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    L’Angola e la sfida della diversificazione

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    Puoi leggerlo in 5 min.

    L’economia dell’Angola, dopo un decennio di grande crescita trainata dalle esportazioni petrolifere, si trova a dover affrontare i problemi legati al crollo del prezzo del greggio; come si è comportato il governo di Eduardo dos Santos finora nel tentativo di diversificare il sistema economico del suo Paese?

    LA CRESCITA — Alla fine del primo decennio del XXI secolo, la situazione dell’Angola sembrava aver finalmente raggiunto un punto di svolta: nel 2002, la fine del quasi trentennale conflitto civile contro i ribelli dell’UNITA dava speranza per una normalizzazione della vita nel Paese, che aveva preso forma spinta dall’enorme disponibilità di materie prime, in particolar modo diamanti e petrolio, di cui l’Angola detiene le seconde riserve del continente dopo la Nigeria. L’industria petrolifera aveva pertanto assunto il ruolo principale nella ripresa, grazie anche all’alto prezzo del petrolio al barile, mentre la compagnia nazionale Sonangol aveva firmato numerose collaborazioni con tutte le principali compagnie petrolifere internazionali. Il Paese era diventato meta di consistenti investimenti esteri e il PIL cresceva vertiginosamente, mantenendo una media del 17% annuo nel periodo 2004-2008, con picchi superiori al 23%; in termini di incremento per-capita questo si traduceva nel passaggio dai 635 dollari del 2000 ai 4.671$ del 2008, mentre l’inflazione scendeva dal 325% di inizio millennio a meno del 9% nel 2013. In questo lasso di tempo, nessuno Stato africano ad eccezione di Nigeria e Sudafrica ha avuto una crescita maggiore; tuttavia, gli indicatori economici cominciavano a segnalare una preoccupante dipendenza dal settore petrolifero.

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    Fig. 1 – Nuovi palazzi in costruzione sullo sfondo di yacht di lusso a Luanda, novembre 2013

    L’ECONOMIA OLTRE IL PETROLIO — Le esportazioni di greggio rappresentavano il 97% di quelle totali del Paese, mentre le entrate statali legate alle tasse sul petrolio erano cresciute del 53% contro il 9% di quelle sulle altre attività economiche. Se durante la dominazione coloniale portoghese l’Angola esportava grandi quantità di caffè, zucchero, banane e cotone, garantendosi allo stesso tempo l’autosufficienza alimentare (con la sola eccezione del grano), nessuna di queste attività ha mantenuto una posizione di rilievo nell’economia angolana; per sfruttare al massimo il boom petrolifero, infatti, sono stati ridotti gli investimenti per migliorare il livello tecnologico dell’agricoltura, con il risultato di smantellare il tessuto produttivo agricolo, ridotto all’11% del PIL, e di dover importare il 90% del fabbisogno alimentare del Paese. La produzione industriale a sua volta era diventata marginale (circa 650 milioni di dollari complessivi) e legata principalmente all’industria pesante, con cemento e acciaio che ne componevano la quota più significativa. Il flusso di capitali stranieri legati alle esportazioni petrolifere, principalmente di dollari americani, aveva portato ad un innalzamento dei prezzi, soprattutto nella capitale Luanda, con la neanche tanto segreta ambizione di trasformarla nella “nuova Dubai” o “Dubai d’Africa”, dove i prezzi degli affitti potevano facilmente superare i quindicimila dollari al mese, nonostante il reddito pro-capite annuale fosse meno di un terzo.

    IL CROLLO DEL BARILE E LA CRISI — Il repentino crollo nel prezzo del petrolio, passato dagli oltre 100 dollari al barile del 2014 ai meno di 30 del 2015, ha avuto effetti disastrosi sull’economia. In mancanza di capitali esteri immessi nell’economia angolana la moneta locale, il Kwanza, ha perso molto del suo valore, provocando un aumento nei prezzi dei prodotti importati, soprattutto quelli alimentari. L’improvvisa mancanza di dollari americani ha reso difficile anche pagare l’enorme numero di professionisti e tecnici (ingegneri, medici, insegnati) che il Paese ha fatto arrivare dall’estero per sopperire all’assenza di figure qualificate autoctone e che ora minacciano di lasciare l’Angola. Gli ambiziosi progetti di sviluppo sono stati abbandonati, mentre il governo tagliava del 53% la spesa pubblica per la sanità; a Luanda la raccolta di rifiuti in alcuni quartieri è stata sospesa per mancanza di fondi, provocando il diffondersi della peggiore epidemia di febbre gialla nell’ultimo decennio, che da lì si è estesa in tutto il Paese contagiando più di 3.000 persone, mentre negli ospedali pubblici scarseggiano farmaci e siringhe. Ad aggravare il tutto vi è infine l’endemico problema della corruzione e della insufficiente redistribuzione della ricchezza generata dalle rendite petrolifere, che è andata a concentrarsi intorno alle élite politiche più vicine al presidente Dos Santos e alla sua famiglia. Isabel dos Santos, figlia del presidente e prima donna miliardaria del continente africano grazie ad un patrimonio personale stimato a 3 miliardi di dollari, è sia CEO della principale compagnia telefonica del Paese che capo della compagnia petrolifera di Stato, almeno per ora.

