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venerdì 20 Maggio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Talebani e riconoscimento internazionale: Sì o No?

In breve

  • La presenza di una delegazione dei talebani a una recente conferenza internazionale in Norvegia ha riaperto la questione del riconoscimento del loro Governo.
  • Mentre USA e Paesi europei insistono sul rispetto dei diritti umani come pre-condizione, gli attori regionali (Russia, Cina, Iran, Pakistan) chiedono invece garanzie di sicurezza.
  • La questione del riconoscimento non è meramente accademica: da essa dipende infatti la gestione degli aiuti umanitari a Kabul e il possibile sblocco delle riserve finanziare afghane bloccate dopo gli eventi della scorsa estate.
  • Alla fine la comunità internazionale potrebbe scegliere una terza via: riconoscimento formale del Governo talebano ma senza relazioni diplomatiche, mantenendo quindi una certa distanza politica da esso.

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5 domande e 5 risposte — Per il diritto internazionale il riconoscimento di un Governo significa considerarlo legittimo e in linea con la legge, in pieno controllo del suo territorio e formalmente inserito nella comunità internazionale. In realtà però ci sono molti fattori che possono influenzare la decisione da parte di uno Stato di riconoscere un Governo oppure no, come dimostra l’attuale caso dell’Afghanistan.

1. Perché il Governo talebano non è ancora stato riconosciuto?

Il Ministro degli Affari Esteri norvegese Ine Eriksen Søreide ha invitato i talebani a sedersi al tavolo della Conferenza dei diritti umani  svolta a Oslo dal 23 al 25 gennaio, aprendo di fatto per la comunità internazionale la questione del riconoscimento del loro Governo. Nonostante il Ministro abbia ribadito che l’invito non rappresenta né un segno di legittimazione, né uno di riconoscimento — tranquillizzando USA e diversi Paesi europei che temevano potesse rappresentare un primo passo verso il riconoscimento internazionale del neo-Emirato afghano — gli attori regionali (Russia, Cina, Iran, Pakistan e gli Stati dell’Asia Centrale) sperano invece che il riconoscimento avvenga presto in modo da beneficiare soprattutto i loro interessi economici
Gli Stati Uniti e molti Stati europei baseranno la loro decisione di risconoscere o meno il Governo talebano sul rispetto dei diritti umani. Ma i talebani non sembrano voler cedere su questo aspetto e sicuramente non rispetteranno i criteri richiesti. Di conseguenza il riconoscimento occidentale si prospetta lungo e difficile. Gli attori regionali dell’Asia Centrale sembrano essere invece più propensi al riconoscimento sopratutto per motivi geografici, anche se prima di prendere una decisione chiederanno il rispetto di alcuni criteri di sicurezza

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Fig. 1 – Un talebano sorveglia il cortile di una moschea ad Herat, febbraio 2022

2. Perché gli attori regionali vogliono riconoscere i talebani?

Anzitutto, per una questione puramente geografica. Il riconoscimento faciliterebbe infatti i commerci tra Kabul e attori regionali, incentiverebbe gli investimenti e aumenterebbe il livello di sicurezza delle frontiere (soprattutto quella Af-Pak). Lavorare a fianco del Governo talebano significherebbe anche ridurre gli spillover effects — ovvero eventi pericolosi non desiderati e difficilmente controllabili e prevedibili — di macro-fenomeni come per esempio il flusso di rifugiati, il terrorismo transfrontaliero e il traffico di droga, tutti rischi che per USA e Paesi europei appaiono non urgenti. 

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Fig. 2 – Un convoglio umanitario a Islamabad si prepara a partire per l’Afghanistan, febbraio 2022

3. Quali sono le condizioni di riconoscimento degli attori regionali?

Nonostante la propensione al riconoscimento da parte degli attori regionali e l’invito ai talebani da parte di Islamabad a prendere possesso delle sedi diplomatiche nel Paese, anche loro hanno posto delle condizioni pre-riconoscimento. La più importante è sicuramente la garanzia della protezione dei confini. Gli attori regionali vogliono vedere se il Governo talebano è in grado di fronteggiare la crisi umanitaria ed economica, risolvere le divisioni interne e più in generale consolidare il potere acquisito. Se nessuno di questi obiettivi verrà raggiunto la sicurezza si deteriorerà e gli spillover effects dei flussi di rifugiati potrebbero investire i Paesi vicini e armare nuovi gruppi terroristici. La destabilizzazione che ne conseguirebbe ridurrebbe l’operatività dei Paesi regionali in Afghanistan. 

