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    Il populismo non sfonda in Austria

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    Domenica 4 dicembre si è svolta la replica del ballottaggio delle elezioni presidenziali austriache. Il candidato dei Verdi Alexander Van der Bellen ha battuto il campione dell’ultradestra Norbert Hofer con un margine ancora più netto del maggio scorso. L’ascesa al potere dell’estrema destra è (per ora) arginata. Ma lo scenario politico del Paese rimane preoccupante. La crisi non è solo austriaca, ma europea

    IL VOTODomenica 4 dicembre non si è andati alle urne solo in Italia. Nello stesso giorno, infatti, i cittadini austriaci sono stati chiamati a scegliere il proprio Presidente della Repubblica. Le elezioni presidenziali austriache di quest’anno si sono rivelate una vera e propria via crucis, che non ha risparmiato colpi di scena ed episodi quasi farseschi. In aprile, infatti, il primo turno ha visto l’eliminazione dei candidati dei partiti storici e l’exploit del candidato del partito di estrema destra FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs, Partito della Libertà austriaco) Norbert Hofer. Il ballottaggio tra quest’ultimo e il secondo candidato più votato, l’esponente dei Verdi Alexander Van der Bellen, si è tenuto il mese successivo e ha visto la vittoria per un soffio dell’ecologista. Il risultato è però stato invalidato in estate dalla Corte costituzionale per irregolarità formali nella votazione. Si era così deciso di ripetere l’ultimo turno della votazione il 2 ottobre, ma il Governo si è trovato costretto a rinviarlo al 4 dicembre per problemi legati al tipo di colla usato per sigillare i voti per corrispondenza (sic!). In mezzo ai due ballottaggi ci sono stati Brexit e Trump. L’Europa era quindi interessata a capire se il populismo antisistema avrebbe trionfato anche in Austria. L’ultimo capitolo di questa interminabile saga ha visto Alexander Van der Bellen vincere con un margine più consistente dei 31000 voti con cui si era imposto a maggio. Il candidato ecologista ha infatti ottenuto il 53,8% dei consensi, contro il 48,2% del candidato dell’ultradestra. Norbert Hofer ha riconosciuto la sconfitta. Ma la sua candidatura ha avuto comunque il sostegno di quasi metà del Paese.

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    Fig. 1 –  Il neopresidente eletto austriaco Alexander Van der Bellen

    LE POSIZIONI DEGLI SFIDANTI – Le posizioni politiche dei due sfidanti erano e sono agli antipodi. Van der Bellen è un convinto europeista, Hofer invece appartiene ad un partito che negli ultimi anni ha fatto dell’antieuropeismo una delle sue bandiere. Anche in caso di vittoria di Hofer, comunque,  l’indizione di un referendum sull’uscita dell’Austria dall’UE sarebbe stata tutt’altro che scontata. Il candidato dell’ultradestra ha poi incentrato la sua campagna elettorale sulla lotta all’immigrazione, un tema molto delicato in un Paese che nella seconda metà del 2015 è stato investito in pieno dalla crisi dei rifugiati. Il fatto che negli ultimi mesi la rotta balcanica sia stata almeno parzialmente sigillata, e che conseguentemente il flusso di migranti in Austria sia calato, ha però dato probabilmente un contributo decisivo alla vittoria di Van der Bellen, togliendo forza alla propaganda di Hofer.

