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lunedì 20 Settembre 2021

India-Myanmar: relazioni pericolose

In breve

  • Dopo trent’anni di sforzi politico-diplomatici mirati a riavvicinare l’India al Myanmar il golpe dello scorso febbraio rischia di vanificare tutto riportando il gelo tra i due Paesi.
  • La fuga di migliaia di attivisti e oppositori del regime oltreconfine, facilitata dai forti legami culturali, rischia di trasformare il nord-est dell’India nella roccaforte della resistenza contro la giunta al potere in Myanmar.
  • L’ombra della Cina incombe sulle relazioni India-Myanmar e mette Delhi davanti a un bivo: condannare il golpe, spingendo così il Myanmar tra le braccia della Cina, o tacere mettendo a repentaglio la propria credibilità democratica.

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Analisi – Obiettivi politici e di sicurezza comuni hanno portato a un lento e progressivo processo di riavvicinamento tra India e Myanmar che il recente colpo di Stato minaccia di arrestare. Ora l’India deve scegliere: condannare il golpe e spingere il Myanmar tra le braccia della Cina o optare per il silenzio. Una scelta quest’ultima che rischia di minare la credibilità di Delhi e scatenare proteste negli Stati indiani confinanti con il Myanmar.

L’IMPORTANZA DEL MYANMAR PER L’INDIA

Il Myanmar è Paese fondamentale per l’India. Oltre ai profondi legami storici e culturali, i due Stati condividono circa 1.640 chilometri di confine di terra e oltre 700 chilometri di confine marittimo nella Baia del Bengala. Porta di accesso per l’India al Sud-est asiatico, il Myanmar è al centro delle due principali strategie regionali di Delhi ossia il Neighbourhood First e la Act East Policy. Priorità di Delhi è quella di sviluppare la connettività regionale al fine di rafforzare le relazioni con i Paesi ASEAN. In questo contesto Naypyidaw gioca un ruolo cruciale. Due progetti infrastrutturali avviati da tempo, ossia l’autostrada India-Myanmar-Thailandia e il Kaladan Project che mira a collegare Calcutta al Mizoram attraverso il porto di Sittwe (capoluogo del Rakhine), dovrebbero servire questo scopo. Tuttavia le due opere mirate a incentivare la mobilità transfrontaliera e a ridurre l’influenza cinese nella regione, sono in forte ritardo. Il mancato completamento delle infrastrutture è legato alla scarsa sicurezza del confine. Caratterizzato da geografia impervia, il confine India-Myanmar è infatti teatro di traffici illegali e delle attività di numerosi gruppi armati in lotta contro i rispettivi Governi centrali. Tra questi spicca l’Arakan Army, milizia autonomista attiva negli Stati di Rakhine e Chin, che ha portato avanti azioni sistematiche contro le infrastrutture finanziate dall’India. Alla presenza di milizie legate al nazionalismo Chin, Mizo e Kachin si somma quella dei gruppi ostili a Dehli. Sono circa 3mila i guerriglieri indipendentisti sparsi tra Nagaland, base operativa del National Socialist Council e gli Stati di Assam e Manipur. Questi gruppi sono stati oggetto negli anni di operazioni di counter-insurgency portate avanti dalle forze armate indiane anche oltreconfine. Le crescenti minacce alla sicurezza hanno spinto Delhi a stringere legami sempre più forti con il Tatmadaw (le Forze Armate birmane) nel corso del tempo. Ora, però, il golpe del febbraio scorso ha complicato la situazione. La porosità del confine sta consentendo la fuga in India di migliaia di birmani e la presenza tra questi di attivisti e oppositori del regime rischia di mettere in crisi le relazioni tra i due Stati.

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Fig. 1 – Un dimostrante pro-democrazia arrestato da un soldato nella città di Mandalay, marzo 2021

IN FUGA VERSO L’INDIA

La repressione delle proteste messa in atto dalla giunta guidata dal generale Min Aung Hlaing sta spingendo migliaia di cittadini del Myanmar, appartenenti alla etnia Mizo e provenienti dallo Stato Chin, a cercare riparo in India. Approfittando dell’affinità etnica e religiosa in molti sono scappati in Mizoram, Stato a maggioranza cristiana come il Chin. Col passare dei mesi anche gli altri Stati indiani di Manipur e Nagaland hanno offerto riparo a migliaia di rifugiati e questa pressione sul confine sta creando problemi enormi all’India per almeno due ragioni. Anzitutto il fatto che tra i birmani giunti in India vi siano esponenti delle forze di polizia, guerriglieri e oppositori al regime destabilizza Delhi. L’India, infatti, non vuole che il nord-est del Paese si trasformi nella roccaforte della resistenza democratica contro la giunta militare al potere. Offrire riparo a chi scappa dalle persecuzioni rischia di compromettere oltre vent’anni di sforzi politico-diplomatici che hanno avvicinato Delhi al Tatmadaw. In secondo luogo la fuga dal Myanmar sta creando un importante scontro tra Istituzioni federali e Stato centrale in India. Non appena iniziato l’esodo, Delhi ha ordinato agli Assam Rifles (truppe paramilitari che controllano la frontiera nordorientale) di sigillare il confine. Inoltre il Governo indiano ha imposto alle Autorità locali di respingere ed espellere coloro i quali entrano in territorio indiano. Ciononostante le Istituzioni federali dello Stato di Mizoram si sono rifiutate di obbedire agli ordini. Considerando i birmani in fuga come “fratelli”, lo Stato del nord-est indiano aveva addirittura approvato un regolamento per facilitare il loro arrivo, poi ritirato a seguito della pressione del Governo centrale. Da febbraio circa 10mila birmani, tra cui un l’attuale capo del Governo locale dello Stato di Chin, oltre a una ventina di deputati appartenenti alla Lega Nazionale per la Democrazia (LND) di Aung San Suu Kyi e ad alcuni membri delle forze di sicurezza, hanno trovato riparo in Mizoram. In questo contesto, l’atteggiamento ostile di Delhi rischia di scatenare proteste in tutto il nord-est solidale con i “fratelli” in fuga.

