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    Golan, la sottile linea bianca

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    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Il 6 Marzo un gruppo di 21 militari filippini appartenenti alla missione UNDOF, che opera sulle alture del Golan, al confine tra Siria e Israele, è stato rapito da una fazione di ribelli siriani. Che significato assume nell’economia della crisi siriana?

     

    LIETO FINE – Fortunatamente le cose sono andate per il meglio. I ribelli, appartenenti ad una fazione chiamata “I martiri di Yarmouk”, hanno rilasciato i caschi blu dopo qualche giorno di trattativa. Inizialmente accusati di favorire le truppe siriane, alla fine i militari filippini hanno fatto da merce di scambio. I ribelli subivano da qualche giorno bombardamenti incessanti e hanno chiesto la sospensione dell’attacco in cambio del rilascio immediato. Questa volta nessuno ha fatto ostruzione, sia il governo siriano che i capi dei ribelli hanno condannato il gesto e chiesto il rilascio degli osservatori. Gli aerei di Assad sono rimasti a terra e i militari rilasciati in Giordania. Tutto è bene quel che finisce bene? Tutt’altro. Vediamo perchè.

     

    CHI SONO I RAPITORI? – E chi lo sa? Dire che essi siano “ribelli siriani” ha scarso significato. L’opposizione siriana è talmente frammentata che non esiste un comando centrale. I gruppi di insorti sono tanti, diversi, con obiettivi e idee talvolta opposti. Ciò che accomuna le bande di combattenti è la volontà di cacciare Assad. Se riuscissero nel loro intento, è molto probabile che le varie fazioni continuerebbero a combattersi tra di loro per assumere il potere. La pletora di etnie, religioni e idee politiche che popola la Siria ha creato una grossa e pericolosa polveriera. I “martiri di Yarmouk” sembrano essere un gruppo armato di dimensioni contenute. Le organizzazioni dei ribelli siriani non hanno saputo dire molto di più. Sawsan Jabri, portavoce della Syrian Expatriates Organization, organizzazione simpatizzante dei ribelli, ha dichiarato di non aver mai sentito parlare di loro. Le organizzazioni più importanti, come Jabat al-Nusra, sono ben conosciute perchè protagoniste fin dalle prime fasi della ribellione, ma i gruppi minoritari sono difficili da identificare. Jabri, commentando il video della rivendicazione, aggiunge anche che non riesce a riconoscere l’accento dei rapitori, forse non sono nemmeno siriani. Sarab al-Jijakli, esponente della National Alliance for Syria, un altro gruppo attivista, conferma la scarsità di informazioni. Dal suo punto di vista potrebbe trattarsi di un gruppo locale e indipendente dai gruppi più importanti. Il gruppo ha probabilmente rapito i caschi blu senza alcuna visione strategica. Trovandosi sotto bombardamento, ha cercato con ogni mezzo di salvare la propria comunità dall’annientamento. Un rapimento quindi goffo, ma che per fortuna ha avuto un epilogo non tragico. Avvenimenti del genere, però, alzano il livello di preoccupazione nell’area in quanto testimoniano la completa mancanza di controllo e regole sul territorio.

     

    I soldati filippini vengono accolti in Giordania, dopo il rilascio. Fonte: New York Daily Press.
    I soldati filippini vengono accolti in Giordania, dopo il rilascio

    ALTURE SUGGESTIVE, STORIA SANGUINOSA – Il Golan è stato il fronte orientale della guerra dello Yom Kippur (1973), in cui Israele, Egitto e Siria si sono affrontanti nel tentativo, da parte degli arabi, di riprendere i territori occupati da Israele nel 1967. La missione UNDOF, istituita con la Risoluzione N.350 del Consiglio di Sicurezza, funge dal 1974 da forza di interposizione tra Siria e Israele. Molti articoli giornalistici hanno parlato in questi giorni dei soldati filippini come peacekeepers. Questo è parzialmente scorretto. Sebbene siano caschi blu,  UNDOF non è una forza multinazionale che mantiene la pace. La missione di UNDOF, un pò fuori moda di questi tempi, è molto più “classica”, ovvero vigilare sul rispetto del trattato di pace firmato tra Israele e Siria, come garante. Il suo ruolo è controllare la striscia smilitarizzata di sua competenza e vigilare sul rispetto delle limitazioni del numero di uomini e mezzi imposti ai due contendenti dal trattato. Gli uomini di UNDOF garantiscono inoltre i buoni uffici tra le due parti del confine, permettendo agli abitanti di passare da una parte all’altra per ragioni concordate (pellegrinaggi, matrimoni, ricongiungimenti etc.). Dal 1974 ad oggi il trattato e la risoluzione sono stati in buona sostanza rispettati da entrambe le parti, Israele e la Siria di Assad. Nell’ultimo anno, tuttavia, le cose sono state complicate dalla mancanza di controllo siriano e dall’allargarsi della crisi all’intero territorio siriano. Questo ha indotto gli Israeliani a dichiarare una “fascia di sicurezza” di 16 km oltre le postazioni UNDOF, nella quale intendono intervenire manu militari in caso di minacce verso il territorio israeliano. Le battaglie più cruente si sono consumate relativamente lontano dal confine, a Suwayda e Dar’a, ma ultimamente sono state rilevate diverse schermaglie al confine.

