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    Malvinas-Falkland, contesa infinita

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    “Sei d’accordo che le isole continuino a mantenere il loro attuale statuto di Territorio d’Oltremare?” Questa è stata la domanda posta dal referendum indetto dalla Gran Bretagna nelle Malvinas-Falkland il 10 e l’11 marzo. Sui 1672 elettori che si sono recati alle urne,  il 99,8% ha risposto “si”. Un’iniziativa non riconosciuta dal Governo argentino, destinata ad aumentare la tensione mai sopita per la sovranità dell’arcipelago.

     

    MALVINAS O FALKLAND? – Bella domanda. Non sarebbero trascorsi 180 anni se fosse stato così facile trovare una risposta. Lo stesso nome rivela una contesa storica delle isole battezzate dal colonialismo. Gli inglesi le occuparono per primi nel 1690, intitolandole a Lord Falkland. Successivamente fu il turno dei francesi, che cambiarono il nome in Malouines dal 1764, diventate Malvinas solo due anni dopo con l’occupazione spagnola. Dal 1811 l’arcipelago fu poi abbandonato e reintegrato ufficialmente nel 1820 dall’Argentina, divenuta indipendente nel 1816. Fu però la Gran Bretagna ad avere l’ultima parola. Il territorio fu infatti occupato nel 1833 e annesso ufficialmente come colonia ai possedimenti dell’Impero.

    Questi sono i fatti, ineluttabili e certi. Come altrettanto certa è la responsabiltà criminale di una delle dittature più crudeli  della storia, intenzionata a riconquistare le isole con la guerra del 1982 solo per occultare la tragedia di 30.000 desaparecidos. Certo è stato anche l’opportunismo di Margaret Thatcher in un momento in cui l’egemonia britannica andava incontro a un inevitabile declino geopolitico. Aveva ragione Borges quando considerava la guerra un pericolo più per gli argentini che non per gli inglesi. Dal 19 marzo al 14 giugno di quell’anno, vi furono 649 morti per l’Argentina e 255 per la Gran Bretagna. La guerra delle Malvinas-Falkland è stata probabilmente il risultato della peggiore prova politica dei due Paesi dopo la fine della seconda guerra mondiale.

     

    IL PARADOSSO DELL’AUTODETERMINAZIONE – L’esito del referendum era scontato. Sarebbe anche inutile spiegarne il perché, considerando la possibilità offerta ai kelpers, gli abitanti delle isole, di decidere se continuare ad essere cittadini britannici o diventare argentini. Ciò che invece desta molta perplessità è la motivazione fornita dal governo britannico per legittimare la votazione. Facendo riferimento al principio di autodeterminazione dei popoli, si chiama in causa uno dei motivi programmatici della Carta delle Nazioni Unite, motore del processo di decolonizzazione e una delle principali norme che regge l’intero diritto internazionale. Il principio viene infatti invocato da territori sottoposti a un governo straniero, di tipo coloniale o comunque usurpato con la forza. E fino a prova contraria si parla di Falkland, non di Malvinas. Per intenderci, l’autodeterminazione è invocata dai palestinesi, dai tibetani, dai kosovari o dai catalani, seppur considerando le fondamentali differenze che intercorrono tra i casi. Potrebbe essere quindi considerata una giustificazione possibile per la creazione di un’improbabile “Kelperlandia”, non per legittimare un’enclave coloniale attraverso l’uso superficiale di un prezioso strumento democratico. Se così non fosse l’Assemblea Generale dell’Onu avrebbe ormai già da tempo archiviato la questione, e gli Stati Uniti, nel riconoscere da sempre l’amministrazione de facto britannica, non avrebbero ammesso allo stesso tempo l’esistenza di un conflitto di sovranità. Appellarsi al principio di autodeterminazione,  oltre a rappresentare un’indebita appropriazione ideologica, significa cancellare con una scheda referendaria la memoria dei tanti algerini, indiani o vietnamiti morti nelle guerre di liberazione.

    La questione è stata sottoposta al vaglio dell’Assemblea Generale sin dal 1946, anni in cui il nome delle isole rientrò nella lista ONU dei “territori non autonomi”. Lo stallo perenne è dovuto all’impossibilità per l’Assemblea di prendere una decisione senza riconoscere la volontà degli isolani, nel rispetto però dell’integrità territoriale intesa come legame storico-geografico con il paese vicino. C’è una condizione nella prassi che permetterebbe però a quest’ultimo criterio di avere la meglio sulla volontà della popolazione . E’ il caso in cui i residenti siano stati in qualche modo “trapiantati”, e la maggior parte dei kelpers hanno quasi tutti origini britanniche. Da questo punto di vista è indubbio che le Malvinas siano argentine, sia considerando l’invasione britannica del 1833, sia consultando molto più semplicemente una cartina geografica.

     

    LA POSIZIONE DELL’ONU – Le Nazioni Unite, il cui maggior successo, seppur controverso, è rappresentato  proprio dal ruolo che hanno ricoperto durante il processo di decolonizzazione, hanno da sempre invitato l’Argentina e la Gran Bretagna al tavolo delle trattative. La montante tensione raggiunta nel 2012, anno del trentesimo anniversario dalla guerra, ha però deteriorato notevolmente il già precario equilibrio diplomatico tra i due Paesi. Basti ricordare la decisione di inviare il principe William in missione di pace nei cieli australi, e quella della Kirchner di disertare la cerimonia d’inaugurazione alle Olimpiadi di Londra. O ancora la provocazione di Cameron nell’issare la bandiera delle Falkland accanto all’Union Jack il 14 giugno, e la lettera aperta pubblicata a pagamento dal governo argentino tra le pagine del Guardian e dell’Independent il 3 gennaio, giorno dello sbarco della Royal Navy nel 1833.

