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mercoledì 25 Maggio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Quando ci sarà la pace in Ucraina?

In breve

  • Si negozia non “per fare la pace”, ma per tutelare i propri interessi.
  • Russi e ucraini devono credere entrambi che negoziare sia un’alternativa migliore – per proteggere i propri interessi – al continuare a combattere, altrimenti non negozieranno seriamente.
  • Gli aspetti emotivi possono alterare la valutazione razionale della situazione.

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Editoriale – Si sta negoziando tra Ucraina e Russia, ma la strada appare ancora difficile. Eppure qualche passo in avanti sembrava essere stato fatto. Il problema è che nessuno dei contendenti crede sia ancora arrivato il momento.

Perché il negoziato tra Ucraina e Russia ancora non ottiene risultati? Al netto della sfiducia reciproca, la questione è particolarmente complessa perché si basa su come ciascun contendente veda la situazione sul campo. Per capirlo, ricordiamo che non si entra in un negoziato per “fare la pace”. Nessuno lo fa. Si negozia per proteggere i propri interessi e lo si fa solo perché si crede che farlo sia meglio di continuare a combattere. E, analogamente, si combatte se si crede che il negoziato non sia sufficiente a proteggere i propri interessi.


Quindi semplificando molto possiamo pensare che il conflitto sia nato perché lo status quo veniva visto come insopportabile dalla Russia e il negoziato veniva considerato una strada inutile, lasciando come unica alternativa considerata valida (a torto o a ragione) la guerra.


La guerra era dunque ritenuta, in linguaggio negoziale, il BATNA (Best Alternative to a Negotiated Agreement, la miglior alternativa al negoziato).


Questo concetto è importante: se penso che il negoziato non mi porti a nulla, che alternativa ho? Sono costretto comunque a negoziare e magari rinunciare a qualcosa perché le alternative sono peggiori? Se il negoziato fallisce ho alternative o devo per forza capitolare? Per molti di noi la guerra è considerata un’alternativa pessima a qualunque risultato… ma è una cosa che dipende appunto dai punti di vista. E quello di Putin vedeva la guerra come, comunque, una buona alternativa. Il BATNA era cioè “forte”. E quindi era una strada percorribile.


Il problema è che la decisione di entrare in guerra è generalmente fatta (non solo in questo caso) a informazioni imperfette, cioè dando per scontati tutta una serie di assunti che non è per nulla detto siano veri. Nel caso del conflitto attuale: le mie Forze Armate sono sufficientemente forti e capaci, quella altrui molto meno o comunque posso realisticamente batterle, la volontà popolare altrui è debole, il Governo non ha l’appoggio della popolazione e crollerà, l’Unione Europea è divisa e non riponderà se non in maniera simbolica o poco efficace, la NATO non oserà intervenire per paura della minaccia nucleare, tutto finirà prima che gli altri possano reagire…


La guerra è cioè un’alternativa valida perché credo che tutte queste cose siano vere e dunque la guerra andrà bene.
A loro volta gli avversari decidono se cedere o meno agli ultimatum a seconda della loro valutazione di assunti chiave (la capacità dei propri soldati, gli armamenti ricevuti, la volontà della popolazione…) e di quale sia il loro BATNA (la loro alternativa migliore). Per gli ucraini, date le richieste russe, l’alternativa era combattere.


Sono assunti corretti o azzardati? A priori la capacità di valutarlo dipende dall’avere una buona conoscenza delle dinamiche che li determinano. Entrambi i contendenti possono avere dubbi, ma almeno l’attaccante (la Russia in questo caso) ha pensato che la propria valutazione fosse corretta.


Il problema è proprio che potrei sbagliarmi di grosso. La guerra cioè parte sempre in una condizione di informazioni imperfette e mancanti: è vero che il mio esercito è così capace? È vero che il nemico crollerà facilmente? È vero che UE e USA non agiranno rapidamente e in maniera coesa? Infatti il punto chiave è che, semplificando al massimo, l’effetto principale di una guerra (oltre alle distruzioni e alle morti, ovviamente, non intendo sminuirle di certo!) è proprio rivelare informazioni.


Man mano che proseguono i combattimenti, i contendenti acquisiscono infatti queste informazioni – e dunque consapevolezza – sullo stato reale delle cose e sui veri rapporti di forza: l’effettiva capacità delle Forze Armate delle due parti, la concreta volontà di resistere della popolazione, la coesione dei Governi, la reazione dell’UE, degli USA e della NATO. In definitiva, più la guerra prosegue e più chi attacca si rende conto se può davvero raggiungere gli obiettivi previsti. E chi difende capisce se può resistere o non ha scampo.


