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sabato 19 Giugno 2021

Venti di guerra in Myanmar

In breve

  • I dati riguardanti la crisi birmana diventano allarmanti: le somministrazioni del vaccino contro la Covid-19 vanno a rilento e l’economia del Paese crolla drammaticamente.
  • La crisi si sta trasformando in guerra civile, con scontri tra l’esercito birmano e le milizie etniche in varie zone del Paese.
  • L’ASEAN non è ancora riuscita a intervenire per creare un dialogo tra la giunta militare e il NUG, l’organo formato dai parlamentari della Lega Nazionale per la Democrazia e dai membri di alcuni gruppi etnici birmani.

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Analisi – La situazione in Myanmar diventa sempre più complessa: numerosi conflitti minori si stanno creando in alcune regioni del Paese tra l’esercito birmano e le milizie etniche. L’ASEAN, nonostante il meeting straordinario tenutosi in aprile, non è riuscita ancora a dare una svolta significativa alle tensioni. 

UN PAESE AL COLLASSO 

A 120 giorni dal colpo di Stato messo in atto dal Tatmadaw la situazione in Myanmar assume i caratteri di un conflitto militare pronto a sfociare in guerra civile su larga scala:  845 vittime tra i civili, oltre 5.600 arresti e almeno 1.900 persone attualmente ricercate dall’esercito per aver partecipato alle manifestazioni contro il golpe. Alla preoccupazione per la sicurezza dei civili si aggiungono i problemi del sistema sanitario e dell’economia del Paese, ormai vicina al collasso. Per quanto riguarda la sanità è diventato sempre più difficile monitorare con certezza l’andamento dei casi di Covid-19, mentre la campagna vaccinale procede a rilento: sono circa 50mila le dosi somministrate al giorno e in tutto il Paese sono state somministrate in totale solo 3 milioni di dosi, per una copertura vaccinale pari al 2,8% della popolazione.
Dal punto di vista economico il colpo di Stato ha avuto effetti significativi e, insieme alla crisi provocata dall’epidemia, i dati oggi sono allarmanti: secondo le stime del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) circa il 48% della popolazione rientra nella soglia di povertà, mentre nel 2017 la percentuale riscontrata era al 24,8%. Il sistema bancario è sotto pressione e si sono riscontrati numerosi problemi per la mancanza di liquidità delle banche: le persone infatti sono costrette già dal mattino presto a mettersi in fila per cercare di ritirare il denaro prima che questo si esaurisca. Nonostante dal 28 aprile il SAC (Consiglio di Amministrazione dello Stato) abbia ristabilito la possibilità di effettuare pagamenti tramite internet le problematiche persistono, perché spesso la rete nel Paese viene spenta dalla giunta militare, in modo da non permettere ai manifestanti di utilizzare i social network per poter coordinare le manifestazioni e per poter comunicare tra di loro. Il controllo di internet è un elemento fondamentale per la giunta militare: negli scorsi giorni è stata stilata la lista contenente oltre 1.200 indirizzi web che i provider della rete dovranno oscurare (tra questi siti rientrano alcuni social network come Facebook e Twitter, molto usati dai giovani manifestanti birmani). Persiste infine la crisi umanitaria: sono quasi 250mila le persone sfollate e fuggite alla repressione dei militari. Le principali ONG lamentano l’impossibilità di creare corridori umanitari sicuri, in modo da consegnare cibo e beni di prima necessità, poiché l’esercito si impadronisce dei carichi previsti per gli sfollati. 

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Fig. 1 – Dal 1° febbraio il Paese vive l’incubo del golpe militare: repressione e violenza sono state e continuano a essere le armi principali dell’esercito birmano

VENTI DI GUERRA CIVILE

In alcune regioni del Paese le milizie etniche si sono schierate dalla parte del NUG, il Governo di Unità Nazionale autoproclamatosi lo scorso 16 aprile come unico legale rappresentante del popolo birmano e composto da alcuni parlamentari della Lega Nazionale per la Democrazia, insieme ai rappresentanti di vari gruppi etnici birmani. Proclamatisi contro la giunta militare, in alcune aree del Myanmar si sono verificati numerosi scontri tra militari e milizie etniche: nello Stato di Shan gli scontri vengono coordinati dalle milizie etniche della Myanmar National Democratic Alliance (MNDA), dal Ta’ang National Liberation Army (TNLA) e dalle milizie dell’Arakan Army (AA), riuniti sotto il nome di Brotherhood Alliance. Ad aprile la coalizione, dopo aver inizialmente chiesto il cessate il fuoco, ha ricominciato le operazioni di guerra contro i militari, causando nei giorni scorsi 11 vittime, mentre negli Stati di Karen, Chin e Kachin i giovani stanno organizzando piccole squadre formate da un centinaio di individui, pronti a intraprendere azioni di guerra contro l’esercito birmano. 
Grazie alle coalizioni formatesi nei villaggi, la situazione si è trasformata ormai in un vero e proprio conflitto a bassa intensità: nonostante i militari siano meglio riforniti ed equipaggiati, le milizie puntano a indebolire le forze dell’esercito, in modo da allontanarli dalle zone contese. Come sottolineato più volte dai media, i gruppi armati in queste aree stanno accogliendo l’adesione di molti giovanissimi birmani, la cosiddetta Generazione Z, i quali non sono intenzionati ad arrendersi all’esercito del Generale Min Aung Hlaing e sono pronti a dare la loro vita per liberare il Paese dall’autoritarismo dei militari. 

