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    Catherine Ashton si presenta per la prima volta all’opinione pubblica internazionale… già sulla difensiva. Tutto si può dire del nuovo “ministro degli esteri dell’Unione”, tranne che il suo mandato incominci all’insegna dell’entusiasmo

    UN INIZIO DIFFICILE – A molti commentatori la sua nomina è sembrato un compromesso al ribasso tra i paesi membri più importanti e la baronessa una personalità dal basso profilo internazionale (il suo incarico più importante nella comunità internazionale fino ad ora era un anno passato come commissario al commercio dell’Unione). I critici rimproverano a Catherine Ashton anche una scarsa esperienza nell’ambito della diplomazia, essendosi fino ad ora occupata di welfare e commercio, e suggeriscono che la sua nomina sia dovuta più che alle reali capacità di mediatrice nel dialogo tra le nazioni, alla volontà del suo padrino politico, il premier britannico Gordon Brown. A poco più di un mese la Ashton si trova già ad affrontare il primo fallimento dell’Unione nel dare una risposta efficace e coordinata al disastro di Haiti. Di fronte alle domande del quotidiano francese Le Figaro l’Alto responsabile per la politica estera dell’Unione  ha alzato la guardia, incassato, e provato a ribattere alle critiche sul suo operato e dell’Unione.

    L’INTERVISTA A “LE FIGARO” – La Ashton ha dovuto in primis spiegare il motivo per cui non si sia recata sul posto per coordinare l’attività internazionale ad Haiti. La baronessa britannica si è giustificata dicendo che gli era stato chiesto dai rappresentanti ONU di non venire per non intralciare il lavoro dei soccorritori, che non è né un medico né un pompiere e che quindi non sarebbe stata di nessuna utilità. Viene comunque da pensare che ciò che si chiede al ministro degli esteri europeo non è certo di essere d’aiuto dal punto di vista pratico (non le si chiede di scavare a mani nude tra le macerie, nè di suturare ferite), quanto di svolgere un lavoro politico di coordinamento e di organizzazione della grande macchina dei soccorsi (coordinamento che, come ormai è noto anche all’opinione pubblica italiana grazie alla polemica transatlantica tra il capo della protezione civile Bertolaso  e il segretario di Stato Usa Clinton, è totalmente mancato) e che per fare questo una maggiore vicinanza fisica della Ashton sarebbe stata utile, oltre a costituire un’evidente simbolo della volontà dell’Unione di agire di concerto di fronte a queste tragedie. La Ashton si mostra consapevole del fallimento europeo e il messaggio di miss Pesc suona un po’ tristemente come: “caspita, stavolta abbiamo toppato, ma la prossima andrà meglio!” Quando il giornalista le chiede se “non pensa che la solidarietà europea avrebbe dovuto essere più visibile?” la Ashton risponde candidamente: “Sicuramente trarremo una lezione da questo evento. Come migliorare la nostra azione? Avremmo potuto intervenire più rapidamente?” Chissà come risponderebbero alle questioni che tormentano il politico europeo, gli haitiani, che forse contavano proprio sull’efficacia degli aiuti dei paesi ricchi per non sprofondare ulteriormente nella disperazione. Le risposte della baronetta di Upholland alle critiche sulla gestione dell’emergenza non sembrano aver fugato i dubbi sulla preparazione della britannica a svolgere l’importante ruolo istituzionale, ma nell’intervista la Ashton ha affrontato anche questioni di più lungo corso. Per quanto riguarda l’Afghanistan la Ashton ha annunciato la nomina di un inviato speciale che gestisca con una sola voce i rapporti della Commissione e del Consiglio Europeo con la NATO e l’ONU. 

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    POLITICA ESTERA UE? – La ministra degli esteri ha anche delineato gli ambiti verso cui si indirizzerà la nuova politica estera comune della UE: “Voglio che il nuovo servizio (di relazioni esterne, ndr) sia distintamente europeo. Non si tratta di raddoppiare o riprodurre ciò che gli stati europei fanno già tanto bene. Si tratta di vedere dove l’Europa può apportare un valore aggiunto rispetto a quello dei ventisette membri. (…) Per esempio vogliamo sostenere la sicurezza economica nel mondo. Il nostro sostegno allo sviluppo, al commercio, allo stato di diritto e alla giustizia, tutto questo aiuta a consolidare gli Stati, dà più sicurezza a loro e a noi. Lo stesso per i cambiamenti climatici per i quali c’è una grande domanda di assistenza. Questi sono ambiti in cui l’Europa unita può aggiungere qualcosa a quello che fanno i singoli Stati.” Anche di fronte a questi vaghi (per forza di cose, visto che la Ashton si è insediata a novembre nella funzione che ricoprirà per i prossimi cinque anni) obiettivi sorge qualche dubbio rispetto al peso politico che l’inglese potrà conferire alla nuova figura del ministro degli esteri dell’Unione. Nel programma si fa unicamente riferimento a sicurezza economica, ambientale, dei commerci, ma non si parla direttamente di una politica europea di difesa comune, che, nelle intenzioni dei padri dell’Unione era una parte fondamentale del secondo pilastro del Trattato di Maastricht quello della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC), ma ha sempre segnato il passo nel progetto di integrazione europea.

    CONCLUSIONI – E’ sicuramente presto per trarre conclusioni sull’operato del nuovo Alto Rappresentante, ma l’inizio non sembra proprio esaltante. Di fronte al momento di crisi del progetto comunitario e alle diffuse critiche che hanno accompagnato la sua elezione, forse Lady Ashton avrebbe dovuto presentarsi in maniera più decisa. Il rischio è quello di alimentare le convinzioni di chi pensa che l’Europa comune sia un progetto fallimentare, che lei sia stata eletta proprio per il suo basso profilo, in modo da non togliere spazio di manovra ai governi degli Stati membri in materie delicate come i rapporti internazionali e la difesa (e primi fra tutti proprio gli Inglesi che negli ultimi anni si sono smarcati non poco rispetto agli altri Stati membri in politica internazionale  e di sicurezza). Il lavoro è innegabilmente difficile, ma Catherine Margaret Ashton, Baronessa di Upholland ha cinque anni per zittire i critici. E l’Unione ha assolutamente bisogno che lei ci riesca.   

    Jacopo Marazia

    Jacopo Marazia
    Jacopo Marazia

    Mi chiamo Jacopo, da 30 anni circa ho i piedi infilati nelle pantofole del mio salotto meneghino e la testa sempre altrove (grazie internet!). La storia e la politica internazionale sono state prima la mia passione e poi oggetto di studio all’Università Statale, dove mi sono laureato in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee. Europa, Russia e Balcani sono le aree geografiche che ho studiato più approfonditamente, mentre pirateria moderna, politiche energetiche e di sicurezza sono le questioni che ho seguito con più attenzione. Lavoro come copywriter presso un’agenzia di comunicazione. Mi piace disegnare e ogni tanto lo faccio anche per il Caffè. Scrivere, disegnare, fare video e grafica: il Caffè rappresenta per me un’ottima occasione per sperimentare nuovi modi per comunicare meglio contenuti di qualità. Hope you enjoy!

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