Gli eventi sul campo hanno mostrato quanto la situazione reale fosse diversa da come la Russia probabilmente se la immaginava (e loro stessi lo hanno ammesso per almeno alcuni di questi aspetti). Ed è quello che la Russia stessa ora sta imparando: la guerra sta fornendo le informazioni reali sulla situazione, le prospettive. Analogamente succede all’Ucraina.
In che modo questo impatta sulla possibilità di negoziato? L’effetto di questo “rivelarsi di informazioni” è infatti che pian piano i due contendenti iniziano ad avere visioni sempre più coincidenti della situazione… cioè iniziano a vedere la realtà delle prospettive e del futuro in maniera progressivamente più simile.


Secondo alcuni studiosi di questi temi è in un tale momento che per la prima volta si apre il primo vero spiraglio di negoziato: quando entrambe le parti si accorgono che la guerra potrebbe non essere più la soluzione ideale per proteggere i propri interessi e i propri obiettivi vanno riconsiderati. Al momento però è difficile che si arrivi a un accordo: in questa prima fase infatti l’aggressore tende ancora a pensare a quali obiettivi possa comunque realisticamente raggiungere, e generalmente crede che per ottenere certi risultati dal negoziato sia ancora necessario usare la forza (può essere un’area da conquistare, o un maggior numero di danni da causare). L’aggredito pensa invece di potersi riprendere certe aree o infliggere ancora più danni all’attaccante, e così dover cedere ancora meno (o niente) all’altro in sede negoziale. La guerra non è più un’alternativa (BATNA) forte, ma è comunque ancora “accettabile”.

Entrambi insomma accettano il fatto che ci sarà un negoziato e non una resa di una delle parti, ma prima cercano di “preparare il terreno” per partire da una posizione migliore dell’attuale. In questa fase ogni dialogo non è del tutto sincero e serve soprattutto a mettere le basi per le fasi successive.


Man mano che il conflitto prosegue e si guadagna sempre più consapevolezza sulla realtà e anche sull’avversario (e immaginate quindi quanto sia importante la propaganda per cercare di alterare le informazioni a proprio vantaggio) la continuazione del conflitto diventerà sempre meno vantaggiosa. E a un certo punto si aprirà il secondo spiraglio, quello concreto: almeno uno dei due contendenti potrebbe infatti accorgersi essere in procinto di crollare o di non poter più continuare, e avrà bisogno di una pausa. O crederà di non avere chance di aumentare la propria posizione e dunque che continuare oltre sia inutile. La guerra ora è un’alternativa (BATNA) “debole”.


Se entrambi hanno visioni simili e concordano (anche per motivi diversi), si apre un vero spazio negoziale e dunque la probabilità di negoziati seri aumenta.


Noi siamo al momento tra il primo e il secondo spiraglio (la speranza di tutti è essere più vicini al secondo…). Ci sono però tre problemi che rendono la cosa difficile da determinare con chiarezza:

1) Non è detto che i due contendenti siano allo stesso punto. Uno dei due potrebbe ancora credere di vincere totalmente mentre l’altro essere già più disposto a negoziare sul serio. Questo generalmente alza la possibilità che ogni negoziato in questa fase sia fasullo e ogni cessate-il-fuoco solo una scusa di uno dei due per riorganizzarsi e poi riprendere a combattere.

2) Se razionalmente tutto appare abb astanza chiaro, ricordatevi che gli aspetti emotivi e psicologici dei leader giocano un ruolo chiave. Indipendentemente dal fatto che razionalmente possa accorgermi dell’errore fatto nell’entrare in guerra, potrei non potermi tirare indietro o aver paura di tirarmi indietro. O potrei addirittura essere così coinvolto nel conflitto da non rendermi conto della situazione nella quale mi sto cacciando (il fenomeno della “vertigine” ben spiegato da D. Shapiro nel suo libro “Negotiating the Nonnegotiable”, ed. Penguin)

3) La situazione sul campo potrebbe cambiare perfino troppo velocemente: se una delle parti crolla prima di arrivare al negoziato, la valutazione di entrambe le parti può cambiare e portare a una rivalutazione della situazione, delle prospettive, dell’opportunità di negoziare subito o preparare un altro po’ il terreno sfruttando gli eventi.

Lorenzo Nannetti

Fonti:

  • Sul concetto di BATNA: R. Fisher, W. Ury, “Getting to Yes. Negotiating an Agreement Without Giving In” (in Italiano è “L’arte del negoziato”).
  • Sulle dinamiche dei negoziati internazionali: R. Fisher, E. Kopelman, “Beyond Machiavelli. Tools for Coping with Conflict”, Penguin.
  • Sulla guerra come “rivelatrice di informazioni” e i due punti di svolta: V. Sticher, S Vuković, “Bargaining in intrastate conflicts: The shifting role of ceasefires”, Journal of Peace Research, 2021;58(6):1284-1299. doi:10.1177/0022343320982658

Immagine di copertina: foto dell’autore

Lorenzo Nannetti
Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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