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Fig. 2 – Ex poliziotti birmani fanno il saluto delle tre dita in un campo profughi nello Stato indiano del Mizoram, marzo 2021

UNA STRATEGIA DA RIPENSARE

Quanto sta avvenendo in Myanmar potrebbe costringere Delhi a ripensare la propria strategia regionale. Lo straordinario esercizio di equilibrismo della comunità strategica indiana, in bilico tra promozione della democrazia e rafforzamento dell’apparato di sicurezza birmano, è divenuto difficile da sostenere. Facilitati dalla (relativa) svolta democratica del Myanmar e dalle comuni minacce alla sicurezza, i rapporti tra i due Paesi si sono rafforzati dal 1993 in poi. Ora, però, il supporto che Delhi ha garantito al Tatmadaw rischia di rivelarsi un boomerang. Complessivamente il 52% dell’export militare indiano nel periodo 2016-2020 è andato in Myanmar. Le commesse principali hanno riguardato siluri leggeri Shyena, sistemi di rilevamento (radar e sonar) e munizioni per carri armati T-72. Allo stesso tempo le Forze Armate indiane hanno portato avanti con il Tatmadaw numerose azioni congiunte al confine. Questa politica intrappola oggi l’India in un circolo vizioso. La vendita di armi e il supporto indiano al Tatmadaw, principalmente mirato a ridurre l’influenza cinese, sta producendo l’effetto indesiderato di rafforzare le pretese autoritarie dei militari in Myanmar. Oggi Delhi si trova nella difficile posizione di non poter né appoggiare il regime, nell’occhio del ciclone per la feroce repressione del dissenso in atto, né condannarlo senza rischiare di perdere un alleato nella lotta ai gruppi indipendentisti e, soprattutto, di isolarlo spingendolo tra le braccia della Cina. A Delhi è ancora viva la memoria di quanto accaduto sul finire degli anni Ottanta, quando la scelta di difendere con forza la democrazia favorì le relazioni Cina-Myanmar. Oggi l’ambiguità indiana nei confronti del golpe è motivata dalla paura di ripetere gli errori passati.

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Fig. 3 – Il premier indiano Narendra Modi (a destra) insieme al Presidente birmano Win Myint nel 2020. Win Myint è stato arrestato e destituito dai militari durante il golpe dello scorso febbraio

L’OMBRA DEL DRAGONE

Delhi sa che il Myanmar è terra contesa. Pechino è infatti il primo partner commerciale di Naypyidaw. Un quarto delle esportazioni del Myanmar, trainate da gas e rame, termina in Cina. L’India non si classifica nemmeno tra i primi cinque mercati per l’export birmano. Inoltre, nonostante gli sforzi compiuti da Delhi negli anni, il Myanmar non compare tra le prime nazioni per investimenti diretti esteri indiani, mentre Pechino nel 2019 è stato il secondo Paese per investimenti diretti a Naypyidaw, dietro solo a Singapore. In questo contesto anche la dipendenza del Tatmadaw dalla Cina permane. Nonostante il tentativo delle Forze Armate birmane di diversificare i propri fornitori, circa il 50% dell’import militare del Myanmar proviene dalla Cina. Inoltre il supporto (sempre negato da Pechino) alle milizie autonomiste presenti al confine tra India e Myanmar è un ulteriore jolly nelle mani della Cina. Il Myanmar ospita anche infrastrutture critiche per Pechino (oleodotti) e riveste un ruolo chiave nel progetto della Via della Seta marittima, che prevede investimenti in infrastrutture strategiche nella Baia del Bengala. In altre parole la presenza cinese in Myanmar è già enorme e lo sforzo di Delhi nel contrastarla rischia di essere vanificato dai recenti accadimenti. Il tormento dell’India nasce dalla consapevolezza che gli spazi lasciati vuoti in politica internazionale vengono presto riempiti. Se Delhi scegliesse di disimpegnarsi, per Pechino si aprirebbero autostrade in Myanmar e in tutto il Sud-est asiatico.

Tiziano Marino

With State Counsellor of Myanmar Aung San Suu Kyi” by narendramodiofficial is licensed under CC BY-SA

Tiziano Marino
Tiziano Marino

Analista politico e ricercatore, dopo la laurea magistrale in Relazioni Internazionali all’Università Roma Tre con specializzazione in “Pace, Guerra e Sicurezza”, ho conseguito un master in Studi Europei al College of Europe di Varsavia con una tesi sulla politica di vicinato dell’UE in Medioriente. Appassionato di sicurezza internazionale e geoeconomia, scrivo di UE, area MENA e Asia meridionale. Ho lavorato per i quotidiani HuffPost Italia e l’Indro, sono stato ricercatore per l’Istituto Affari Internazionali (IAI), e attualmente collaboro con Eastwest.eu e New Eastern Europe. Nella mia vita precedente ho viaggiato e vissuto in India e in Australia dove per sopravvivere ho lavato piatti e raccolto fragole.

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