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    Il Kosovo e la sua guerra al crimine organizzato

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    I Balcani sono da molto tempo una rotta privilegiata per la distribuzione dell’eroina in Europa. Il traffico di droga non conosce guerre, conflitti nazionalistici, che anzi sfrutta per crearsi uno spazio e muoversi in maniera più facile. Dopo gli anni novanta con la caduta dei regimi comunisti, questi territori sono diventati terreno fertile per le mafie.

     

    TERRENO FERTILE – Il Kosovo in particolare è diventato con il tempo un territorio fatto su misura per le mafie. La presenza di un quadro internazionale nebuloso, la persistenza di tensioni etniche, un’economia spenta e un tasso molto elevato di disoccupazione, hanno favorito il potenziamento delle cosche locali, che avevano già una certa reputazione.

    Dopo la dichiarazione d’Indipendenza del Kosovo, sul territorio opera anche l’Unione Europea con la missione EULEX: quest’ultima ha come obiettivo anche la lotta al crimine organizzato che coinvolge in maniera diretta le istituzioni di Pristina e Bruxelles. Infatti la missione esercita un ruolo di sostegno alle autorità kosovare nella lotta al crimine organizzato e di monitoraggio. La stessa EULEX è stata oggetto di critiche per l’incapacità di condurre delle indagini nei “piani alti” della politica kosovara e di arrivare a risultati di minor valore rispetto alle possibilità.

     

    IL CASO KELMENDI – Nel quadro della lotta contro il crimine organizzato, dove il Governo di Pristina è stato spesso criticato, il 5 maggio la polizia kosovara cattura il presunto narcotrafficante Naser Kelmendi in base ad un ordine d’arresto internazionale. Dopo due giorni di detenzione, in base alla legge kosovara, senza un accordo tra il Kosovo e lo stato dove il presunto criminale è ricercato, la polizia kosovara è obbligata a lasciarlo libero. Kelmendi è infatti ricercato in Bosnia Erzegovina per traffico di droga ed omicidio. Inoltre, su di lui esiste un mandato di cattura emesso dall’Interpol.

    La Repubblica del Kosovo, non è riconosciuta dalla Bosnia Erzegovina e non fa parte dell’Interpol. Quindi, Kelmendi viene rilasciato. Lo stesso giorno del rilascio viene catturato dalla polizia della EULEX in base ad un ordine di cattura rilasciato dall’Ufficio della procura speciale della EULEX. La stessa EULEX non ha nessun potere di estradizione di un cittadino kosovaro, ma si fa carico di facilitare l’operazione tra il Kosovo e la Bosnia Herzegovina.

    Naser Kelmendi
    Naser Kelmendi

    Kelmendi ha una reputazione “di tutto rispetto” nell’ambiente del crimine organizzato. Dalla Bosnia dichiarano che è uno dei più potenti narcotrafficanti dei Balcani. Su di lui, esiste un “Kingpin act” una lettera inviata da Barack Obama ai membri del Congresso, dove si proibisce a individui o compagnie americane qualsiasi tipo di trattativa o affari con lui.

     

    LA ROTTA BALCANICA DEL NARCOTRAFFICO – Oggi l’importanza che il Kosovo riveste nella famigerata via balcanica, la rotta che i narcotrafficanti sfruttano per esportare in Europa le droghe provenienti dall’Afghanistan, è maggiore che in passato. Dal Kosovo si stima che provenga almeno il 40% dell’eroina venduta in Europa e America del Nord.

    Questa percentuale, a partire dal 2002, in realtà sarebbe aumentata, arrivando secondo le stime di Interpol all’80% circa, complice il boom registrato dalla produzione di oppio in Afghanistan. Se infatti tra il 1992 e il 1995 si producevano 220 – 240 tonnellate di oppio grezzo all’anno, nel 2007, stando alle cifre snocciolate da Unodc (United Nations office on drugs and crime) la produzione ha toccato le seimila tonnellate di eroina trattata nelle raffinerie, che si moltiplicano, specialmente nella parte meridionale del Paese, dove la rediviva guerriglia talebana controlla buona parte del territorio. Dall’Afghanistan l’eroina, passando attraverso Iran e Turchia, approda nella parte meridionale della penisola balcanica. Poi arriva in Kosovo, da dove viene smistata oltre confine, generalmente attraverso i passi montagnosi che lo collegano al Montenegro e all’Albania.

     

    OLTRE IL NAZIONALISMO – Il Kosovo, però, non è un paradiso solamente dei clan malavitosi albanesi. Pristina è un porto franco per tutte le mafie di tutte le etnie. Gli intrecci criminali non seguono necessariamente i rapporti politici tra gli Stati.

    C’è un precedente che illustra come in nome degli affari sporchi lo steccato etnico possa essere rimosso. Nelle elezioni parlamentari del 1992 Milosevic decise di provocare gli albanesi del Kosovo candidando nelle circoscrizioni elettorali della provincia Zeljko Raznatovic, meglio conosciuto come Arkan, che nei mesi precedenti si era distinto per i massacri compiuti prima in Slavonia (Croazia) e poi in Bosnia. Arkan venne eletto, anche perché gli albanesi boicottarono il voto seguendo le direttive di Rugova. Appena insediatosi, spiegò che il Kosovo non sarebbe più stato un problema per la Jugoslavia, minacciando in poche parole di riservare agli albanesi lo stesso trattamento avuto dai croati e dai musulmani di Bosnia. Presto dimenticò però i suoi doveri di “patriota” e si mise a fare affari con la mafia albanese, smerciando droga e riciclando denaro.

     

    TENTATIVO DI SVOLTA – L’arresto di Kelmendi, ha un duplice obiettivo per le autorità di Pristina. Da una parte il Kosovo ha bisogno di dimostrare che è capace di intraprendere anche in maniera autonoma azioni contro le organizzazioni criminali nel suo territorio. Dall’altra, come sostenuto dal suo premier Thaci, le autorità kosovare hanno bisogno che il Kosovo entri a fare parte delle istituzioni internazionali  il più presto possibile (ad esempio in questo caso l’adesione a Interpol avrebbe facilitato le operazioni).

    La dicotomia politica-corruzione tipica di tutti i Balcani crea infatti l’ambiente ideale per la fioritura della criminalità organizzata. Il caso Kelmendi rappresenta solo la punta dell’iceberg. Senza collaborazione e un strategia mirata da parte di tutti gli attori coinvolti nella lotta al crimine organizzato, il Kosovo rischia di rimanere un territorio perfetto per le mafie.

     

    Juljan Papaproko

     

    Juljan Papaproko
    Juljan Papaproko

    Juljan Papaproko è nato a Tirana. Laureato in Scienze Politiche a Torino con una tesi sulla Guerra del Kosovo. Collabora con diverse testate giornalistiche in Italia e in Albania. Il suo centro di interesse è l’Europa e i Balcani, binomio difficile ma affascinante. Diverse esperienze di vita a Torino, Firenze, Parigi, Bruxelles e Berlino. Condivide con il Caffè la stessa passione per la geopolitica.

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