenti” e riportare il movimento per la democrazia “all’Età della Pietra”. Di certo oggi c’è solo che l’attuale Capo dell’Esecutivo di Hong Kong, Leung Chun Ying, le cui prospettive di una rielezione nel 2017 apparivano fino a qualche settimana fa incerte, sta vedendo risalire rapidamente le proprie quotazioni. Dopo aver sostenuto l’espulsione dei due deputati indipendentisti, Leung Chun Ying si è guadagnato il pieno sostegno del Presidente cinese Xi Jinping per le prossime elezioni. Nulla di buono all’orizzonte per i sostenitori della democrazia ad Hong Kong.

    Gennaro Messina

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    Nonostante il ritorno alla Cina nel 1997, Hong Kong è riuscita a mantenere un alto grado di autonomia. La composizione del Legislative Council, il parlamento locale, risente tuttavia della forte influenza di Pechino. Il Legco, infatti, è formato da 70 deputati, ma solo 40 di questi sono eletti tramite suffragio universale. I restanti 30 sono scelti da appositi gruppi che rappresentano gli interessi di professionisti, imprese, comunità rurali ecc. Questi ultimi tendono sempre ad essere particolarmente sensibili alle istanze della madrepatria. Il risultato è che la maggioranza del Parlamento finisce sempre per essere pro-Pechino e, dal 1997 ad oggi, non è mai successo il contrario.[/box]

    Foto di copertina di Studio Incendo Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

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