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    Cile, il business delle università

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    In Cile da tre decenni si osserva un processo di progressiva privatizzazione del sistema universitario. Uno scandalo recente ha però colpito una riconosciuta istituzione, la Universidad del Mar con sedi in tutto il paese, ed ha messo a nudo le debolezze del sistema nel quale le università lucrano a discapito degli studenti. Un fenomeno diffuso in tutta l’America Latina.

     

    DIRITTO O LIBERTA’? – I sistemi educativi si dividono in quelli dove l’educazione pubblica è maggioritaria e quelli dove l’educazione è gestita, in prevalenza, da organizzazioni private. Il primo sistema si fonda sul principio del diritto all’educazione. Nel secondo prevale il concetto della libertà d’insegnamento. Ovvero della facoltà per le famiglie di poter scegliere il tipo d’educazione che preferiscono per i loro figli. Fin qua tutto bene, salvo che, in sistemi poco regolati, la libertà di gestire privatamente le strutture educative non derivi nello sfruttamento, a fini commerciali, dell’educazione. È quello che sta succedendo in Cile da diversi anni ma che è uscito alla luce recentemente in seguito alle accuse rivolte ad una nota università, la Universidad del Mar, di trarre benefici economici dalla funzione educativa, un’azione proibita dalla legge. L’Università è accusata di filtrare oltre il 90% degli introiti ricevuti in termini di tasse d’iscrizione degli studenti a profitto dei proprietari dell’istituzione, mentre nessun fondo sarebbe stato destinato alla ricerca, un asse fondamentale dell’ateneo, oltre che alla gestione. Come risultato, l’Universidad del Mar si trovava in un costante deficit finanziario che arricchiva i suoi proprietari ma che colpiva la qualità degli insegnamenti attraverso contratti precari per i professori e una gestione dello stabilimento ridotta al minimo, o ancora l’assenza di infrastrutture.

     

    COSA ACCADE IN CILE – I fatti dell’Universidad del Mar, che adesso conta 12.500 studenti in attesa di essere relocalizzati in altri atenei in seguito all’ordine di chiusura decretato dal governo, hanno motivato la formazione di una Commissione d’Inchiesta nel Parlamento sull’intero sistema d’educazione superiore che ha rivelato quello che era già ben saputo. Ossia che il “fine di lucro” era diffuso nel sistema universitario. Altre sei università sono state incluse nello stesso studio. Inoltre il governo è coinvolto nella vicenda visto che la stessa Commisione Nazionale per l’Accreditazione (CNA), l’organo statale incaricato d’assegnare i permessi di funzionamento alle università, si è trovata implicata in uno scandalo di corruzione secondo il quale il suo direttore riceveva ingenti somme di denaro (100 milioni di pesos cileni, 200,000 US$ nel 2011) dalle università private in cambio delle certificazioni che consentivano agli atenei di funzionare e, fra l’altro, di accedere al sistema di credito con garanzia statale, il meccanismo attraverso il quale più della metà dei giovani cileni si indebita (con l’università, ma lo stato funziona da garante) per poter studiare.

    Il rapporto della Commissione rivela che il meccanismo che favoriva il lucro degli atenei era costituito da vari strumenti. In primis, le Università sono proprietarie degli immobili attraverso società immobiliari alle quali “affittano” le infrastrutture. Siccome i canoni non sono regolati, sono le stesse università a definire il costo dell’affitto. Più alto l’affitto, maggiori i benefici che escono “legalmente” dalle casse dell’amministrazione universitaria. Inoltre si è constatato che le università ricorrono alla esternalizzazione dei servizi, spesso con società “specchio” di proprietà della stessa università. Tutto ciò si svolge mentre le università sono esenti dal pagamento delle imposte. Inoltre le tasse universitarie non sono regolate a discapito dell’esistenza di quote referenziali provviste dal Ministerio dell’Educazione. È così come la laurea in odontoiatria in una università privata costa 10,000 dollari all’anno, ossia il 58% più caro del valore di referenza fissato dal governo, con il mercato come unico metro per definire l’equilibrio tra offerta e domanda. Su questo punto, la Commissione d’Inchiesta del Parlamento ha sottolineato inoltre come le università investano costantemente in pubblicità per attirare il maggior numero di studenti “consumatori”. Nel 2009 le spese di marketing hanno toccato la cifra dei 60 milioni di US$ ma allo stesso tempo il settore universitario è anche quello maggiormente soggetto a reclami, circa 3000 nel 2009 secondo il SERNAC, il servizio dei consumatori cileno, principalmente per mancato rispetto dei contratti, pubblicità ingannevole, non rispetto dei programmi di studio o richieste di pagamenti ed aumenti ingiustificati. Si deduce come, in questo modo, il diritto alla libertà d’insegnamento stia logorando il diritto all’educazione.

     

    UN MERCATO REDDITIZIO – Secondo il Servicio de Información de la Educación (SIES), una entità del Ministero dell’Educazione, nel 2009  58 delle 62 università cilene hanno presentato utili per 200 milioni di dollari. Il sistema muove 40 miliardi di dollari all’anno, cifre che lo posizionano come il settore più redditizio per “fare affari” in Cile e come il più proficuo in America Latina.

