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    Dieci anni dopo

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    A 14 anni dagli accordi di Dayton che misero fine alla guerra in Bosnia e di 10 anni da quelli di Rambouillet sul Kosovo, uno sguardo sui turbolenti vicini balcanici dell’Italia

    KOSOVO E BOSNIA – Alcune delle realtà nazionali dell’ex Jugoslavia hanno un’architettura istituzionale alquanto instabile; è il caso del Kosovo e della Bosnia. Il primo è uno stato per modo di dire, non ritenuto legittimo da importanti nazioni quali Russia, Spagna, Grecia, Cina, oltre evidentemente alla Serbia, e la cui dichiarata indipendenza si basa soprattutto sull’appoggio americano. La minoranza serba nel paese continua a rimanere esclusa dal processo democratico e dalla vita civile e nell’ultimo periodo è stata proposta come soluzione al problema della convivenza uno scambio di territori tra Belgrado e Pristina. Cioè il riconoscimento dell’impossibilità della convivenza, lo stesso che motiva la pulizia etnica.  La Bosnia nel frattempo sta cercando, fino ad ora con scarsi risultati, di trovare un accordo tra le diverse componenti etniche per riformare la costituzione. L’incastro istituzionale uscito da Dayton infatti non fa altro che ufficializzare la divisione interna alla nazione tra federazione di Bosnia-Erzegovina, Repubblica Srpska (cioè la repubblica serbo-bosniaca, fondata da Radovan Karadzic durante la guerra) e distretto di Brcko (un’area contesa tra le altre due entità e sotto supervisione internazionale). In sostanza l’accordo ha sancito la divisione territoriale e etnica del paese stabilita dalla guerra. In questi giorni i rappresentanti politici di croati, serbi e bosgnacchi (mussulmani di Bosnia) si sono ritrovati insieme per elaborare un nuovo sistema istituzionale che riformi la costituzione di Dayton. Al sistema stabilito da questo accordo, che concede ai diversi gruppi etnici eccessivo potere di veto,  si imputa infatti il mancato sviluppo e stabilizzazione dell’entità statale.In entrambe queste situazioni la comunità internazionale è largamente coinvolta, in particolare attraverso le principali organizzazioni come la Nato, l’Unione Europea e l’Onu,  come promotrice e garante dello status quo nei Balcani. E’ evidente che un fallimento del processo di stabilizzazione dei balcani metterebbe in luce l’incapacità, già ampiamente dimostrata durante la guerra, delle organizzazioni che dovrebbero regolare le “controversie internazionali”.

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    ANCORA LA “POLVERIERA” BALCANICA? – Bosnia e Kosovo sono solo i luoghi dove i problemi appaiono in maniera più evidente, ma anche la situazione nel resto dei balcani non autorizza grande ottimismo.La Serbia sebbene abbia scelto una leadership decisamente europeista nella persona del presidente Boris Tadic, deve ancora fare del tutto i conti con il suo recente passato e con i problemi derivanti dal particolare mix etnico di questa zona dell’Europa. Lo scontro politico si è fatto molto acceso riguardo al progettato nuovo statuto che garantisce alla regione della Voijvodina, abitata per metà da cittadini di origine ungherese, una più ampia autonomia da Belgrado. Contro questa ipotesi si sono scagliate le forze radicali e nazionaliste del paese, che purtroppo influiscono ancora in maniera sostanziale sulla vita politica della repubblica. Per rendersi conto di come ancora pesi il passato di guerra nel panorama politico interno serbo, basti pensare che il secondo partito nel paese, per lunghi periodi il primo, il Partito Radicale Serbo si rifà ampiamente agli ideali nazionalisti della grande Serbia e il suo attuale presidente, Vojislav Šešelj, si trova in prigione all’Aja per crimini commessi durante la guerra.D’altronde in Serbia è ampiamente diffuso un certo risentimento verso gli Stati Uniti e l’Europa per le vicende della guerra. Infatti, guardando il risultato degli scontri armati in cui il paese è stato coinvolto negli anni ’90 praticamente in maniera continuativa, è evidente come la Serbia ne sia uscita come la grande sconfitta. Una volta centro di una grande repubblica federale, la Serbia ha visto prima l’indipendenza delle repubbliche federate di Slovenia, Croazia, Macedonia e ultimamente Montenegro, ha subito una serie di sconfitte militari da parte di sloveni, croati, e dalla Nato e infine ha visto anche il Kosovo, regione tradizionalmente molto importante per i serbi, in quanto culla della chiesa ortodossa nazionale e teatro di una battaglia contro i turchi che viene celebrata dai nazionalisti come atto fondativo dello stato serbo, rendersi indipendente. Su questo sentimento di rivalsa nei confronti delle supposte ingiustizie perpetrate dalla comunità internazionale nei confronti di un popolo fiero come quello serbo ha avuto buon gioco il movimento nazionalista, che ha governato a Belgrado nei difficili anni ’90 in una pericolosa congiunzione con ambienti criminali paramilitari, come dimostra la parabola di  Željko Ražnatovic, il famoso Arkan. In questo periodo la morsa soffocante di imponenti intrecci di potere politico, criminale, economico ha governato de facto la Serbia, attraverso anche l’eliminazione fisica dei propri avversari, come il premier liberale Zoran Ðindic.Anche in questo caso le mosse dell’Unione Europea avranno un influsso determinante sulle vicende interne della Serbia. Se il processo di avvicinamento alla Ue, sostenuto in particolare dall’Italia, come dichiarato da Berlusconi in occasione della recente visita di Tadic a Roma, riuscirà a superare lo scoglio della contrarietà di Olanda e Germania, forse questo porterà una svolta in senso moderato dell’ambiente politico serbo.  

    SERVE LA COMUNITA’ INTERNAZIONALE – La contrarietà dell’Olanda dipende soprattutto dalla mancata consegna al Tribunale internazionale dell’Aja del generale serbo Ratko Mladic. E’ quella dei criminali di guerra un’altra questione spinosa che mina i rapporti tra i paesi balcanici (non solo la Serbia) e l’Europa. Nel frattempo la Slovenia, unica ex repubblica Jugoslavia entrata nell'Unione, sta bloccando il processo di adesione croato per una controversia di confine.Sembra opportuno che l’Unione e più in generale la comunità internazionale si prendano le loro responsabilità in una situazione incerta che hanno contribuito ad creare e individuino un corso d’azione più chiaro per il processo di avvicinamento di queste nazioni alla comunità europea. In alternativa, il rischio è quello di esasperare i popoli di questa regione che ancora non sono riusciti a uscire da un lungo dopoguerra, che dura ormai da un decennio.

    Jacopo Marazia 25 novembre 2009

    Jacopo Marazia
    Jacopo Marazia

    Mi chiamo Jacopo, da 30 anni circa ho i piedi infilati nelle pantofole del mio salotto meneghino e la testa sempre altrove (grazie internet!). La storia e la politica internazionale sono state prima la mia passione e poi oggetto di studio all’Università Statale, dove mi sono laureato in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee. Europa, Russia e Balcani sono le aree geografiche che ho studiato più approfonditamente, mentre pirateria moderna, politiche energetiche e di sicurezza sono le questioni che ho seguito con più attenzione. Lavoro come copywriter presso un’agenzia di comunicazione. Mi piace disegnare e ogni tanto lo faccio anche per il Caffè. Scrivere, disegnare, fare video e grafica: il Caffè rappresenta per me un’ottima occasione per sperimentare nuovi modi per comunicare meglio contenuti di qualità. Hope you enjoy!

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