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    Una crisi umanitaria dimenticata: i rifugiati nordcoreani

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    Nonostante la sua gravità, la crisi dei rifugiati nordcoreani è poco conosciuta in Occidente, anche per via dell’estrema segretezza che circonda il regime guidato da Kim Jong-un

    CHI SONO I “DEFECTORS” NORDCOREANI? – A partire dalla grande carestia che colpì la Corea del Nord negli anni Novanta, decine di migliaia di persone hanno attraversato illegalmente il confine con la Cina per cercare migliori condizioni di vita o per scappare dalla soffocante repressione del regime di Pyongyang. Tuttavia queste persone hanno spesso trovato abusi e violenze in terra cinese, accompagnate da atteggiamenti ostili da parte del Governo di Pechino, tradizionale alleato della Corea del Nord. I nordcoreani che decidono di fuggire dal loro Paese, infatti, corrono un rischio altissimo. Dato che il confine con la Corea del Sud è militarizzato, essi sono costretti a passare dalla Cina, dove – in caso di arresto – possono essere soggetti al rimpatrio forzato. E, una volta tornati in patria, possono venire immediatamente condannati a morte o a un decennio di lavori forzati  per “ tradimento della patria”. Le condanne ai lavori forzati vengono scontate in campi per prigionieri politici (come quello di Yodok) o per la “rieducazione della persona”, come quelli di Chungsan e Chongori. Ci sono tanti tipi di fuggitivi: c’è chi scappa all’estero (sia in Corea del Sud che in Cina) per fame o per avere protezione legale, e chi invece fugge per motivi politici. Ci sono i “defectors” di alto livello sociale o politico, come il diplomatico Thae Yong-ho (scappato con la sua famiglia ad agosto in Gran Bretagna) e i “defectors” di estrazione media o anche bassa (come Yeonmi Park, sopravvissuta al traffico degli esseri umani durante la sua fuga). In Cina ci sono circa 30mila bambini nati da donne nordcoreane, ora residenti in tale Paese, che non possono andare a scuola o avere accesso all’assistenza sanitaria: privi dei diritti basilari, questi bambini vivono come se non esistessero veramente. Tutto questo a causa di un accordo tra Pechino e Pyongyang che definisce i rifugiati come “migranti economici illegali”, senza riconoscere alcuna attenuante politica alla loro fuga.

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    Fig. 1 – Il leader nordcoreano Kim Jong-un durante la recente parata militare a Pyongyang per il “Giorno del Sole”, 15 aprile 2017

    Tuttavia la Cina  ha anche firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati, ragion per cui non sarebbe in alcun modo obbligata a rimpatriare queste persone. Nonostante ciò, essa collabora con Pyongyang per trovare i “defectors” e riportarli in Corea del Nord. Addirittura il Governo cinese arriva a pagare i suoi cittadini per far sì che riescano a trovare più nordcoreani possibili. Inoltre, in Cina i nordcoreani non hanno diritti e non sono legalmente autorizzati a cercare lavoro, quindi  tirano avanti vivendo ai margini della società, il che risulta comunque meno rischioso rispetto al ritorno forzato in patria. In Corea del Sud ci sono invece circa 29mila “defectors” che sono stati relativamente ben accettati all’interno del Paese. Diversamente dalla Cina, il Governo di Seul  supporta i coreani del Nord attraverso l’opera di organizzazioni come la chiesa cattolica sudcoreana, che lavora sin dagli anni ’50 per aiutare i rifugiati (conosciuti come “saeteomin”, ovvero “coloni della nuova terra”). La comunità cattolica del Sud porta avanti diversi programmi di inserimento sociale, di lingua e di “aggiornamento politico” per i profughi, che devono comunque affrontare forme di razzismo e ostracismo da parte della società locale.

    TRAFFICO DI ESSERI UMANI E ABUSI SULLE DONNE – A partire dalla metà degli anni Novanta, diverse organizzazioni criminali cinesi hanno approfittato della situazione per estorcere denaro ai rifugiati in cambio di aiuto per la loro fuga dalla Corea del Nord. Inoltre molte donne sono diventate vittime di gravi abusi, sia prima che dopo l’ingresso clandestino in Cina. Nel territorio della RPC si stima infatti che ci siano attualmente decine di migliaia di nordcoreane che vivono nella paura di essere catturate dalle autorità oppure di essere vendute come mogli o concubine a ricchi uomini locali. I prezzi di questo squallido mercato oscillano tra i 4 mila dollari per le donne sui vent’anni e i 2 mila per quelle sui quarant’anni. La vita per queste donne diventa ancora più difficile quando rimangono incinta di uomini violenti, che possono privarle dei figli sapendo che non hanno alcuna protezione da parte dello Stato cinese.