    LE CONSEGUENZE INTERNE…. – La vittoria di Van der Bellen può rassicurare, ma non deve illudere. Innanzitutto una delle ragioni che hanno consentito al candidato ecologista di prevalere è stato il suo essere estraneo alla classe politica che governa il Paese da settant’anni. Hofer non ha così potuto sfruttare pienamente la sua carica antisistema. Tuttavia le elezioni legislative sono ormai dietro l’angolo. Infatti, anche se il voto è previsto per il 2018, la litigiosità all’interno della Grande Coalizione formata da popolari e sociademocratici porta a non escludere che l’Austria possa andare alle urne nel 2017. E secondo i sondaggi la FPÖ sarebbe di gran lunga il primo partito, indispensabile per formare il Governo. La lunga ed estenuante tornata elettorale del 2016 ha portato quasi metà del Paese (oltre due milioni di elettori) a votare il candidato della FPÖ. Il rischio è che l’ex partito di Haider sia così riuscito a fidelizzare un numero di votanti sufficiente a portarlo al Governo. E nella forma di Governo austriaca (vedi il chicco in più) la poltrona che conta davvero è quella del Cancelliere. In ogni caso i partiti tradizionali (popolari e socialdemocratici) non sono mai stati così deboli, non solo a livello elettorale, ma anche di politiche. Le classi dirigenti delle due tradizioni politico-culturali che hanno governato l’Austria dal dopoguerra sono infatti a corto di idee, se non quella di rincorrere l’estrema destra attingendo alle sue proposte (peraltro in modo maldestro). Una situazione condivisa da larga parte delle formazioni politiche mainstream del vecchio continente. Ma alle prossime elezioni legislative non ci sarà un altro Van der Bellen a togliere ai partiti le castagne dal fuoco.

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    Fig. 2 – Il candidato dell’FPÖ Norbert Hofer

    …E QUELLE INTERNAZIONALI – L’attenzione degli osservatori internazionali ed europei sul voto austriaco era alta. Una vittoria di Hofer avrebbe significato l’ascesa al potere del primo Capo di Stato di estrema destra in Europa dal 1945. Inoltre il rischio sarebbe stato quello di vedere un’Austria trascinata dal neopresidente a fianco del gruppo di Visegrad, aumentando il peso politico della fronda che sottotraccia mina gli equilibri all’interno dell’UE, già fiaccata da Brexit e dalle incertezze ad essa legate. La vittoria di Van der Bellen permette all’Unione di tirare il fiato, almeno momentaneamente. La sensazione tuttavia è che le elezioni austriache abbiano permesso solo di guadagnare tempo, pur se prezioso. Il 2017 infatti si annuncia come una vera e propria ordalia elettorale per il progetto di integrazione europea. L’anno prossimo andranno infatti sicuramente al voto Olanda, Francia, Germania e forse anche Austria e Italia. In (quasi) tutti questi Paesi forze variamente antieuropee si giocheranno la partita per conquistare il potere. Il panorama politico ne uscirà comunque stravolto, persino in caso di loro sconfitta. Per la prima volta da decenni, infatti, movimenti antisistema sono emersi come rappresentanti di almeno metà dell’elettorato del vecchio continente, riducendo lo spazio di manovra per i partiti tradizionali. L’insurrezione populista alla quale abbiamo assistito nel 2016 e che si è concretizzata in modo clamoroso con la vittoria di Brexit e Trump potrebbe non essere ancora finita.

    Davide Lorenzini

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    La forma di Governo austriaca è semipresidenziale. Il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dai cittadini per un mandato di sei anni rinnovabile una sola volta. Nonostante il Presidente disponga di alcuni poteri rilevanti (ad esempio nomina il Cancelliere e può sciogliere il Parlamento) il suo ruolo è prevalentemente cerimoniale: è infatti il Cancelliere, espressione della maggioranza parlamentare, il vero protagonista della vita politica. Norbert Hofer aveva però promesso di fare un uso più ampio e incisivo dei poteri della Presidenza in caso di vittoria.[/box]

    Foto di copertina di R.Halfpaap Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-NoDerivs License

    Davide Lorenzini
    Davide Lorenzini

    Sono nato nel 1997 a Milano, dove studio Giurisprudenza all’Università degli Studi. Sono appassionato di politica internazionale, sebbene non sia il mio originario campo di studi (ma sto cercando di rimediare), e ho ottenuto il diploma di Affari Europei all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano. Nel Caffè, al cui progetto ho aderito nel 2016, sono co-coordinatore della sezione Europa, che rimane il mio principale campo di interessi, anche se mi piace spaziare.

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