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Fig. 2 – Le milizie etniche continuano ad attaccare i militari birmani: violenti scontri si sono verificati negli Stati di Karen, del Chin e del Kachin

AUNG SAN SUU KYI E L’IMMOBILISMO DELL’ASEAN 

Cresce intanto la preoccupazione per le condizioni della leader birmana Aung San Suu Kyi dopo che il 24 maggio era riapparsa in pubblico per la prima volta dal 1° febbraio scorso per partecipare all’udienza che la vede imputata di sei capi d’accusa. Durante la breve apparizione Aung San Suu Kyi ha potuto parlare per la prima volta di persona con i propri avvocati e con l’ormai ex Presidente Win Myint, anch’esso accusato di diversi reati. Negli ultimi giorni però è stato annunciato che sia la leader che l’ex Presidente sono stati trasferiti in una località segreta: per tali ragioni i sostenitori della portavoce del popolo birmano sono preoccupati e richiedono sempre in modo più pressante l’intervento della comunità internazionale. 
È proprio la comunità internazionale che ha mostrato in questi mesi i propri limiti, in particolar modo l’ASEAN. Nonostante lo scorso 24 aprile si sia tenuto il meeting straordinario al quale hanno preso parte tutti gli Stati membri e il Generale Ming Aung Hlaing in rappresentanza del Myanmar, l’ASEAN ha messo in luce le proprie contraddizioni interne, mostrandosi nuovamente come un’Organizzazione nella quale l’economia assume maggiore importanza rispetto alle vicende politiche dei propri membri. I punti del programma, stipulato in accordo con il Generale del Tatmadaw, non sono stati rispettati: per quanto riguarda la nascita di un dialogo costruttivo tra le parti in conflitto e la cessazione della violenza non si sono visti miglioramenti della situazione e l’esercito birmano ha continuato a utilizzare tattiche violente e repressive contro i manifestanti (dal giorno del meeting hanno perso la vita altri 100 civili). 

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Fig. 3 – Proteste a Giacarta durante il summit ASEAN dello scorso 24 aprile, che ha visto la partecipazione del Generale Ming Aung Hlaing in rappresentanza del Governo birmano

Gli aiuti umanitariprevisti nel quarto punto del documento, non riescono a entrare nel Paese, perché la giunta militare si impadronisce dei carichi contenenti i beni primari destinati agli oltre 150mila sfollati, fuggiti dalle aree in cui i militari sono penetrati con la forza. Infine l’ASEAN non ha ancora scelto il proprio inviato speciale, il quale avrebbe il compito di instaurare un dialogo costruttivo tra la giunta militare e i membri del Governo di unità nazionale. Se da una parte è previsto che una delegazione dell’ASEAN composta da Erywan Yusof, Presidente dell’ASEAN, e dal Segretario Generale Lim Jock Hoi, incontri nei prossimi giorni i leader della giunta militare, ciò non è detto che avvenga, visto che i leader militari hanno già fatto sapere che l’incontro potrebbe slittare in caso di problematiche relative alle tempistiche e alla sicurezza del Paese. Gli attori coinvolti prendono tempo, ma per la popolazione birmana che da quattro mesi vive in condizioni critiche dal punto di vista sanitario, economico e umanitario, il tempo ormai è scaduto. 

Alberto Botto

Myanmar Coup 2021.03 (11)” by nlnnet is licensed under CC BY-SA

Alberto Botto
Alberto Botto

Mi chiamo Alberto Botto, nato a Parma l’11/01/95. Laureato in International Politics and Regional Dynamics presso l’Università “La Statale” di Milano. La mia area di interesse riguarda la politica estera dei paesi asiatici, in particolar modo il Sud -Est asiatico. Appassionato di storia, di musica e di quei viaggi che ti lasciano qualcosa dentro.

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