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mercoledì 25 Maggio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

La catena che uccide

In breve

  • La “kill chain”, ossia l’insieme di condizioni e azioni che permettono di colpire il nemico, è un concetto fondamentale per comprendere la guerra. Anche quella tra Russia e Ucraina.

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Editoriale – Il concetto di “kill chain” (catena dell’uccisione) è fondamentale per capire come in guerre come quella tra Russia e Ucraina la tecnologia possa avere un ruolo chiave.

Come abbiamo spiegato parlando delle cipolla della sopravvivenza, passare dal “ti vedo” al “ti sparo” richiede il “ti miro”. Analogamente al contrario, tra il “provo a non farmi vedere” e il “provo a non farmi colpire” c’è il “provo a evitare che tu riesca a prendere la mira”. Se parliamo di un soldato che vede e spara a un avversario, il processo è in effetti veloce e concettualmente semplice: se vedo il nemico e capisco che è un nemico, prendo la mia arma, punto e sparo.

Il processo di “targeting” è quindi effettivamente il semplice “prendo la mira”, cosa che può essere disturbata dal movimento, dalla copertura… e vale anche per un carro armato, per due aerei che combattono in maniera ravvicinata… Ma quando si parla di droni, artiglieria o aerei magari a grande distanza, la questione è più complessa ed entra in gioco quel concetto che il mondo anglosassone chiama a volte un po’ brutalmente “kill chain” (letteralmente “catena dell’uccisione”) ovvero l’insieme di condizioni e azioni che permettono di colpire il nemico – sapendo che con “kill” si può intendere non solo l’uccisione della persona, ma anche (e molto più spesso) la distruzione del bersaglio (carro armato, nave, edificio…). Il termine “kill chain” è spesso usato per parlare di attacchi informatici, ma l’origine è in realtà militare.

Per prima cosa devo trovare il nemico (sapere dove è, che può includere vederlo o anche solo avere le coordinate) – localizzazione.

Devo assicurarmi che sia effettivamente il nemico (ad esempio devo confermare che nella casa ci sono soldati nemici e non civili) e di che tipo di nemico si tratti (veicoli? Cannoni? Che modelli?) – identificazione.

Queste informazioni devono essere inviate a chi decide se colpire oppure no (il bersaglio è quello che cerchiamo? È un bersaglio che vale la pena colpire? Abbiamo i mezzi per colpire in tempo utile?) – approvazione.

Devo poterlo inquadrare, devo avere le coordinate giuste, devo sapere dove e come sparare – targeting.

Faccio fuoco.

Ho colpito? Ho distrutto il bersaglio? – verifica del risultato (per i bombardamenti si chiama anche BDA: bomb damage assessment)

E il ciclo ricomincia. A seconda delle Forze Armate e della dottrina esistono alcune variazioni nella terminologia (che è in evoluzione) e negli aspetti specifici legati a ogni passaggio, ma a grandi linee e senza entrare in eccessivi dettagli l’intero processo è normalmente analogo a quanto sopra rappresentato.

Per fare un esempio: i radar (a terra o in volo, come gli AWACS) vedono che c’è qualcosa che è entrato nello spazio aereo che tengo sotto controllo. Tramite altri mezzi (alcuni dati dello spettro elettromagnetico o anche una conferma visiva) lo identifico come aereo nemico. A questo punto decido che va abbattuto e passo l’informazione a un caccia amico che è vicino e ha armi adatte. Questo arriva a distanza utile e grazie alle coordinate che gli invio può sparare. Sempre tramite radar, osservazione visiva o altro confermo se il bersaglio è abbattuto o no.

Il bersaglio cosa farà per evitare tutto questo? Se parliamo di targeting, proverà a usare contromosse che impediscano ai miei radar di determinare con correttezza la sua posizione, velocità, direzione… così che non possa fornire al mio caccia le informazioni indispensabili per colpire il nemico. Quindi anche se so che c’è e so che è un nemico… questo non basta per fare fuoco: devo poterlo “inquadrare” correttamente.

Esistono ovviamente molti specifici aspetti a seconda della situazione o del nemico, ma una cosa è importante da ricordare: lo sviluppo tecnologico (inclusa la possibilità di colpire da lunghe e lunghissime distanze, senza “contatto visivo” tra me che sparo e il mio bersaglio) rende tutto questo possibile, ma anche molto critico. Ci sono infatti dei problemi evidenti: chi trova il bersaglio è armato e quindi può colpire direttamente? Altrimenti serve mandare qualcun altro o passare l’informazione ad altri (artiglieria? aviazione?). Nel mentre il bersaglio si è spostato e devo cercarlo di nuovo? Se sì, non posso più colpirlo e devo ripartire da una nuova ricerca. Chi controlla il drone (o il satellite o l’aereo) che trova e identifica il nemico può decidere autonomamente cosa colpire o deve chiedere autorizzazione a qualcun altro? È facile da contattare, mi risponde subito? Se ci vuole troppo, le informazioni possono diventare “vecchie” presto. Le comunicazioni funzionano? Il drone (sempre come esempio) che ha trovato il nemico può seguirlo per fornire le coordinate e guidare l’attacco perché sia preciso (in Ucraina è successo più volte) o è stato abbattuto e quindi so che il nemico è “circa” laggiù, ma non ho le coordinate esatte e potrei sparare dove non c’è nulla?

In altre parole più anelli ci sono nella catena e più le informazioni devono correre, e correre velocemente. La kill chain deve essere capace di reagire rapidamente e seguire i continui movimenti sul campo di battaglia in maniera veloce ed efficiente… altrimenti farà fatica a, per esempio, colpire un nemico che si sposta rapidamente. Esattamente come è difficile colpire un caccia che fa molte manovre evasive o un soldato che non resta fermo.

La tecnologia ovviamente aiuta molto, ma allo stesso modo esistono tattiche e tecnologie per “interrompere” la catena o renderla meno efficiente: sistemi di guerra elettronica, movimenti frequenti, ecc. In termini militari dunque il “non farti inquadrare come bersaglio” significa provare a impedire all’avversario di mirare in maniera sicura – indipendentemente da cosa significhi “mirare”, che può essere specifico per ogni tipologia di attacco. In generale l’Occidente ha un vantaggio tecnologico e di addestramento che, a parità di altri elementi, rende la kill chain tendenzialmente rapida, mentre i russi hanno un problema di integrazione dei mezzi che rende la loro kill chain più lenta – sono infatti molto efficaci a concentrare la potenza di fuoco contro nemici statici, molto meno se il nemico è mobile.

Lorenzo Nannetti

Immagine in evidenza: “Luxembourgian-registered NATO E-3 AWACS flying with three American Air Force F-16 Fighting Falcon fighter aircraft in a NATO exercise”, immagine in Public Domain.

Lorenzo Nannetti
Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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