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    Fig. 2 – Un gruppo di rifugiati nordcoreani celebra la festa di Chuseok in Corea del Sud, settembre 2016

    Diverse donne rifugiate come Grace Jo si sono riunite il 18 marzo scorso a New York per discutere proprio di tale situazione di fronte alla Commissione sullo status delle donne delle Nazioni Unite. La Commissione rappresenta il principale organo intergovernativo che si focalizza sulla promozione dell’uguaglianza di genere e il potenziamento del ruolo della donna a livello internazionale. Questa è stata la prima volta che donne nordcoreane hanno potuto partecipare alle attività dell’organizzazione, ottenendo un notevole successo per la loro causa. Tuttavia il gruppo non è riuscito a consegnare una lettera aperta al Presidente cinese Xi Jinping in cui si chiedeva di fornire ai rifugiati diretti in Cina un passaggio sicuro verso uno Stato terzo, di cessare la caccia ai rifugiati illegali in Cina e infine di collaborare con il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite per mettere in sicurezza i “defectors”. Intervistata da Kyodo News, Grace Jo ha criticato l’atteggiamento freddo di Pechino verso la questione dei rifugiati nordcoreani: “Il Governo cinese è abbastanza testardo, non dimostra molte differenze o cambiamenti verso i fuggitivi nordcoreani”. Allo stesso tempo, però, la donna ha promesso di continuare “a fare pressioni su Pechino” con la speranza che “ci siano dei cambiamenti reali” sull’argomento. Durante l’incontro di New York si è parlato anche di come molte donne nordcoreane residenti in Cina siano state costrette a sposarsi in cambio di cibo, protezione o un lavoro. Secondo Jihyun Park, vittima di un simile matrimonio forzato, questa pratica viene tuttora messa in atto prevalentemente nelle province nordorientali cinesi. Infine va ricordata la drammatica testimonianza di Yeonmi Park, celebre “defector” e attivista per i diritti umani, che dichiarò nel 2014 di aver dovuto assistere inerme allo stupro di sua madre, sacrificatasi per proteggerla dalle mire di un trafficante cinese.

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    Fig. 3 – Due giovani “defectors” nordcoreane studiano in una scuola di Seul, giugno 2016

    PECHINO E PYONGYANG: UN RAPPORTO COMPLESSO – Sono passati circa sessant’anni dalla fine della guerra di Corea e la Cina è ancora l’alleato principale della Corea del Nord, con la quale intrattiene rapporti diplomatici tuttora abbastanza solidi, sebbene ci siano stati momenti di tensione negli ultimi anni. Nonostante ci sia stato un relativo raffreddamento del rapporto dopo il riavvicinamento di Pechino a Washington negli anni ’70, le due nazioni continuano a cooperare tra loro in termini di alleanza sia politica che economica. Tuttavia, da quando Pechino ha deciso di riallacciare i rapporti con la Corea del Sud, riconoscendo l’impegno di Seul nel migliorare i rapporti sino-coreani , si è stabilito un clima di tensione tra i due Stati che è andato ulteriormente esacerbandosi a causa dei test missilistici e nucleari di Kim Jong-un. Sebbene ci sia una forte cooperazione commerciale tra i due Paesi (la Cina resta il principale partner commerciale per Pyongyang, soprattutto nel settore delle materie prime), Pechino ha recentemente imposto il divieto di importazione del carbone nordcoreano (il prodotto più esportato dalla Corea del Nord verso la Cina) per applicare l’ultima risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite  (novembre 2016) che ha rafforzato le sanzioni  contro il regime di Kim dopo il suo quinto test nucleare. Resta da capire per quanto tempo questo divieto possa durare, dato che la mancata esportazione del carbone potrebbe avere degli effetti destabilizzanti per la Corea del Nord.

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    Fig. 4 – I rifugiati Grace Jo e Jung Gwang-il parlano all’ONU sulla situazione dei diritti umani in Corea del Nord, dicembre 2015

