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lunedì 3 Ottobre 2022

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Afghanistan, i paradossi di un anniversario

In breve

    • Un anno fa Kabul cadeva in mano ai talebani. Nei giorni scorsi l’evento è stato commemorato in numerosi video e articoli, ma tale “febbre da anniversario” nasconde la mancanza di una chiara strategia politica per affrontare la nuova realtà del Paese centroasiatico.

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EditorialeUn anno fa Kabul cadeva in mano ai talebani e i Paesi occidentali evacuavano frettolosamente i loro ultimi cittadini dall’Afghanistan, accogliendo sui propri aerei anche gli abitanti locali in fuga dagli studenti coranici. Nei giorni scorsi una pletora di articoli, video e testimonianze su vecchi e nuovi media hanno ricordato l’evento, ma l’impressione è che si tratti di commemorazioni superficiali e tendenti ad eludere i gravi interrogativi sul futuro del Paese centroasiatico.

A un anno dal ritorno al potere dei talebani, l’Afghanistan appare infatti tornato nel limbo politico e informativo in cui si trovava prima dell’intervento militare statunitense nell’ottobre 2001. Se si eccettuano i pezzi commemorativi di questo periodo, l’attenzione mediatica internazionale sul Paese è radicalmente diminuita, mentre la diplomazia sembra incapace o poco interessata a riaprire il dialogo con Kabul. Non è solo una caratteristica occidentale: anche i Paesi eurasiatici più aperti alla trattativa con i talebani (Russia, Cina, Iran, Pakistan) non sembrano per ora intenzionati a impegnarsi troppo nei confronti del neonato regime islamista afghano. Il motivo principale è ovviamente il costante legame dei talebani con varie organizzazioni jihadiste regionali e globali, ben esemplificato dall’uccisione a Kabul di Ayman al-Zawahiri lo scorso 31 luglio. Ma anche dalla presenza in territorio afghano dell’East Turkestan Islamic Movement (ETIM), gruppo fondamentalista uiguro nemico della Cina, e dal sostegno degli studenti ai loro “fratelli d’oltreconfine” di Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), cosa che sta gradualmente guastando i rapporti con il Governo di Islamabad. Da qui la sostanziale ambiguità di Pechino, Mosca e delle altre capitali eurasiatiche nei confronti del regime talebano, con continue promesse di aiuti e investimenti seguite però da pochi fatti concreti. Manca la fiducia, elemento indispensabile per qualsiasi apertura reale, mentre nuovi fronti di crisi (Ucraina, Taiwan) allontanano lo sguardo dall’Asia Centrale. Il risultato è un Afghanistan isolato e preda di una crisi umanitaria sempre più grave e prolungata.

Per l’Occidente il discorso è simile, ma accompagnato anche dall’imbarazzo e dai sensi di colpa per il fallimento del proprio intervento ventennale a Kabul. Sia gli USA che i Paesi europei non vogliono pensare all’Afghanistan, non hanno piani per affrontare la nuova realtà del Paese e sembrano sperare unicamente che le dure sanzioni economico-finanziarie imposte ad esso finiranno per indebolire i talebani o per spingerli verso un islamismo più moderato. Speranze finora andate deluse, con il regime che ha reimposto persino il burqa alle donne,  e che presuppongono comunque tempi lunghi e ulteriori sofferenze per una popolazione civile già allo stremo. Intanto il rischio è che l’Afghanistan finisca per sprofondare nuovamente nella violenza e nella guerra civile. Il disperato contesto sociale favorisce infatti le sanguinose azioni terroristiche di ISIS-K contro regime e minoranze etniche, mentre altri gruppi armati potrebbero presto formarsi nelle province e sfidare l’autorità centrale di Kabul. Il Paese potrebbe quindi tornare letteralmente indietro agli anni Novanta, diventando un brutale campo di battaglia tra fazioni rivali e una comoda base d’operazioni per il jihadismo internazionale. Ma anche queste considerazioni non sembrano smuovere l’Occidente dalla sua apatia nei confronti dell’Afghanistan.

In tale contesto le commemorazioni accorate di questi giorni appaiono vuote, superficiali e persino un po’ surreali. Prevalgono i toni drammatici e le note di colore, ma manca una riflessione seria e concreta su cosa è andato storto nei vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan e cosa è necessario fare perché il Paese non torni ad essere il pericoloso “buco nero” del passato. Ben difficilmente quindi questa “febbre da anniversario” produrrà qualcosa di utile per affrontare le contingenze future.

Simone Pelizza

Rassemblement à Paris après la prise de pouvoir des talibans en Afghanistan” by Jeanne Menjoulet is licensed under CC BY

Simone Pelizza
Simone Pelizzahttp://independent.academia.edu/simonepelizza

Piemontese doc, mi sono laureato in Storia all’Università Cattolica di Milano e ho poi proseguito gli studi in Gran Bretagna. Dal 2014 faccio parte de Il Caffè Geopolitico dove mi occupo principalmente di Asia e Russia, aree al centro dei miei interessi da diversi anni.
Nel tempo libero leggo, bevo caffè (ovviamente) e faccio lunghe passeggiate. Sogno di andare in Giappone e spero di realizzare presto tale proposito. Nel frattempo ho avuto modo di conoscere e apprezzare la Cina, che ho visitato recentemente per lavoro.

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