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domenica 25 Settembre 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Delitto e castigo: le proteste in Russia e il mito della “pravda”

In breve

  • Gli scenari di dissenso domestico preoccupano il Cremlino. Continuano a crescere le manifestazioni contro la guerra in Ucraina e gli appelli per la pace.
  • La pravda di Putin cerca di imporsi a voce unisona con una nuova legge contro le fake news.
  • Il fronte interno russo è segnato anche da un marcato scontro generazionale tra boomers nostalgici e Gen-Z ribelle.

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Caffè Lungo – Che la realpolitik di Putin non convincesse l’Occidente, era cosa certa. Più inaspettati gli scenari di dissenso domestico che preoccupano il Cremlino. A due settimane dall’inizio della ”operazione speciale” in Ucraina, continuano infatti a crescere le manifestazioni contro la guerra e il Governo russo si trova alle prese con un difficile scontro generazionale.   

GLI SCENARI DI DISSENSO IN RUSSIA 

“[…] Demilitarizzeremo, libereremo ed elimineremo il nazismo in Ucraina con una operazione militare speciale”: così, il 24 febbraio, Putin ha dichiarato ufficialmente guerra all’Ucraina. La retorica delle buone intenzioni è il primo sapore giornalistico di un discorso alla nazione che ha finito per lasciare spazio a una realtà amara e brutale, che nemmeno i russi sembrano riuscire ad accettare. 
Anche una memoria storica piuttosto sciatta aiuta a far chiarezza: anzitutto, il Paese di cui Putin rivendica il controllo è indipendente sin dalla dissoluzione dell’URSS del 1991, per decisione dei suoi stessi abitanti, inclusi quelli del Donbass e della Crimea. E fino ad allora, salvo il periodo 1917-1920, l’Ucraina era stata parte di un’entità politica governata da Mosca. Lo storico Timothy Snyder dell’Università di Yale ha spiegato anche come la Russia non fosse “un’idea nazionale” nel XIX secolo, ma “un’idea imperiale”. Indipendentemente dal dibattito storico, un sondaggio della CNN riporta come gli ucraini si definiscano un popolo autonomo e separato dalla Russia. 
Che la decisione di Putin provocasse una forte risposta occidentale, era cosa certa. Più inaspettati invece gli scenari di dissenso domestico che preoccupano – e non poco – il Cremlino. 
A due settimane dall’inizio di quella che Putin ha definito un’“operazione speciale” su larga scala in Ucraina, continuano a crescere le manifestazioni contro la guerra e gli appelli per la pace. Secondo OVD-Info (un’organizzazione russa per i diritti umani), almeno 7.669 persone sono state arrestate dalla polizia russa per aver preso parte alle proteste. Non poteva mancare la voce di Alexei Navalny, figura simbolo dell’opposizione: “Non tacerò, vedendo come il delirio pseudostorico sugli avvenimenti di centinaia di anni orsono sia stato preso a pretesto perché i russi uccidano gli ucraini e quelli, difendendosi, uccidano i russi”. Tantissimi i manifestanti che sono scesi in piazza rispondendo in massa al suo appello, che ha chiesto al popolo di riunirsi in protesta ogni giorno alle 19 e nei fine settimana alle ore 14. 
Rimane comunque molto difficile misurare il vero grado di opposizione alla guerra, così come capire come questo possa cambiare nel tempo. L’addetto stampa del Presidente russo, Dmitry Peskov, ha detto che il “livello di sostegno al Presidente, alle sue decisioni e alle sue azioni è molto, molto alto”. Secondo l’agenzia di sondaggi VTsIOM, amica del Cremlino, il 68% dei russi sostiene le attività della Russia in Ucraina, e un’altra agenzia, la FOM, riferisce che il 71% dei russi ha fiducia in Putin dopo l’inizio dell’operazione militare. Contestualmente la CNN riporta che, pochi giorni prima dell’offensiva, la metà dei russi si dichiarava favorevole all’uso della forza per tenere l’Ucraina fuori dalla NATO. Se da un lato le statistiche rese pubbliche dipingono una “Russia Unita”, l’opposizione attiva dei civili ci parla in una lingua differente.  