    Secondo Paul Haenle, direttore del Carnegie-Tsinghua Center di Pechino, «la Cina continua a dare grande valore alla stabilità [regionale], ma Xi Jinping è sempre più frustrato nei confronti di Kim Jong-un». Inoltre i test missilistici e l’omicidio di Kim Jong-nam sono stati visti come delle «violazioni gravi» da parte di Pechino: «Il Governo cinese ha preso l’assassinio come un affronto diretto. Oggi Xi è meno disposto a tollerare queste provocazioni, la Cina sta chiudendo il suo rubinetto economico per mandare un messaggio al Governo della Corea del Nord». D’altra parte il rifiuto da parte della Corea del Nord di considerare gli interessi cinesi ha danneggiato gravemente – se non addirittura irreparabilmente – il rapporto di fiducia tra i due storici alleati. Secondo i “defectors” Grace Jo e Jung Gwang-il, l’unica soluzione alla crisi dei rifugiati nordcoreani e al programma nucleare di Pyongyang sarebbe spingere la Cina a non sostenere più la Corea del Nord, favorendo la riunificazione tra le due Coree.  Tutto ciò è però molto difficile da attuare in quanto per molto tempo la Cina è stata restia ad adottare qualsiasi azione che possa anche solo minacciare la stabilità del regime nordcoreano, soprattutto per il timore che un’eventuale riunificazione della penisola coreana sotto la guida della Corea del Sud – che è un alleato chiave degli Stati Uniti in Asia-Pacifico – possa portare truppe americane al confine con il Paese.

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    Fig. 5 – Il Ponte dell’Amicizia sul fiume Yalu, che collega il territorio della Cina a quello della Corea del Nord

    Pur di mantenere una sorta di relazione amichevole con la Corea del Nord, la Cina è disposta ad assegnare una ricompensa in denaro a quei cittadini che “fanno la spia”  dichiarando di aver visto dei nordcoreani sul suo territorio nazionale. In questo modo Xi Jinping cerca non solo di ravvivare l’alleanza con Kim Jong-un, ma anche di assicurarsi una maggiore stabilità del regime nordcoreano che eviti un potenziale crollo dello Stato vicino e una gravissima crisi umanitaria alle porte di casa. Un’altra mossa che il Governo cinese ha messo in atto per mantenere saldo il rapporto con Pyongyang è stato il continuo rinnovo del trattato sino-nordcoreano di mutua cooperazione e aiuto del 1961, che implica un intervento diretto nel caso in cui uno dei due alleati si trovi in situazione di difficoltà. Lo stesso accordo siglato con la Corea del Nord secondo cui i rifugiati vengono considerati come “migranti economici illegali” è simbolo della stretta collaborazione tra Pyongyang e Pechino, le cui radici affondano addirittura in tempi remoti, quando la Cina era considerata “il regno del Cielo”.

    Claudia d’Aprile

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    Nata a Hyesan, vicino al fiume Yalu, Yeonmi Park è scappata dalla Corea del Nord nel marzo 2007. Dopo una lunga odissea in Cina, ha raggiunto la Corea del Sud dove vive insieme alla madre e alla sorella. Raccontata per la prima volta al One Young World di Dublino nel 2014, la sua storia ha fatto il giro del mondo ed è stata raccolta nel bestseller In Oder to Live, pubblicato recentemente in Italia con il titolo La mia lotta per la libertà. Nel libro Park racconta la vita in Corea del Nord, fatta di povertà e repressione governativa, e i frequenti abusi a cui vengono sottoposti i  nordcoreani in territorio cinese. Alcuni hanno però messo in dubbio la sua versione dei fatti, notando alcune incongruenze nel racconto della sua fuga in Cina. Per rispondere a tali critiche Park ha collaborato con la giornalista americana Maryanne Vollers per raccogliere le sue memorie in Inglese, lingua con cui ha poca dimestichezza e che sarebbe – a suo dire – la causa principale dei fraintendimenti relativi al suo racconto personale.[/box]

    Foto di copertina di Gage Skidmore Licenza: Attribution-ShareAlike License

    Claudia D'Aprile
    Claudia D'Aprile

    Nata a Cagliari nel 1990, ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e  quella specialistica in Governance e Sistema globale presso l’Università degli studi di Cagliari. Dopo  sei mesi di studio a Bruxelles presso la Vrije Universiteit  e tre esperienze di tirocinio all’estero presso due Istituti di cultura Italiani (a Budapest e a Sydney) e presso l’Ufficio Nazionale del turismo (a Stoccolma),  ho deciso di assecondare la mia grande passione per la politica internazionale e di collaborare con il Caffè Geopolitico per discutere di tematiche da me profondamente studiate e amate.  Sono socia del Rotaract Club di Cagliari, in cui ho avuto l’incarico di Segretaria e Presidente di Commissione Internazionale per due anni di fila, e sono anche volontaria per Emergency e Medici Senza Frontiere. Adoro la storia e cerco sempre l’occasione per partecipare ai dibattiti sui temi che mi appassionano, leggo anche molti report e riviste geopolitiche perché voglio sempre essere aggiornata in tempo reale sulla situazione politica riguardante i Paesi prevalentemente orientali e mediorientali.

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