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    L’apertura di una nuova base militare da parte degli Emirati Arabi Uniti in Somaliland potrebbe mettere a rischio i rapporti tra Hargheisa e i Paesi confinanti, preoccupati dalla sempre più ingombrante presenza emiratina nella regione

    IL PROGETTO DELLA BASE MILITARE — Gli Emirati Arabi Uniti si apprestano ad aumentare la propria presenza militare nel Corno d’Africa e più specificatamente nella Repubblica del Somaliland. Secondo fonti governative della ex colonia britannica, le delegazioni dei due Paesi avrebbero firmato un memorandum of understanding (MOU) che concederebbe alle forze armate emiratine di stabilire una base aeronavale in prossimità del porto di Berbera, la seconda città più importante dopo la capitale Hargheisa. La concessione dell’area ai principi del Golfo ha una durata di venticinque anni rinnovabili, si estende a una porzione di territorio di 40 kilometri quadrati e comprende l’aeroporto e il terreno adiacente fino alla costa. Abu Dhabi, inoltre, s’impegna a fornire armamenti e addestramento alle forze di sicurezza del Somaliland. L’accordo, se concluso, rafforzerà i rapporti bilaterali tra i due Paesi che già dal 2012 cooperano attivamente in settori come gli investimenti, il commercio, la difesa e la sicurezza. Sotto il profilo degli aiuti umanitari da ricordare il significativo impegno della famiglia reale emiratina nei progetti a sostegno della popolazione del Somaliland come quello recentemente definito per combattere la siccità.

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    Fig. 1 – Uno scorcio del porto di Berbera. Con l’aumentare del fenomeno della pirateria, si è reso necessario un presidio militare e costante da parte delle truppe locali

    Un ulteriore esempio di cooperazione si è avuto nel maggio 2016 quando la società di Dubai DP World leader mondiale nel settore portuale si è aggiudicata la concessione, della durata di trent’anni, per lo sviluppo e la gestione del porto di Berbera. Il progetto prevede un investimento di 442 milioni di dollari che porterà lo scalo portuale a diventare il nuovo hub dell’Africa orientale e garantirà una crescita economica all’intero Stato. I Paesi confinanti con il Somaliland hanno espresso il loro disappunto in merito all’allargamento della sfera di influenza degli Emirati.

    L’OSTILITÀ DI GIBUTI — In particolare, Gibuti è sicuramente contrario all’implementazione del porto di Berbera che, se finanziato dai petrodollari di Abu Dhabi, diventerebbe una reale minaccia all’egemonia gibutina per il traffico delle merci da e per il Mar Rosso. Inoltre, la scelta di DP World di investire sulle potenzialità di Berbera deriva anche dallo scontro tra quest’ultima e Gibuti per la gestione del terminal container della città: infatti l’impresa di Dubai si è vista annullare il contratto di durata trentennale firmato nel 2006 poiché accusata dal governo gibutino di aver corrotto il presidente dell’autorità portuale locale per vincere la gara di appalto. L’arbitrato internazionale, apertosi a Londra nel 2014, ha raggiunto un primo verdetto nel marzo del 2016 decretando l’innocenza di Abdourahman Boreh, il Presidente della Port Authority e costringendo il governo di Gibuti a risarcire l’imputato.

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    Fig. 2 – Il porto di Gibuti, uno dei più grandi hub dell’Africa orientale che si vedrebbe minacciato dall’espansione del porto di Berbera

