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mercoledì 25 Maggio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

E se il Partito Democratico perdesse le midterm?

In breve

  • L’8 novembre 2022 gli Stati Uniti voteranno i rappresentanti alla Camera dei Rappresentanti e un terzo dei membri del Senato. Sarà un’elezione chiave per il Partito Democratico e per l’amministrazione in carica del Presidente Biden.
  • Queste saranno le prime elezioni dalla legislazione di ridistribuzione che ha ridisegnato i distretti legislativi statali.
  • Nel caso in cui il Partito Repubblicano ottenesse la maggioranza sia alla Camera che al Senato, per l’Amministrazione Biden e per i democratici potrebbero aprirsi nuovi scenari e limiti.

 

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Caffè Lungo – L’8 novembre 2022 si terranno le elezioni congressuali cosiddette di metà mandato o “midterm”. Storicamente generano meno affluenza delle presidenziali, ma non significa che siano meno importanti. Infatti questa tornata elettorale è fondamentale per il Partito Democratico. Se questo perdesse la maggioranza al Congresso si aprirebbero nuovi scenari per la politica statunitense e per il Presidente Biden.

MIDTERM: COSA INFLUENZA I RISULTATI?

Il primo martedì di novembre molti cittadini statunitensi voteranno i loro rappresentanti alla Camera e al Senato. Queste elezioni sono conosciute come midterm e segnano un punto di svolta per l’Amministrazione in carica, in quanto sono spesso considerate un referendum sulla performance del partito del Presidente. Nel 2022 le elezioni si terranno l’8 novembre e verranno votati tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 34 dei 100 seggi del Senato, mentre 39 Stati terranno elezioni statali e locali per eleggere Governatori o rappresentanti interni.
Tuttavia ciò che è interessante è il fatto che queste saranno le prime elezioni negli Stati Uniti toccate dalla legislazione di ridistribuzione che ha seguito il censimento del 2020. In questa occasione tutti i 50 Stati hanno ridisegnato i propri collegi elettorali. Inoltre, in alcuni casi, è cambiato anche il numero di seggi spettanti per la Camera, a causa di aumenti o diminuzioni della popolazione residente. Ogni Stato ha applicato una regola diversa, ma tutti hanno modificato la loro mappa congressuale. Questo processo di ridistribuzione è stato molto criticato, in quanto c’è il pericolo che le leggi colpiscano direttamente, e in modo negativo, i distretti con un’alta percentuale di minoranze, creando uno squilibrio nel sistema elettorale. Per questo motivo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha pubblicato una guida che sottolinea l’importanza del voto e come la ridistribuzione non può influire nel limitare che questo diritto venga esercitato. Nello specifico il Dipartimento ha rimarcato che qualsiasi schema di ridistribuzione o pratica elettorale discriminatoria può minacciare il diritto fondamentale di voto ed è conseguentemente considerata illegale. Per questo il documento ha voluto chiarire che le nuove giurisdizioni devono rispettare le leggi federali nel momento in cui mettono mano alle mappe legislative.
La ridistribuzione non è l’unica questione che potrà incidere sul risultato di queste elezioni, nonostante i primi calcoli abbiano determinato che l’impatto sarà minore del previsto. Esistono altri fattori, prettamente politici, che potrebbero modificare il voto a favore del Partito Repubblicano. La recente decisione del Presidente Biden di rinegoziare l’accordo sul nucleare con l’Iran, l’attuale guerra tra Ucraina e Russia che vede il coinvolgimento indiretto della NATO e la crisi economica dovuta alla Covid-19 sono tutte questioni che il GOP potrà utilizzare a proprio favore in campagna elettorale, attaccando direttamente l’Amministrazione in carica. Se i repubblicani ottenessero la maggioranza al Congresso, la Presidenza Biden rischierà di trovarsi davanti un’agenda politica completamente bloccata.