    Nonostante tali episodi abbiano abbassato in modo critico il livello della diplomazia anglo-argentina, il referendum rischia di farli sembrare delle piccole scaramucce tra governanti dispettosi. La discutibile legittimità dell’iniziativa britannica ha infatti delle implicazioni dirette con gli equilibri dell’intera comunità internazionale. Decidendo di non prendere in considerazione l’opposizione argentina, la Gran Bretagna ha di fatto ignorato le risoluzioni 2065 e 3149 dell’ONU, che impongono ai due paesi di negoziare il processo di decolonizzazione e il divieto di azioni unilaterali per una soluzione pacifica della controversia.  Ciò che può sembrare un libero esercizio di pratica democratica rischia di tradursi in realtà in una deformazione istituzionale, per cui uno dei cinque Paesi al mondo ad avere un seggio permanente e il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, finisce per utilizzare dei principi fondativi in modo strumentale, sminuendo lo sforzo profuso dal Comitato di decolonizzazione che prende in esame il caso ogni anno dal 1965.

     

    malvinas mapaTHAT’S ALL “FALKS” – Verrebbe da chiedersi il perché di tanto accanimento intorno a un arcipelago di circa 12.00 km quadrati. Innanzitutto la sua posizione geografica. A due passi dallo Stretto di Magellano e da Capo Horn, le isole sono un portale di accesso diretto ai minerali e agli idrocarburi dell’Antartide. Ma questo in prospettiva futura. Il ricompattamento latinoamericano intorno all’Argentina e la determinazione con cui il Foreign Office è deciso a mantenere l’autorità sul territorio, dipendono dalle imponenti risorse petrolifere che si trovano sui fondali dell’Oceano. Così come sottolineato da un’inchiesta di Attilio Bolzoni pubblicata su Repubblica, dal 2016 diverse compagnie petrolifere, la britannica Rockhopper Exploration su tutte, inizieranno a scavare, e dal 2018 si stima che potranno essere estratti circa 120.000 barili di petrolio al giorno. Sostiene ancora Gennaro Carotenuto tra le colonne di “Latinoamerica” che il potenziale petrolifero dell’area si aggiri intorno ai 3mld di barili, portati addirittura a 60 da Maurizio Stefanini in un articolo su “Limes”. Se si considera che le attuali riserve argentine si aggirano sui 2,6 miliardi e quelle britanniche sui 3,8 miliardi di barili, questo può dare la misura del grande interesse che gravita sulle Malvinas-Falkland, un avamposto di cruciale importanza nella ricerca petrolifera.

     

    IL 2013 –  E’ indubbio che nei prossimi mesi le Malvinas-Falkland torneranno prepotentemente ad animare il dibattito internazionale. L’Argentina approfitterà del seggio non permanente ottenuto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU con 182 voti a favore per mettere la questione all’ordine del giorno. La Gran Bretagna dal canto suo non perderà occasione per utilizzare il referendum come strumento di pressione su Washington.  A questo c’è da aggiungersi l’involontaria dichiarazione di Papa Bergoglio che infittisce di nuove sfumature una trama coloniale di difficile soluzione. Durante un’omelia pronunciata nel 2012 da arcivescovo di Buenos Aires, l’attuale Pontefice invitava i fedeli a ricordare il sangue sparso sul territorio argentino “usurpato”. Un alleato alla causa inaspettato, di cui Cameron dovrà senz’altro tener conto, così come dovrà tener conto dell’appoggio mostrato all’Argentina dal Commonwealth caraibico (Bahamas, Santa Lucia, Barbados, Saint Vincent e Grenadine, Jamaica e Grenada su tutti) in seno alla Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC).

    L’unica cosa certa sembra essere il lampante anacronismo che circonda l’intera vicenda. Senza voler tirare in ballo esempi forse troppo ingombranti, continuare a parlare di Malvinas o Falkland sarebbe come parlare nel 2013 di una Papua Occidentale olandese piuttosto che indonesiana, di una Goa portoghese piuttosto che indiana, o ancora di una Hong Kong britannica e non più cinese. La lista degli esempi sarebbe troppo lunga. Forse è vero che l’Argentina a causa della guerra abbia perso la più ghiotta possibilità di rientrare in possesso dell’arcipelago, ma se così fosse si legittimerebbe l’occupazione subita nel 1833. Forse è anche vera l’ipotesi secondo cui le Falkland non saranno mai più Malvinas. A quel punto però sarebbe piuttosto fuorviante sostenere che il processo di decolonizzazione possa considerarsi concluso.

     

    Mario Paciolla

    Mario Paciolla
    Mario Paciolla

    Laureato nel 2011 presso L’Orientale di Napoli, negli ultimi anni ha vissuto per i più svariati motivi tra Valencia, Parigi, Jodhpur e Salta. Ha partecipato alla realizzazione di alcuni progetti in Asia e in Sudamerica. Prima con la ONG indiana Sambhali Trust per un lavoro di Women Empowerment destinato a ragazze dalit, poi con la Organización Argentina de los Jóvenes para las Naciones Unidas sui temi della cittadinanza e la partecipazione democratica dei giovani. Scrive anche per altre organizzazioni e da diversi anni porta avanti collaborazioni giornalistiche preparando nuovi viaggi. Da grande vorrebbe diventare la sintesi perfetta tra McMurphy, Zorba e Fitzcarraldo.

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