    Un vero e proprio mercato dell’educazione i cui “clienti” sono in prevalenza i giovani dei settori medio bassi della popolazione, e rappresentano spesso la prima generazione delle loro famiglie ad accedere a studi universitari. Il sistema di accesso all’università precludeva infatti fino a pochi anni fa l’accesso agli studenti delle scuole secondarie pubbliche. Sono infatti pochi gli studenti dei ceti più bassi a superare la PSU, la prova d’attitudine universitaria, per la quale è spesso necessario passare per corsi di preparazione privati e a pagamento, inaccessibili per i meno abbienti, ed ancora meno quelli che riescono ad ottenere i punteggi necessari per ambire ad una borsa di studio. Solo un giovane su dieci può contare su aiuti finanziari da parte dello Stato e meno della metà di quelli che vi accedono è originario degli strati più poveri. Oggi qualcosa sta cambiando anche se però solo in termini di accesso, nel senso che esiste sempre più offerta educativa e superare la temuta PSU non è più l’unico requisito per studiare, riconosce il Ministro dell’Educazione del governo conservatore di Sebastián Piñera. Ciononostante, bisogna segnalare che il costo dell’educazione  cilena è il più elevato al mondo. D’accordo con dati forniti dalla Banca Mondiale e dall’OCDE, le tasse universitarie in Cile rappresentano quasi la metà del PIL medio pro capite, mentre questo percentuale scende al 40% se si considerano le università tradizionali, quelle alle quali comunque, statisticamente, i ceti più bassi hanno meno accesso.

    L’importanza del settore ha fatto sì che i più grandi conglomerati mondiali abbiano messo gli occhi sul Cile, a confermare che si tratta di un settore altamente lucrativo. Nel 2009, Juan Hurtado e Linzor Capital hanno pagato US$ 70 millones per il 60% dell’ Universidad Santo  Tomás. Il gruppo statunitense Apollo ha investito US$  40 millones per la  Uniacc nel 2008 ed il consorzio Laureate ha speso circa US$ 250 milioni per l’acquisizione dell’Università Andrés Bello (2003), Las Américas (2006) e Viña del Mar (2009).

     

    Il Presidente del Cile, Sebastián Piñera

    DA PINOCHET IN POI – L’origine del nuovo sistema risale al periodo della dittatura militare di Augusto Pinochet che ha dissolto il sistema pubblico d’istruzione, preferendogli l’accesso ai privati senza però prevedere la regolazione o la trasparenza necessaria. Lo Stato provvede attualmente solo al 15% del budget dell’unica università pubblica del paese, l’Universidad de Chile, obbligando l’ateneo a sobbarcare gran parte dei costi sulle famiglie per coprire il restante 85% del bilancio. In questo modo, le strutture pubbliche sono obbligate a competere sul mercato come se fossero private, ma dovendo far fronte ad una rigidità amministrativa superiore. Uno scenario simile colpisce il sistema al livello secondario, dove una recente legge varata dal governo consente alle famiglie di ottenere il rimborso dallo Stato delle spese scolastiche, per cui molti genitori si orientano verso le scuole private. In entrambi i casi le istituzioni private escono favorite da un quadro normativo che, nel corso degli ultimi anni, ha sempre più indebolito il sistema d’insegnamento pubblico in Cile. Un vero e proprio “dumping educativo” quello che si assiste in Cile.

     

    NON SOLO CILE… – La privatizzazione dell’educazione superiore è, comunque, un sistema diffuso in tutta America Latina proprio per i suoi margini di profitto. In Colombia, delle dieci personalità più ricche del paese, quattro sono proprietari di università mentre in Perù i proprietari di università rifiutano di retrocedere sul beneficio che esentava questi stabilimenti dal pagamento di imposte, una normativa originariamente introdotta per aumentare l’accesso della popolazione agli studi superiori. In Ecuador, nel 2012,  ha creato scalpore l’azione del presidente Rafael Correa di chiudere 14 università che, secondo il mandatario, non riempivano i requisiti di qualità. Tra il 1992 ed il 2006 sono state create 30 nuove università in questo paese in concomitanza col lancio del processo di liberalizzazione del settore, una cifra considerata eccessiva. L’Ecuador conta attualmente con 71 istituzioni d’educazione superiore. In confronto, la Francia con 65 milioni di abitanti – 5 volte l’Ecuador – possiede 80 università mentre il Belgio, con 11 milioni, ne possiede appena 9.

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    Gilles Cavaletto
    Gilles Cavaletto

    Vivo a Santiago ma ho studiato temi europei. Ho lavorato in America Latina, in agenzie legate all’ONU attive nel tema della cooperazione internazionale. Per il “Caffè Geopolitico” seguo il Cile e Haiti, bellissima isola martoriata dal terremoto e dalla povertà nella quale ho lavorato.

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