    L’ALTRA BASE DEGLI EMIRATI ARABI UNITI – Quella di Berbera non sarebbe la prima base all’estero degli Emirati. Quindici mesi fa è stata raggiunta un’intesa con l’Eritrea per la ristrutturazione della pista d’atterraggio, che era in pessime condizioni e la costruzione ex novo di una struttura portuale a dieci kilometri a nord di Assab. Come evidenziato dalle foto satellitari risalenti all’ottobre del 2016, le forze armate emiratine avrebbero dislocato numerosi velivoli da combattimento (Mirage 2000, elicotteri Apache, velivoli ad ala fissa senza pilota UAV, aerei da trasporto C-17 Globemaster e C-130 Hercules) e unità di fanteria corazzata (carrarmati Leclerc). Sempre dalle stesse immagini è evidente l’erosione di una considerevole parte di costa, che ha creato un’insenatura dove porre le fondamenta della futura stazione navale. Una volta che le infrastrutture militari a Berbera saranno operative, è ragionevole pensare che diversi armamenti saranno dislocati in quell’area; la strategia potrebbe essere quella di mantenere le forze aeree in Eritrea per condurre gli attacchi sul territorio yemenita e accentrare in Somaliland le forze marittime destinate a contrastare i rifornimenti iraniani via mare alle truppe Houthi.

    LE RELAZIONI TRA ETIOPIA E SOMALILAND – Questa espansione militare emiratina nel Corno d’Africa ha messo in allarme anche un’altra potenza regionale cioè l’Etiopia. Se da un lato l’ampliamento del porto di Berbera favorisce un aumento del passaggio di merci etiopi destinate ai mercati internazionali, dall’altro la militarizzazione di un Paese che Addis Abeba considera appartenente alla propria sfera d’influenza, non può che destare preoccupazione.

    Infatti, la cooperazione tra Etiopia e Somaliland si sviluppa principalmente nell’ambito del commercio e nel campo della sicurezza. Per quanto riguarda il primo, il trattato stipulato il 4 aprile del 2016, che abbassa le tariffe doganali e punta a innalzare il traffico di merci al 30% velocizzando il trasporto, è solo l’ultimo esempio della fruttuosa relazione economica intercorsa negli anni tra i due Paesi. Dal punto di vista della sicurezza, invece, l’Etiopia definisce Hargheisa un alleato strategico al quale ha offerto il proprio supporto militare concedendo armamenti e addestramento alle forze di sicurezza del Somaliland.

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    Fig. 3 – Forze armate degli Emirati Arabi Uniti in addestramento 

    I DUBBI ETIOPI – Ciò che l’Etiopia rischia di perdere è la cooperazione sul fronte sicurezza: secondo il MOU del 2016, gli Emirati Arabi Uniti supporterebbero l’apparato di sicurezza del Somaliland, mettendo a disposizione l’esperienza maturata dalle proprie forze armate sul territorio yemenita con l’operazione Decisive Storm. Ad aumentare i timori etiopi concorre anche la volontà da parte degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita di assumere un ruolo guida nella regione offrendo investimenti vantaggiosi e sfruttando il conflitto con gli Houthi in Yemen.

    In conclusione, il Presidente della Repubblica del Somaliland Silayo si trova davanti ad una scelta di politica estera decisiva per il proprio Paese, che ancora sta lottando per ottenere il riconoscimento internazionale come entità statale. Da un lato le alleanze e gli accordi economici con gli Stati confinati, che temono la concorrenza dei petrodollari, sono necessarie e devono essere preservate, dall’altra i notevoli investimenti offerti da Abu Dabi non possono essere ignorati.

    Giulio Giomi

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    Il Somaliland non ha ottenuto alcun riconoscimento da parte della comunità internazionale che ritiene il Paese membro della Repubblica Federale Somala. Avvallare la piena indipendenza del Somaliland potrebbe spingere altri territori appartenenti alla Somalia all’autonomia. Solo Etiopia, Gibuti e Turchia detengono un consolato generale ad Hargheisa. [/box]

    Foto di copertina di Clay Gilliland rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License

    Giulio Giomi

    Nato a Livorno nel 1988, mi sono laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università LUISS di Roma. Precedentemente, ho ottenuto la laurea triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università di Pisa. Sono stato uno stagista presso il NATO Defense College e l’HQ della FAO. Quando non mi occupo di geopolitica, mi dedico alle altre mie due passioni: viaggi e calcio.

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