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    Crisi in Centrafrica

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Da dicembre la Repubblica Centrafricana è sconvolta dagli scontri tra Seleka, alleanza dei ribelli, e le truppe governative del Presidente Bozizé. Dopo una parvenza di tregua all’inizio del 2013, gli insorti hanno ripreso l’offensiva, conquistando la capitale e costringendo alla fuga il capo dello Stato. Nel frattempo, nel Paese restano i contingenti di Ciad e Sudafrica, mentre la Francia invia 300 soldati per difendere i propri cittadini. In molte zone l’anarchia è sfociata in saccheggi e violenze: si prospetta una nuova guerra silenziosa in una regione ricca di materie prime e a cavallo tra Africa subsahariana e Sahel, ma vittima di oltre cinquant’anni di crisi umanitarie? 5 domande e 5 risposte per capire la crisi in Centrafrica.

      

    Mappa della Repubblica Centrafricana con indicato il percorso della marcia di Seleka a gennaio.

    Cosa sta accadendo nella Repubblica Centrafricana?

     

    Alla fine del 2012, Seleka, una coalizione eterogenea composta da vari gruppi, tra i quali la Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace (CPJP) e l’Unione delle forze democratiche per l’unità (UFDR), si è mossa verso la capitale, Bangui. L’obiettivo primario era costringere il presidente François Bozizé da un lato ad avviare una fase di disarmo sia delle fazioni armate, sia delle milizie governative, dall’altro ad aprire un’inchiesta reale sulla morte di Charles Massi, capo del CPJP deceduto nel 2010 in circostanze non chiare. Tuttavia, la reazione scomposta del Presidente e la consapevolezza da parte di Seleka di poter sostenere uno scontro diretto con l’esercito hanno convinto l’alleanza a mirare direttamente alla guida di una fase di transizione. Dopo una tregua sottoscritta a Libreville (Gabon) a gennaio, secondo la quale Bozizé sarebbe rimasto al potere fino alle elezioni del 2016, gli scontri sono ricominciati con ancora più vigore, tanto che gli armati di Seleka sono entrati tra il 23 e il 24 marzo nella capitale e hanno costretto il Presidente alla fuga. Secondo alcuni osservatori, dietro agli insorti ci sarebbero ingenti finanziamenti dall’estero e collegamenti sia con M-23 (Repubblica democratica del Congo), sia con il Lord’s Resistance Army di Joseph Kony (Uganda e Paesi limitrofi). Addirittura, fonti locali hanno rivelato che Seleka sia costituita soprattutto da mercenari stranieri. Quel che è certo è che il movimento ha avuto origine nel Nordest della Repubblica Centrafricana, una regione storicamente trascurata, abbandonata a ridosso dei confini senza controllo con Ciad e Sudan e a maggioranza musulmana (il resto del Paese è prevalentemente cristiano). Il fattore religioso, però, non è la causa della rivolta, nonostante alcuni testimoni riferiscano di chiese date alle fiamme durante la marcia di Seleka. È indubbio, inoltre, che i miliziani abbiano atteso la fase di smobilitazione di MICOPAX, la missione di peacekeeping della Comunità economica dell’Africa centrale.

     

    Quali sono le prospettive nel breve periodo?

     

    Il presidente Bozizé dovrebbe essere in fuga verso la Repubblica democratica del Congo, mentre in Centrafrica sono arrivate nuove truppe da Ciad (sul campo da alcuni mesi) e Sudafrica, a sostegno delle Forze governative, oltre a 300 soldati francesi per la tutela dei cittadini transalpini. Attualmente in Centrafrica non esiste un’autorità di riferimento, poiché attorno alla capitale e alle maggiori città stanno ancora proseguendo gli scontri. Il capo di Seleka, Michel Djotodia, si è proclamato Presidente, quindi è stato costituito un Governo provvisorio guidato da Nicolas Tiangaye: i ribelli hanno confermato la propria volontà di proseguire sulla strada dell’accordo di gennaio e di quelli precedenti, ossia avviare una fase di transizione che conduca alle elezioni del 2016. Ciad, Francia e Stati Uniti stanno sollecitando Seleka a deporre le armi e ad ampliare il percorso previsto dalla tregua di Libreville anche alle componenti governative. I Paesi confinanti e le potenze impegnate nel Paese stanno operando affinché gli insorti non riescano ad abbattere completamente il sistema, poiché sarebbe un incoraggiamento per i gruppi ribelli dell’Africa centrale, soprattutto per M-23. Oltretutto, la vittoria di Seleka rappresenterebbe un fallimento sia per l’ECCAS, che vedrebbe vanificato il proprio (già ambiguo) lavoro di gestione della crisi, sia per gli Stati che hanno garantito una qualche protezione a Bangui, ossia il Ciad e il Sudafrica, con il quale esiste un accordo segreto di assistenza militare. A questo punto, le alternative sono tre: una mediazione che riporti Bozizé alla guida di un Governo di unità nazionale (ipotesi favorita dalle forze democratiche), un esecutivo ampliato a tutte le componenti, ma senza Bozizé (progetto gradito ai ribelli), oppure una transizione guidata totalmente da Seleka (improbabile, perché inasprirebbe il conflitto e sarebbe osteggiata dalla comunità internazionale).

