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    La svolta di Qusayr

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    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    Un Assad che sembra più saldamente in sella, un’importante battaglia vinta dalle sue forze, gli USA che lo accusano di usare armi chimiche e decidono di armare i ribelli… cinque domande e cinque risposte per capire le ultime evoluzioni della guerra in Siria.

     

    Si è recentemente parlato di una battaglia vinta dalle forze di Assad contro i ribelli vicino alla cittadina di Qusayr… perché è stato importante?

    Di scontri tra ribelli e forze leali al regime ce ne sono molti in Siria, ma Qusayr è particolare. La località è in posizione strategica: controlla le linee di comunicazione terrestre tra la capitale Damasco e le città a nord, e principalmente la zona a maggioranza Alawita (gli sciiti fedeli ad Assad) sulla costa del Mediterraneo. Per il regime è dunque essenziale per poter muovere truppe e rifornimenti più in libertà. Anche per i ribelli era un’importante base logistica, attraverso la quale passavano molti rifornimenti di armi e munizioni dal Libano.

     

    Ma come ha fatto Assad a vincere? Non era quasi spacciato?

    Negli ultimi mesi l’Iran ha incrementato il suo appoggio ad Assad, fornendo armi, equipaggiamenti e uomini, sotto forma di istruttori delle Guardie della Rivoluzione (i pasdaran) e di miliziani di Hezbollah giunti dal Libano. Questi aiuti hanno permesso di avere più truppe (grazie a Hezbollah), di addestrare e riorganizzare le milizie Shabiha, che erano poco più di bande armate, in una forza militare almeno decente, chiamata Forza di Difesa Nazionale. I comandanti lealisti hanno poi organizzato un piano di battaglia efficace, con l’aiuto di artiglieria e aviazione. I ribelli invece erano disorganizzati, poco coordinati tra loro, e le potenze occidentali finora non hanno fornito loro le armi che avrebbero permesso di combattere più alla pari. Il risultato è stata la vittoria delle forze di Assad a Qusayr.

     

    assad
    Assad sembra in grado di recuperare terreno. Come si comporterà l’Occidente?

    Assad dunque sta per vincere la guerra?

    Non è così semplice. Quella di Qusayr è stata solo una battaglia: importante, ma non è ancora possibile dire quanto decisiva. Gran parte del paese è ancora pieno di forze ribelli, che possono ricevere armi anche da altre direttrici, e Assad finora ha mostrato di perdere i vantaggi acquisiti in ogni grande scontro non appena il grosso delle sue forze si allontanano, perché finora aveva troppi pochi uomini per mantenere il controllo. E’ certo però che per il regime le cose ora stanno volgendo al meglio: l’aiuto di Hezbollah gli permette di esercitare una pressione maggiore e di controllare più territorio, così come l’appoggio iraniano gli fornisce armi e addestramento per rendere migliori le sue truppe. Inoltre, ormai la maggior parte di chi voleva disertare l’ha fatto, e questo rende le sue forze rimaste più fedeli.

     

    In mezzo a tutto questo, gli USA – e forse anche alcuni paesi europei – hanno dichiarato che forniranno armi ai ribelli. Perché ora?

    L’amministrazione Obama non ha voluto aiutare subito con armi i ribelli per evitare che ne beneficiassero anche gruppi estremisti, come era successo in Libia. Così facendo però l’aiuto fornito ai ribelli è stato molto limitato e, finora, non sufficiente ad abbattere il regime. Chiunque abbia seguito le discussioni a Washington sa che proprio per questo il Presidente ha subito molte critiche, venendo accusato di non avere un piano, di essere indeciso, di aver addirittura indirettamente contribuito allo stallo – e dunque al massacro – in Siria privando i ribelli dell’aiuto necessario. Nemmeno la prudenza rispetto ai gruppi estremisti pare aver pagato, perché questi gruppi sono comunque cresciuti in importanza e numeri, indebolendo le formazioni invece più moderate. Si può dire dunque che Qusayr sia stato uno scontro effettivamente decisivo, nel senso che ha posto l’amministrazione USA davanti all’evidenza che senza aiuti militari diretti c’è addirittura il rischio che Assad possa infine vincere. Ovviamente non a breve, forse solo tra mesi o anni, ma questa possibilità ora viene tenuta in considerazione.

     

    Gli USA, come motivazione, adducono l’uso di armi chimiche da parte di Assad. Ma sarà vero?

    Non è possibile saperlo con certezza. Le voci sull’uso di armi chimiche si rincorrono da settimane, ma per il pubblico è difficile reperire informazioni affidabili. Inoltre entrambe le parti in Siria continuano ad accusarsi a vicenda. Ma nella situazione attuale ha davvero importanza? I danni al paese e le vittime civili sono già molto elevate e l’uso o meno di armi di distruzione di massa non cambia comunque la sostanza della questione umanitaria, già critica. Inoltre senza aiuti militari i ribelli non appaiono capaci di vincere, e Assad, nel caso continui a ricevere appoggio iraniano, può diventare sempre più forte. Armi chimiche o meno, il prospetto è che senza aiuto esterno questa rimanga una guerra lunga, sanguinosa, e con forti perdite civili. In un conflitto sfuggito di mano ai contendenti sul campo per diventare uno scontro “per procura” tra potenze, per gli USA l’unica possibilità per impedire al fronte pro-Assad di trionfare rimane aiutare i ribelli a girare la partita a loro favore più velocemente, con armi, equipaggiamenti e, forse, un aiuto diretto come una no-fly zone. Nella speranza serva anche a ridurre i massacri.

     

    Lorenzo Nannetti

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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