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Fig. 3 – Manifestazione a Kandahar contro la recente decisione dell’amministrazione Biden di destinare una parte degli aiuti afghani alle famiglie delle vittime dell’11 settembre, febbraio 2022

4. Perché è importante concentrarsi sulla questione del riconoscimento?

Il dibattito sulla questione del riconoscimento non è una mera questione accademica: significa decidere, ad esempio, se gli aiuti ad una crisi umanitaria definita dal World Food Program come la più devastante del pianeta debbano essere affidati alle sole agenzie delle Nazioni Unite e alle organizzazioni private sul campo, piuttosto che direttamente al Governo talebano. Significa anche affrontare la questione dei 10 miliardi di dollari che Stati Uniti, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale avevano promesso all’Afghanistan sotto forma di riserve finanziarie e che sono poi stati bloccati dopo la caduta di Kabul lo scorso agosto. Per essere sbloccati questi soldi devono essere acquisiti da un Governo legittimamente riconosciuto a livello internazionale. 
Non è da escludere che sul riconoscimento si finisca per scegliere una terza via: riconoscere a livello ministeriale o “formale” il Governo talebano ma senza intrattenere relazioni diplomatiche con esso. In questo modo si risolverebbe la questione degli aiuti mantenendo una certa distanza politica, chiaro segno di non accettazione delle azioni repressive che ogni giorno il Governo talebano continua a compiere. 

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Fig. 4 – La delegazione dei talebani alla Conferenza sui diritti umani di Oslo, gennaio 2022

5. Colloqui di Oslo: perché invitare la delegazione talebana?

Il fine e l’obiettivo dei colloqui che hanno coinvolto i talebani e i diplomatici occidentali durante la Conferenza per i diritti umani di Oslo era quello di instaurare un rapporto di mutua comprensione e collaborazione. Dal punto di vista della delegazione afghana l’obiettivo era anche quello di focalizzare l’attenzione della comunità internazionale sulla crisi afghana, come affermato apertamente dal portavoce della delegazione talebana Zabihullah Mujahid
L’invito dei talebani alla conferenza ha dato la possibilità anche a tante attiviste e attivisti per i diritti delle donne e per i diritti umani e a molti giornalisti di confrontarsi direttamente, faccia a faccia, con i talebani per rivendicare i loro diritti. Un’occasione forse unica in cui queste persone potevano far sentire la loro voce.
La presenza talebana a Oslo ha quindi posto l’attenzione della comunità internazionale sulla la crisi economica e umanitaria che vive la popolazione afghana. Gli aiuti a tale popolazione dovrebbero essere garantiti subito, al di là delle dispute politiche e del dilemma sul riconoscimento. La comunità internazionale dovrebbe essere in grado di assistere finanziariamente il Paese senza necessariamente riconoscere il Governo dei talebani. 

Desiree Di Marco

Photo by jorono is licensed under CC BY-NC-SA

Desiree Di Marco
Desiree Di Marcohttps://europeanpeople.org/chi-siamo/

Nata a Roma nel 1995, ho scelto Roma, Milano, Vienna e Rabat come sedi per i miei studi. Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma e ho conseguito un Master di Primo Livello in “Middle Eastern Studies” preso ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano). Ho ottenuto un diploma in Affari Internazionali Avanzati all’Accademia Diplomatica di Vienna e attualmente sto conseguendo la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali. Ho concluso due tirocini entrambi presso l’OSCE e le Nazioni Unite di Vienna lavorando presso l’Ambasciata di Malta e presso la Missione Permanente e l’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Afghanistan. La mia bevanda preferita è il caffè e non solo “the italian Espresso”!

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