     

    E IL TRATTATO? – Cosa succederebbe se, come sperano in molti, Assad cadesse e i ribelli prendessero il controllo? Il trattato di pace tra Israele e Siria sarebbe ancora valido? Secondo diritto internazionale, il nuovo governo, ammesso che il territorio amministrato coincidesse con quello dell’attuale Siria, potrebbe subentrare come successore di Assad e quindi assumere anche gli oneri prima in carico al precedente regime. Questo garantirebbe la validità e la continuità del trattato. Ma la difficile situazione siriana lascia presagire che, se Assad perdesse, i cambiamenti sarebbero radicali e questo mette in forse il futuro di UNDOF ma, soprattutto, della calma al confine Israelo-Siriano.

     

    VICINI DI CASA – La crisi siriana è pericolosa non solo per l’instabilità interna, ma anche per il coinvolgimento internazionale. Stati Uniti, Turchia, Russia, Iran, Gran Bretagna, Francia, tutti vogliono avere un ruolo nel conflitto, ma nessuno vuole rimanere impantanato in un contesto così complesso. In tutto questo Israele sembra avere una posizione defilata. Eppure è il Paese a più diretto contatto con la polveriera siriana… Sia il precedente governo che gli analisti israeliani hanno più volte ribadito come Israele non sia interessata ad ingerenze dirette, ma a tenere i propri confini sicuri. La priorità è quindi la sicurezza nazionale, non la politica internazionale. Nel corso dei mesi i servizi di intelligence hanno cercato di raccogliere la maggior quantità di informazioni possibile per reagire, eventualmente, con prontezza. A dir la verità, i precedenti regimi dittatoriali arabi, per quanto esecrabili, erano abbastanza prevedibili e questo dava ad Israele una relativa sicurezza e la capacità di prevedere facilmente le potenziali mosse ostili. La Primavera Araba ha sconvolto questi equilibri e quindi il quadro politico di riferimento va ridisegnato. Questo può rappresentare sia una minaccia che un’opportunità. Alcuni sostengono che Israele dovrebbe assumere un profilo più attivo ed entrare in mischia, ma fino ad ora poco si è mosso. Tuttavia, il 30 gennaio, l’aeronautica militare israeliana ha compiuto un raid nel sud della Siria. I dettagli non sono noti, ma pare che l’attacco fosse rivolto ad un convoglio di armi che si dirigeva verso il Libano, probabilmente destinato ad Hezbollah. Un chiaro segno di come Israele sia sempre in guardia, forse in attesa di opportunità piuttosto che di scontro, una volta tanto. C’è anche da dire che le difficoltà del rieletto Netanyahu a trovare una maggioranza di governo non aiutano in tal senso.

     

    Marco Giulio Barone

     

    Marco Giulio Barone
    Marco Giulio Baronehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Marco Giulio Barone è analista politico-militare. Dopo la laurea in Scienze Internazionali conseguita all’Università di Torino, completa la formazione negli Stati Uniti presso l’Hudson Institute’s Centre for Political-Military analysis. A vario titolo, ha esperienze di studio e lavoro anche in Gran Bretagna, Belgio, Norvegia e Israele. Lavora attualmente come analista per conto di aziende estere e contribuisce alle riviste specializzate del gruppo editoriale tedesco Monch Publishing. Collabora con Il Caffè Geopolitico dal 2013, principalmente in qualità di analista e coordinatore editoriale.

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