     

    Licenza CC: Flickr, hdptcar.
    Il presidente della Repubblica Centrafricana, Francois Bozizé, forse in fuga verso la Repubblica democratica del Congo.

    Qual è la natura dell’intervento francese?

     

    Nella Repubblica Centrafricana vivono circa 1.200 cittadini francesi e 250 militari. Il ministro degli Esteri di Parigi, Laurent Fabius, ha comunicato che non sussiste alcun pericolo per loro e che, quindi, non sia necessaria un’operazione di evacuazione. Tuttavia, il presidente Hollande ha disposto l’invio di altri 350 soldati, al momento per il solo rafforzamento della sicurezza dei cittadini francesi e delle strutture diplomatiche. Secondo fonti ufficiali di Parigi, il contingente non avrà altri compiti, né potrà essere coinvolto in operazioni a sostegno delle fazioni in campo: «Non siamo stati né minacciati, né presi di mira e non siamo un obiettivo. La Francia non è parte in causa nella vicenda e non favorirà alcuno schieramento» (“Le Parisien”). Hollande ha avuto un colloquio con Ban Ki-Moon, ma è improbabile che la Francia possa spingersi ad intraprendere una missione su vasta scala come in Mali.

     

    C’è un collegamento con la crisi in Mali?

     

    No, non c’è alcun collegamento diretto, poiché si tratta di due regioni storicamente diverse e di dinamiche non assimilabili. Nonostante ci sia da parte di alcuni membri di Seleka la tendenza a riferirsi alla lotta delle popolazioni musulmane del Nordest del Paese contro il Governo centrale, il fattore religioso non è la causa scatenante dell’insurrezione e non ci sono istanze indipendentiste. Durante l’avanzata degli insorti verso la capitale ci sono stati episodi molto gravi di violenza, con varie chiese cristiane distrutte, ma per molti analisti è più probabile si tratti di casi di puro banditismo e di singole fazioni che non rappresentano la volontà di Seleka di aprire un conflitto religioso. Ancora non sono state confermate le notizie circa la presenza di un elevato numero di combattenti provenienti dall’estero, né, sebbene sicuramente siano impegnati anche gruppi dell’Islam radicale, è possibile determinare per adesso quanto essi siano effettivamente organizzati e quanto possano influenzare i vertici di Seleka.

     

    Quali rischi possono derivare dal collasso della Repubblica Centrafricana?

     

    In ottica geopolitica macroregionale, è evidente che il Centrafrica sia in una posizione strategica, a cavallo tra l’Africa subsahariana e il Sahel, oltre a essere un Paese ricco di diamanti, oro, petrolio e uranio. Se la situazione non fosse gestita con lo specifico obiettivo di conciliare gli schieramenti in modo più ampio possibile, un ulteriore incremento dell’instabilità porterebbe a un preoccupante vuoto proprio nel punto di connessione tra il corridoio islamista che unisce il Corno d’Africa all’Africa nordoccidentale e l’area d’azione di alcuni tra i più organizzati gruppi ribelli del continente. La sicurezza – anche economica e sanitaria – nella regione era già difficilmente controllabile, cosicché il crollo della Repubblica Centrafricana minerebbe profondamente la precaria stabilità dello scacchiere. Bisogna specificare, però, che l’azione di Seleka dovrebbe essere letta alla luce delle dinamiche storiche della Repubblica Centrafricana, costantemente vittima di colpi di Stato e mutamenti violenti dei vertici di potere, senza istanze secessioniste o marcatamente religiose. A intimorire, pertanto, è un’ulteriore diminuzione del controllo del territorio, quindi una notevole facilitazione per il transito di traffici illeciti lungo frontiere pressoché inesistenti.

     

    Beniamino Franceschini

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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    5 Commenti

    1. Ciao Roberto, grazie per l’apprezzamento e per i tuoi interventi. Batangafo è sotto il controllo degli insorti da metà dicembre e il problema principale da un punto di vista politico-militare era ed è tuttora l’sotilità della popolazione nei confronti di Seleka. Gli ultimi aggiornamenti riportavano di una situazione medico-sanitaria più o meno gestibile nel centro urbano, mentre alla periferia, soprattutto per le limitazioni alla circolazione dei mezzi, andava molto peggio. Oltretutto, MSF aveva passato agli ospedali locali gran parte dei propri medicinali. Credo che sia già partita a inizio anno una squadra speciale per rinforzare i centri di MSF in Centrafrica, che dovrebbero essere 4 o 5, tra i quali Batangafo. (Beniamino Franceschini)

    2. Verissimo, purtroppo. L’articolo è incentrato sugli aspetti politici e geopolitici della vicenda, però il riferimento ai progetti medici è inevitabile, tant’è che mi è sembrato importante specificare che, quando si parla di “sicurezza”, bisogna intendere anche quelle medico-sanitaria ed economica.

    3. oltre al rischio di chiusura dei nostri progetti di primary health care, reproductive health e HAT (malattia del sonno)

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