utenti ip tracking
sabato 15 Agosto 2020
More

    Speciale COVID-19

    Xenofobia e Covid-19 (II): sinocentrismo e razzismo

    Analisi - Se è vero che all’estero le comunità...

    Bielorussia, la “vittoria” vuota di Lukashenko

    Analisi – Secondo i dati ufficiali, il Presidente bielorusso...

    È arrivato il cigno nero?

    Editoriale -  A gennaio avevamo provato a descrivere come...

    Erasmus da Rottamar?

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 6 min.

    Quanti di voi sanno la storia del Progetto Erasmus, vero e proprio strumento di “relazioni internazionali”? Quello che è diventato quasi un punto fermo della carriera universitaria delle ultime generazioni di studenti, soprattutto quelli più interessati a conoscere il mondo attorno a noi, vive un momento di forte difficoltà, dato che sono a rischio i fondi necessari per sostenerlo. Affrontiamo queste tematiche insieme ad un personaggio davvero speciale…

     

    SENZA FONDI– Chi vuole liquidare l’Erasmus? Il destino del programma di scambio universitario è legato all’ardua trattativa in corso a Bruxelles tra il Parlamento Europeo, che ha approvato le correzioni al bilancio necessarie a salvarlo, e il Consiglio europeo dei ministri. La trattativa, gestita da un apposito Comitato di Conciliazione, si è conclusa il 9 novembre con un nulla di fatto. Nel frattempo, una lettera firmata da più di 100 personalità dell’Unione Europea ha raggiunto le scrivanie dei capi di Stato e di governo dell’Ue, per richiamare la loro attenzione sul rischio di una prossima fine del programma. Non c’è nulla di segreto, o di illegale, in queste manovre di correzione. Semmai, c’è da chiedersi come si è arrivati a questo punto. Tutti gli allarmi scattati nell’ultimo mese sono derivati dalla mancata rettifica di una parte del progetto di bilancio UE redatto dalla Commissione nel luglio scorso. Ora che il Parlamento ha votato contro i tagli, manca solo l’approvazione del Consiglio. Ma i governi nazionali, ancora adesso, vorrebbero risparmiare risorse preziose, lasciando scoperta una parte delle borse Erasmus per il 2012. La storia di Erasmus, spesso celebrata nel segno della concordia tra Stati europei, è da sempre frutto di difficoltà innumerevoli. Tra differenze legislative, ostruzionismo delle università, colpi di mano di capi di Stato e di giovani studenti, le vicende che hanno portato alla partenza di 3.244 studenti nel 1987 (Dati Dg Eac) sono ancora disperse tra fonti varie e documenti più o meno ufficiali. Ne abbiamo discusso un sabato mattina a Bruxelles, nella casa di quello che è considerato come uno dei “fondatori” del programma.

     

    LENARDUZZI E ADONNINO – Domenico Lenarduzzi (foto), pensionato, è direttore generale onorario della Commissione. Diventato capo divisione per la cooperazione europea nell’educazione, dal 1982 al 1993, Lenarduzzi è tra gli ispiratori del primo documento riguardante un “programma di scambi tra università”, da cui nasceranno, oltre all’Erasmus, anche Comett, Petra, Youth for Europe, Lingua, Eurotecnet e Force. Nel 1984, il Consiglio Europeo di Fontainebleau incarica un Comitato speciale presieduto da Pietro Adonnino, europarlamentare del PPE, di individuare alcune proposte per incrementare il senso di appartenenza degli europei alla CEE. Il testo finale, “L’Europa dei cittadini” (su CVCE.EU il testo integrale in francese) presentato al successivo Consiglio di Milano del giugno 1985, conterrà, tra le altre cose, la proposta della bandiera a 12 stelle, la giornata per l’Europa, un inno comune, la patente, il passaporto e la carta sanitaria europea. Ma è sullo scambio di studenti che si scatena la battaglia più difficile. “È imperativo – sono le parole con cui si apre il capitolo 5 – coinvolgere la gioventù nella costruzione europea”. Si chiede perciò, al Consiglio Europeo, di “mettere in pratica un programma interuniversitario europeo di scambio e di studio, allargando questa opportunità a una porzione significativa della popolazione studentesca”. “Porzione significativa” che Jacques Delors fisserà al 10% degli universitari, ma che non sarebbe mai stata raggiunta. Tra le cause, Lenarduzzi denuncia lo scarso importo della borsa di studio, che ancora oggi non supera, in media, i 250 euro mensili. Nello stesso rapporto, viene già delineato a grandi linee il futuro sistema di crediti universitari (Ects: European Academic Credit Transfer System), per permettere il riconoscimento di esami e titoli di studio da un paese all’altro. Il rapporto Adonnino diventa il testo di riferimento per un’idea che avrebbe cambiato la vita di quasi tre milioni di studenti universitari europei.

     

    IL VUOTO GIURIDICO –Prima di Erasmus non esistevano programmi di scambio – ricorda Lenarduzzi – Le università più antiche facevano rete tra loro, per tagliare fuori le ultime arrivate. Il rettore di Siena non voleva saperne di quello di Firenze. Fatta eccezione per alcuni dottorati, i titoli di studio non erano riconosciuti all’estero”. Quello che nel 2012 è dato per scontato, lo scambio di conoscenze e “cervelli” tra centri di ricerca, negli anni Ottanta è ancora un progetto futuristico. “Fu la Danimarca uno dei primi paesi a opporsi – ricorda Leonarduzzi – I danesi, per salvaguardare l’indipendenza culturale nei riguardi di Svezia e Norvegia, temevano di perdere il controllo sul sistema d’istruzione nazionale. Difesero il loro ‘no’ a lungo, facendo appello ai Trattati di Roma”. “L’Erasmus – continua Lenarduzzi – è stato creato nel vuoto giuridico. I Trattati di Roma del 1957 non prevedevano nessuna forma di scambio tra gli studenti europei”. Solo nel 1992, infatti, l’educazione comunitaria dei giovani otterrà un articolo ad hoc, il 126, nel Trattato di Maastricht. “Consumatori” privilegiati del mercato unico, i giovani non erano mai stati chiamati in causa da Bruxelles prima degli anni Ottanta, se si eccettua un programma marginale destinato allo scambio di qualche migliaia di giovani lavoratori. Per l’Italia, invece, l’ostacolo principale rimane il valore legale della laurea. Prima di Erasmus, per laurearsi era obbligatorio seguire tutti i corsi in un’Università nazionale. “L’Italia non si è mai opposta al progetto. Ha seguito a ruota gli altri paesi, dopo aver adattato la propria legislazione”, spiega Lenarduzzi.