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L’ATTUALE COMPOSIZIONE DEL CONGRESSO

Come riporta Ballotpedia, il Senato degli Stati Uniti è attualmente composto da 48 senatori democratici, 50 repubblicani e due indipendenti (che votano con i democratici). Grazie al voto di spareggio della vicepresidente Harris i democratici hanno la maggioranza. Per quanto riguarda la Camera dei Rappresentanti, anche qui il Partito Democratico detiene la maggior parte dei seggi, con 222 rappresentanti a fronte dei 212 del Partito Repubblicano.
Come mostrato dai grafici sottostanti, la maggioranza sia al Senato (grafico 1) che alla Camera (grafico 2) non è mai stata la stessa per più di due mandati presidenziali (ogni Presidente ha un mandato di 4 anni con la possibilità di continuare per un secondo). Infatti si può notare che durante la Presidenza di Barack Obama (2009-2016) entrambe le camere hanno cambiato maggioranza a metà mandato. Ciò dimostra la tesi affermata precedentemente, ovvero che le midterm sono spesso considerate un referendum sulla performance del partito del Presidente e, nel caso di Obama, il Partito Repubblicano fu in grado di ottenere la maggioranza dei seggi proprio durante le midterm. Questo ha permesso ai parlamentari repubblicani, negli ultimi due anni della Presidenza, di fermare le leggi proposte dal Partito Democratico e influenzare il processo di decision-making dell’Amministrazione in carica – come accadde, ad esempio, con il blocco della nomina di Merrick Garland a Giudice della Corte Suprema.
Uno scenario simile a quello delle midterm del 2014 è un’ipotesi plausibile per il prossimo risultato elettorale di novembre. Infatti anche il Presidente Biden “soffre” di una dura opposizione politica da parte del Partito Repubblicano, contrario, tra le tante cose, ai negoziati con l’Iran e alle politiche impiegate per far fronte alla pandemia da Covid-19. Da ricordare, però, che la forte opposizione tra partiti negli Stati Uniti è sempre esistita: ciò che potrebbe però verificarsi è uno shift di chi detiene il “potere” politico.

Grafico 1 – Il grafico segna chi deteneva la maggioranza al Senato il 31 di gennaio di ogni anno dal 2000 al 2022 grazie all’andamento della curva. Sono designati solo i due principali partiti, dato che i senatori indipendenti sono inseriti nella curva del partito con il quale sono in caucus
Grafico 2 – Il grafico segna chi deteneva la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti dopo ogni elezione midterm dal 1999 al 2021 grazie all’andamento della curva. Sono designati solo i due principali partiti, dato che i rappresentanti indipendenti sono inseriti nella curva del partito con il quale sono in caucus

L’IPOTESI DI VITTORIA DEL PARTITO REPUBBLICANO

La prima verosimile azione dei repubblicani sarebbe quella di bloccare l’inchiesta nei confronti dell’ex Presidente Trump per il suo presunto coinvolgimento nell’assalto al Congresso del 6 gennaio e quella contro coloro che hanno partecipato all’insurrezione. Ancora più probabile, però, sarebbe la scelta di fermare qualsiasi atto o legislazione entrato in vigore con Biden. Il leader della minoranza al Senato Mitch McConnell ha dichiarato, infatti, che il Partito Repubblicano è già unito nel bloccare ogni tentativo legislativo proposto e promosso della Casa Bianca qualora il suo partito si aggiudicasse la maggioranza.  
Meno plausibile, ma comunque possibile, sarebbe anche l’eventualità che il Partito Repubblicano avanzasse un’inchiesta di impeachment contro il Presidente Biden o una “semplice” commissione d’inchiesta contro l’Amministrazione in carica. Per concludere, dunque, nonostante non si possa prevedere ciò che effettivamente accadrà nel caso i repubblicani vincessero le midterm è possibile delineare alcuni scenari, elaborati in precedenza. Questi, nel caso si realizzassero, potrebbero portare la Casa Bianca a intervenire solo tramite ordini esecutivi, scavalcando l’approvazione del Congresso su atti e leggi. Il conflitto politico sarebbe molto marcato, per Biden sarebbe sempre più difficile portare avanti la propria agenda e un’effettiva capacità di negoziare sarebbe la chiave per un futuro pacifico del Paese, specialmente se si considera anche le attuali criticità interne al Partito Democratico: non è detto infatti che l’ala liberal continui a garantire il proprio appoggio alla Casa Bianca.

Giulia Valeria Anderson

Photo by aitoff is licensed under CC BY-NC-SA

Giulia Valeria Anderson
Giulia Valeria Anderson

Praticante giornalista presso Formiche.net, collaboratrice freelance con l’Istituto Curdo di Washington e research fellow per the Square. Sono laureata magistrale in Relazioni Internazionali Comparate presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove mi sono specializzata sui rapporti USA-Medio Oriente, con un focus sulla politica estera statunitense verso l’Iraq e i Curdi. Sono affascinata dalla politica estera USA, il mio paese d’origine, ma innamorata dell’Italia – e dei suoi caffè espresso!

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