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domenica 1 Agosto 2021

Roma alleato strategico di Pechino: breve storia di una bizzarra narrativa

In breve

  • Il memorandum Italia-Cina per la Belt and Road firmato a marzo 2019 è foriero di opportunità per le aziende italiane, ma non di obblighi di diritto internazionale pubblico e tanto meno di un’imprecisata alleanza politica con Pechino.
  • L’adesione dell’Italia alla Belt and Road è stata percepita da alcuni osservatori in USA e in UE come una “breccia” cinese in occidente attraverso il Paese più debole del G7, narrativa che i media cinesi non hanno esitato ad alimentare a scopo propagandistico.
  • L’annuncio di Draghi di voler riesaminare il memorandum e il ruolo dell’Italia nella Belt and Road riflette quel fronte unito del G7 nei confronti della Cina che mancava nel 2019, quando tra partner europei si gareggiava per l’accordo migliore con Pechino.

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In 3 sorsi – Al prendere forma di una China policy occidentale più coesa e ferma, in Cina come a occidente alcuni commentatori impugnano il memorandum della Belt and Road siglato dall’Italia nel 2019 e parlano di un cambio di casacca che non c’è mai stato, su ciò che rimane un utile strumento diplomatico.

1. LA NATURA DEL MEMORANDUM

A marzo 2019 il Governo Conte coglieva l’occasione della visita di Xi Jinping per siglare il memorandum che segnava la partecipazione dell’Italia all’iniziativa cinese “One Belt One Road. La siglatura di tale accordo si inseriva nella cornice di 29 intese di carattere istituzionale e commerciale orientate a migliorare su più fronti l’export italiano verso la Cina, il cui consumer market è ormai uno dei più profittevoli al mondo. Nelle relazioni internazionali sfaldate dal trumpismo, in particolare nel contesto di un’Europa frammentata in cui si faceva a gara per siglare lucrativi accordi con Pechino, non sono tuttavia mancate polemiche e rimostranze verso la scelta italiana, che offriva a Pechino l’opportunità di annunciare una “special relationship” con la seconda economia europea, a costo zero per entrambi. La natura legale del memorandum d’intesa è infatti nebulosa: per certe scuole di pensiero è una sorta di gentlemen’s agreement che “vale finché vale”, per altre forma dei vincoli di tipo morale o di soft law. Ciò che è certo è che da tali accordi non si evince un’inequivocabile volontà a vincolarsi a specifici obblighi pattizi, il che non profila alcun tipo di obbligo di diritto internazionale pubblico.

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Fig. 1 – Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi e l’allora vicepremier Luigi Di Maio al momento della firma del memorandum, Roma, 23 marzo 2019. Si noti che a firmare per l’Italia non c’era l’allora Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi

2. TRA NARRATIVA E REALTÀ

I critici del memorandum facevano però orecchie da mercante, i più feroci sostenevano addirittura che si fosse arrivati a mettere in discussione la posizione atlantista dell’Italia. Nel frattempo Pechino sentiva di aver gettato il panico a occidente e decorava il memorandum di quegli stessi significati politici che i suoi critici gli attribuivano, per farne un vettore di propaganda domestica e estera. Nel periodo che precedeva e seguiva la firma del memorandum, la stampa cinese commentava entusiasticamente le prospettive portate dalla scelta del Governo italiano, c’era chi parlava di una sorta di amore romantico tra i due Paesi, ne esaltava positivamente tanto le differenze quanto la somiglianza nei valori e, in altre parole, tesseva una narrativa che si sarebbe radicata nella concezione che il cinese medio ha (o aveva) della Repubblica Italiana: il primo di una lunga serie di Paesi europei e del G7 che, spinto da incerte condizioni economiche, cedeva alle lusinghe di una più profonda amicizia con la Cina.
In tutto ciò non si può dire che l’Italia, in particolare la Farnesina, mostrasse ambiguità: l’allineamento atlantista veniva all’occorrenza ribadito e, soprattutto, si rimarcava come i negoziatori italiani, tra gli accordi-quadro per startup, e-commerce, cooperazione finanziaria e così via, avessero inserito riferimenti inequivocabili alla protezione dell’interesse nazionale italiano, alla subordinazione all’Agenda Strategica di Cooperazione UE-Cina e al dialogo sui diritti umani – quest’ultima, area di cooperazione non pervenuta negli accordi che la delegazione cinese siglava in quei giorni con Francia e Germania.

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Fig. 2 – Foto di gruppo dei leader del G7 durante il recente summit nel Regno Unito, 11 giugno 2021. Il vertice sembra aver prodotto un fronte apparentemente unito e fortemente critico di molte posizioni del Governo di Pechino

3. FINE DELLE ILLUSIONI

Le parole di Draghi dopo il G7 sono chiare e in linea con le altre grandi economie europee: sì alla cooperazione con la Cina, no al mordersi la lingua se ci si trova in disaccordo. Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio non hanno certamente sorpreso la diplomazia cinese, semmai hanno scatenato sui social i netizens cinesi e italiani che avevano creduto alla storia di un riposizionamento politico del Bel Paese e che oggi tacciano l’Italia di incoerenza o di asservimento agli interessi americani, puntando il dito sugli accordi da 5,5 miliardi di dollari con la Marina americana o delle sei navi multipurpose FREM che l’Indonesia acquisterà da Fincantieri con il malcelato intento di mettere in discussione con più vigore le storiche pretese marittime cinesi. Chi cade dalle nuvole dopo aver immaginato un’Italia filo-cinese potrebbe aver maturato una comprensione superficiale di ciò che in primo luogo ha portato alla firma di quello stesso memorandum che oggi la Presidenza del Consiglio intende riesaminare: un prodotto coerente della diplomazia italiana, che in parte rifletteva uno zeitgeist, ma che non è mai stato ciò che i cantastorie ci hanno costruito attorno, bensì resta potenzialmente un mezzo versatile per promuovere maggiormente l’Italia in Cina.

Federico Zamparelli

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Federico Zamparelli
Federico Zamparelli

Udinese per nascita e affinità calcistica, genovese nel cuore, cittadino del mondo anche se fa un pochino cliché. Ho studiato Scienze Diplomatiche al SID di Gorizia (Università di Trieste) e proseguito con una magistrale in Global Studies, in un programma di doppia laurea con la LUISS di Roma e la China Foreign Affairs University di Pechino. Ora frequento un corso intensivo di lingua e cultura cinese alla Tsinghua University di Pechino, perché proprio non riesco a resistere al fascino del “regno di mezzo”. Parlo correntemente inglese e francese, le mie aree di maggior interesse sono l’Africa e l’Asia – in particolare la Cina – e nel Caffè metto la mia passione per l’economia, l’high tech e le politiche energetiche.

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