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Fig. 1 – Poliziotti arrestano una manifestante durante le proteste contro la guerra in Ucraina, Mosca, 24 febbraio 2022

LA ‘PRAVDA’ SECONDO PUTIN E LA STRETTA SULL’INFORMAZIONE 

Alle repressioni poliziesche si aggiunge anche il maccartismo del Cremlino, usato ancora una volta contro la libertà d’informazione. L’ironia del Paese della pravda (verità), sta proprio nel renderla illegale. Ma questa ambiguità sostanziale trova radici storiche ben sedimentate e lontane.  
Il 4 marzo il Presidente russo ha siglato una legge, approvata per direttissima dalle due Camere del Parlamento, che prevede condanne fino a 15 anni di reclusione per cittadini russi e stranieri che gettano discredito sull’esercito russo. È una bolla narrativa creata per presentare l’invasione dell’Ucraina alla popolazione come un’operazione limitata e mirata per proteggere gli ucraini di lingua russa dal “genocidio”.  
Con 410 voti favorevoli e zero contrari la Duma ha approvato inseduta congiunta la nuova legislazione che ha come bersaglio l’informazione indipendente online.  Tolleranza zero per l’utilizzo della parola “guerra”, che va sostituita con l’espressione “operazione speciale militare per demilitarizzare Ucraina”, così come per la diffusione di immagini del conflitto. Anche Novaya Gazeta, uno dei pochi giornali indipendenti russi, ha cancellato i contenuti prodotti finora sull’invasione dell’Ucraina, interrompendo così la copertura delle operazioni militari. Stop anche a Facebook e Twitter, mentre le grandi emittenti straniere (BBC, CBS, CNN e Bloomberg) sospendono le attività dei loro corrispondenti.  
Eppure la pravda di Putin fatica a imporsi, in un mondo dove le vie di fuga informative sono molteplici, incontrollabili e accessibili. E la sua “bolla” scoppia.  

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Fig. 2 – Polizia pronta ad interventire contro i manifestanti a Mosca, 6 marzo 2022

SCONTRO GENERAZIONALE 

Le sanzioni economiche imposte sulla Russia stanno gravando in modo significativo sui cittadini, pedine di un gioco non cooperativo dove da un lato grava l’isolamento mediatico orchestrato dal Cremlino, e dall’altro l’isolamento economico imposto dall’Occidente. C’è da dire che la Russia di Vladimir Putin ha certamente dei caratteri autarchici che la rendono molto più attrezzata di quanto lo saremmo noi a sopravvivere nella prospettiva di un’autosufficienza economica. Tuttavia le aspettative di default previste dalle agenzie di rating avrebbero un effetto spillover importante sull’economia mondiale.  
Ancora una volta l’eredità tragica del presente mette a rischio il futuro della Gen-Z, protagonista dell’opposizione antibellica russa.  
Perché dunque è importante parlare di “Gen-Z Politics“? Anzitutto perché gli zoomers si trovano a combattere due conflitti domestici contemporaneamente: uno contro “Vladdy Daddy” (appellativo dato da vari TikTokers al Presidente russo), l’altro contro i loro stessi genitori. Il conservatorismo dei boomers che hanno visto il sogno dell’URSS infrangersi è difficile da comprendere per i giovanissimi, che giocano una partita diversa e collettiva sui social. Questi ultimi sono infatti un terzo campo di battaglia, e Putin lo sa bene. Così TikTok ha deciso di sospendere la pubblicazione dei video e dei contenuti in diretta dalla Russia per via della nuova legge sulle fake news imposta da Mosca.  
Il social network cinese fa un passo indietro e sventola bandiera bianca. Tuttavia abbiamo ragione per credere che quella contro la Gen-Z non sarà esattamente una guerra lampo.

Elisa Del Sordo

  Photo by Mediamodifier is licensed under CC BY-NC-SA

Elisa Del Sordo
Elisa Del Sordo

Classe 1996, Ph.D. Candidate in Management presso l’Università LUISS Guido Carli.

Ho conseguito una Laurea Magistrale in Economics and Development presso l’Università di Firenze e un Bachelor in Philosophy, Politics, Economics presso la LUISS Guido Carli. Dal 2018 collaboro nel team di ricerca di Luiss Labgov dove ci occupiamo di rigenerazione urbana, beni comuni e sistemi di co-governance.

 

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