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    Fig. 2 – Eduardo dos Santos presiede una riunione del Comitato Centrale del partito di governo, il MPLA,  febbraio 2017

    LA REAZIONE — Il governo angolano ha quindi dato il via ad un programma di ristrutturazione dell’economia per cercare di fronteggiare la crisi che sembra aver messo un freno definitivo allo sviluppo di una delle realtà emergenti del continente. In un Paese tradizionalmente restio ad affrontare i problemi di cattiva gestione e corruzione, la risposta è stata trovata nel comunque necessario processo di diversificazione dell’economia. Nel 2015 il governo ha approvato un pacchetto di misure comprendenti una nuova regolamentazione sugli investimenti privati, la legge n°14/15, e la creazione dell’Agenzia Nazionale Angolana per la Promozione degli Investimenti e dell’Export, con il chiaro obiettivo di creare un contesto più favorevole alle attività imprenditoriali, una delle principali criticità evidenziate dal 182° posto (su 190) del Paese nell’indice della Banca Mondiale che valuta quanto il sistema giuridico sia favorevole all’avviamento di nuove imprese. La nuova legge ha abbassato del 5% le tasse per le aziende, semplificato le norme che regolano gli investimenti esteri e alleggerito le prassi burocratiche necessarie ad aprire un’azienda. Inoltre sono state introdotte agevolazioni per chi investe nelle aree meno sviluppate del Paese in sei settori strategici identificati dalla legge (elettricità e acque, turismo, trasporti e logistica, telecomunicazioni e IT, costruzioni e media).

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    Fig. 3 – Il mercato del pesce di Cabinda, enclave angolana nella Repubblica Democratica del Congo

    COSA RIMANE DA FARE — Secondo gli esperti del Fondo Monetario Internazionale, il prossimo passo che l’Angola dovrebbe intraprendere è quello di limitare l’impatto dei salari sulla spesa pubblica attraverso una politica di graduale riduzione degli stessi, controbilanciata da un incremento della produttività e dell’efficienza sostenuto investendo quanto risparmiato. Un altro importante passo potrebbe essere investire nel potenziamento dell’industria ittica. L’Angola dispone di acque pescose, sia nell’Oceano Atlantico che nei laghi e fiumi dell’entroterra; con una costa lunga 1.600 km e una zona economica esclusiva di oltre 300.000 km 2, il Paese ha un notevole potenziale da sviluppare. Inoltre, la maggioranza degli angolani assume la maggior parte delle proteine animali della sua dieta proprio dal pesce e molta della popolazione coinvolta nella lavorazione del pescato è rappresentata da cooperative a maggioranza femminile. Investire in questo settore porterebbe quindi ad aumentare l’autosufficienza alimentare del Paese, creerebbe posti di lavoro ed migliorerebbe il tessuto sociale delle comunità costiere angolane.

    Andrea Rocco

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    A metà giugno del 2016 il governo angolano si era rivolto al FMI alla ricerca di aiuto per superare la crisi, ottenendo in cambio l’offerta di un prestito da 4.5 miliardi di dollari, che aveva però poi rigettato solo quindici giorni più tardi; ad inizio settembre il Presidente Dos Santos ha sostituito Armando Manuel, il Ministro dell’Economia in carica, con Archer Mangueira, figura più vicina all’élite presidenziale. Fonti locali sospettano che dietro a questa repentina decisione vi sia l’insoddisfazione di Dos Santos per le condizioni imposte dal Fondo sul prestito e l’incapacità di Manuel di rinegoziare queste richieste.  [/box]

    Foto di copertina di D-Stanley Licenza: Attribution License

    Andrea Rocco
    Classe 1990, laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi sulle relazioni tra Angola e Cina ho conseguito un Master in African Politics presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra e sto attualmente frequentandone un altro in Chinese Studies presso la Universitat Pompeu Fabra di Barcellona dopo altre esperienze formative in ISPI e SIOI.
    In questa oscillazione tra i miei due grandi interessi ho scoperto il mare: ad oggi mi occupo principalmente di pirateria e delle dinamiche geopolitiche dell’Oceano Indiano.

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