     

    content_1272_2

    LA SENTENZA GRAVIER – Nel 1985, una sentenza della Corte di Giustizia Europea viene in aiuto a quanti cercano di dare una base giuridica allo scambio di studenti. Françoise Gravier, una studentessa francese iscritta all’Accademie di Belle Arti di Liegi, in Belgio, si vede imporre dalla legge belga una soprattassa di iscrizione, destinata agli studenti stranieri. La Corte di Giustizia, interpellata, dà ragione alla Gravier. Far pagare a uno studente straniero una soprattassa costituisce, secondo la Corte, una discriminazione in base alla cittadinanza, vietata dall’articolo 7 del Trattato. Del pari, viene esteso al “caso Gravier” il diritto a ricevere una formazione “professionale” equivalente a quella dei cittadini belgi (diritto riconosciuto dall’articolo 128). Che la formazione “artistica” sia anche “professionale” appare ai più come una piccola forzatura. Ma è anche la spia degli ostacoli preparati dai legislatori nazionali.

     

    UNA “TROVATA” DI FRANCK BIANCHIERI – Alla fine del 1986 la Commissione ritira improvvisamente il suo appoggio all’Erasmus, per protestare contro la proposta del Consiglio di limitare gli scambi ai professori”, continua Lenarduzzi. Una controproposta che distrugge il principio stesso di far partecipare alla costruzione europea anche i giovani, e che determina un ritardo di altri 18 mesi. Per vincere le ultime resistenze, è fondamentale l’appoggio degli studenti e di François Mitterand al progetto. Lenarduzzi racconta con fare divertito la “trovata” di Franck Bianchieri, fondatore di AEGEE, una delle prime organizzazioni studentesche internazionali. Bianchieri (scomparso il 30 ottobre scorso), a quell’epoca “un giovane intelligente e sfrontato”, come lo descrive Lenarduzzi, sa che il presidente Mitterand riceve i principali attori della società civile il mercoledì a pranzo. Sfruttando le sue conoscenze nella cerchia dei consiglieri del presidente, gli fa trovare a tavola sedici studenti di diverse nazionalità. Mitterand, evidentemente colpito dall’incontro, si impegna pubblicamente a favore di Erasmus, e la conferenza di Roma del 15 giugno 1987 sancisce l’inizio del progetto per undici Paesi.

     

    CAMICIA DI FORZA –Quello di Bianchieri è stato un vero colpo di mano, oggi irrealizzabile”, ammette Lenarduzzi. “Se anche riuscissi a convincere un capo di Stato ad appoggiare il mio progetto, dovrei aspettare il prossimo decennio per metterlo a bilancio”. Un problema, quello della programmazione troppo rigida, che Lenarduzzi non esita a definire “una camicia di forza”. “Quando veniva il turno di una nuova presidenza del Consiglio dell’UE, i capi di Stato venivano a chiedermi consiglio su come fare bella figura durante il mandato – rivela – Potevo così mettere l’accento su questo o quel problema, convincere gli uni e gli altri ad appoggiare l’Erasmus. I ministri dell’istruzione italiani, in particolare, non avevano la minima nozione della cultura degli scambi. Adesso, anche con argomenti ‘forti’, è impossibile far passare un nuovo progetto prima del tempo”.

     

     

    LE ULTIME FRONTIERE DA ABBATTERE – Per Lenarduzzi, le ultime difficoltà economiche che hanno reso incerto l’avvenire di Erasmus dipendono dal fatto che “quelli che sono chiamati a decidere non hanno ancora compreso la necessità di dare ai propri cittadini una dimensione europea. Se non fossi un pensionato, prenderei il mio bastone di pellegrino e andrei a far rete con chi è più sensibile al ‘problema’”. Ripercorrendo le complesse vicende degli anni ottanta, se ne ricava un piccolo insegnamento: “non sono i testi giuridici a far la differenza, ma gli uomini che vogliono impegnarsi. Ora tutti parlano di ‘educazione, educazione’. Ma ancora non si è capito che, in un continente povero di materie prime, la risorsa più importante su cui investire rimane il capitale umano”.

     

    Jacopo Franchi

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Jacopo Franchi
    Jacopo Franchi

    25 anni, una laurea in Lettere Moderne, un Erasmus e un’esperienza da Web e Social Media Editor per Cafebabel, a Parigi. I miei interessi professionali spaziano dalla politica europea, al web e al giornalismo. Collaboro al Caffè Geopolitico perché credo nella sua missione di raccontare l’attualità internazionale, superando i nostri ristretti confini. Nel mio piccolo, credo nell’Europa unita dei popoli, delle culture e dei giovani. Grazie a Internet, possiamo realizzare uno scambio continuo e proficuo tra autori e lettori. La rivista è fatta per voi, e ha bisogno del vostro contributo, i vostri commenti e consigli  per poter crescere sempre di più.

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite