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    Abbiamo frainteso Occupy Turkey?

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    Non si placano le contestazioni e i duri scontri in Turchia, mentre tra gli osservatori imperversa il dibattito sull’interpretazione dei fatti. Eppure le rivolte non sono in primo luogo contro l’islamizzazione, bensì contro il metodo di governo autoritario di Erdogan, accusato di voler cancellare la democrazia anche tramite misure gradite ai religiosi più radicali.

     

    GLI AGGIORNAMENTI: OCCUPY TURKEY – In Turchia continuano ancora gli scontri che da una settimana stanno attraversando il Paese. I manifestanti hanno preso d’assalto anche alcune sedi del partito di Erdogan, l’AKP, nelle principali città turche e il bilancio dei morti è salito sicuramente a tre, dopo che ieri un ragazzo è stato colpito da un proiettile ad Antiochia. Il presidente della Repubblica, Gul, da parte sua ha invitato alla calma e, incontrando il capo dell’opposizione, Kilicdaroglu, ha escluso che le elezioni previste per il 2014 possano essere anticipate. A prendere posizione contro il Premier è anche una tra le principali confederazioni sindacali turche, che ha indetto uno sciopero per oggi e domani. Ieri Erdogan si è recato in visita in Marocco, sostenendo che le proteste fossero ormai nella fase conclusiva, ma i fatti, purtroppo, stanno mostrando l’esatto contrario.

     

    UN PUNTO DI VISTA – Col passare dei giorni, emerge sempre più chiaramente come in Turchia non sia in atto uno scontro tra islamisti e laici, né, meno che mai, tra conservatori e progressisti. L’argomentazione della resistenza all’islamizzazione del Paese è divenuta la lettura preferita da molti osservatori, soprattutto nel mondo occidentale, ma in realtà, pur essendo presenti nelle manifestazioni istanze di laicità, la problematica principale resta la contestazione a Erdogan, e conseguentemente all’AKP, poiché il Primo Ministro, forte dei risultati elettorali, sta governando con cipiglio decisionistico e con insofferenza verso le richieste delle opposizioni. Tutto questo, però – lo ripetiamo – all’interno di un sistema che, nonostante le evidenti lacune, resta sostanzialmente democratico (Erdogan ha vinto consultazioni regolari), con dinamiche tipiche anche dei Paesi occidentali e ben diverso da altre situazioni nel Vicino Oriente. Le folle di piazza Taksim imputano a Erdogan di voler imprimere alla Turchia una svolta autoritaria e islamista, con i toni più aspri rivolti verso il rischio della cancellazione della democrazia. Il conflitto è contro il metodo di governo: l’islamizzazione, il modello economico spregiudicato e la politica estera sono elementi presenti e comprimari nelle proteste, ma collegati alle accuse indirizzate al Primo Ministro di usare maniere dittatoriali. Ecco perché in Turchia si sta assistendo a vicende simili a quelle dei movimenti “Occupy” e non a un fenomeno paragonabile alle cosiddette “Primavere arabe”: non c’è alcun despota da deporre, né l’unità dello Stato è in pericolo. E sicuramente non è da rimpiangere una Turchia nella quale il compito di dettare i tempi e ritmi della vita politica competeva all’esercito.

     

    Beniamino Franceschini

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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