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    Pensieri parole azioni

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    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    La scena mediorientale è dominata da dichiarazioni e contrasti aperti. Ma esiste una differenza tra pensieri, parole e azioni.

     

    IL REALE VALORE DELLE AZIONI – Partiamo dalla dichiarazione di annessione dei siti sacri nella West Bank; essa non cambia la situazione già esistente sul campo, in quanto entrambi i siti erano già circondati da insediamenti di coloni, protetti a loro volta da contingenti di soldati. Pertanto per i Palestinesi questo rendeva già difficile, se non impossibile, avvicinarvisi, come mostrato alcuni anni fa nel documentario “Land of the Settlers” di Chaim Yavin.

     

    L’importanza dell’evento dunque non è la dichiarazione in sé, ma il messaggio che probabilmente si è voluto dare, ovvero che anche una rinuncia a tali luoghi non potrà avvenire senza lunghe, difficili – e nelle speranze dei nazionalisti infruttuose – trattative.

     

    Analogamente l’approvazione del piano di 1600 nuove abitazioni a Gerusalemme Est (foto a destra) non si discosta da ciò che ciclicamente viene dichiarato fin dai tempi del governo Olmert (e prima ancora), tuttavia la tempistica indica ancora una volta un messaggio diretto all’amministrazione USA (nella foto in alto Barack Obama con Bibi Netanyahu): mandate i vostri inviati, ma noi non siamo disposti ad accettare qualunque vostra imposizione.

     

    DICHIARAZIONI URLATE – E ora? Le dichiarazioni israeliane, le dure repliche USA, la netta presa di posizione del Quartetto con l’indicazione della creazione di uno Stato Palestinese entro due anni, la replica di Netanyahu sul proseguimento del piano di costruzioni, le dichiarazioni di Ban Ki-Moon a Gaza, sono una spirale negativa causata dal fatto che tutte le parti in gioco sono cadute nella trappola della diplomazia urlata.

     

    I negoziati funzionano meglio quando i toni pubblici rimangono pacati: questo permette infatti di trattare silenziosamente senza la necessità di dichiarazioni eccessive per placare l’opinione pubblica. Quando l’onore di uno stato o l’amor proprio di una popolazione non devono essere difese, risulta più semplice impiegare toni concilianti.

     

    Ora le nette posizioni USA sono state viste oltre il semplice rimprovero per dichiarazioni affrettate, rappresentando una sfida diretta all’ultra-destra israeliana. Che non può quindi tirarsi indietro dal rispondere a tono, pena la perdita di faccia e di credibilità di fronte all’intero paese.

     

    Né possono ridurre le proprie richieste Washington, l’ONU o il Quartetto, perché farlo ora sarebbe visto dal mondo arabo come una resa nei confronti di Israele. Né gli USA né l’ONU possono permettersi di mostrarsi deboli ora: l’impegno dell’ANP verso una politica di protesta pacifica e lo scarso impatto della “giornata della Rabbia” proposta da Hamas (le proteste si sono rivelate limitate nell’estensione e nella durata, lontane dallo scatenare quella “terza intifada” spesso paventata dai media occidentali) sono risultati che potrebbero essere stravolti e la strada del radicalismo militante potrebbe riprendere forza.

     

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    QUALI I REALI PENSIERI? – Il pensiero di tutti gli attori in gioco molto probabilmente è come uscire da tale situazione. Innanzitutto proprio la necessità di non perdere la faccia impedirà che i toni si plachino in pochi giorni.

     

    Da un lato il desiderio degli USA è probabilmente escludere i due elementi più influenti ed estremi del governo Netanyahu, ovvero Avidgor Lieberman di Yisrael Beitenu e Eli Yishai dello Shas, sostituendo loro e i loro partiti con il Labor di Barak e il Kadima di Tzipi Livni. Likud, Labor e Kadima disporrebbero di 68 parlamentari, cosa che conserverebbe la maggioranza anche ipotizzando la perdita di qualche membro scontento del Likud.

     

    Ma Netanyahu, che pure desidera mantenere i buoni rapporti con gli USA a causa della questione iraniana, sa che, come fa notare Bradley Burston su Haaretz, è paradossalmente più facile scontrarsi con Barack Obama piuttosto che con Rabbi Ovadia Yosef, capo spirituale dello Shas. Ciò che più spaventa Israele è uno scontro fratricida che veda contrapposti coloni e ultraortodossi – la maggioranza a Gerusalemme e dintorni – ai moderati, e l’esercito diviso tra queste due fazioni per opera dei Rabbini militanti.

     

    Ecco perché Netanyahu esita a sganciarsi da quegli stessi elementi che stanno portando Israele all’isolamento internazionale. Perché per ora il mondo esterno fa meno paura di quello interno.

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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