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lunedì 3 Ottobre 2022

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Il nucleare in Europa: risorsa o pericolo?

In breve

  • I bombardamenti sulla centrale russa di Zaporizhzhia preoccupano, e gli scienziati sono divisi su quali sarebbero le effettive conseguenze di un’ eventuale esplosione.
  • L’energia nucleare negli ultimi tempi è stata rivalutata, in quanto considerata più pulita e più sicura di quella derivata dai combustibili fossili.
  • Per questa ragione l’Unione Europea l’ha inserita nella sua tassonomia del Green Deal, incentivando gli investimenti in questo settore.

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Analisi – L’Unione Europea ha ammesso l’utilizzo dell’energia nucleare e del gas naturale nella transizione economica, mentre nel continente aleggia la minaccia di un nuovo disastro ambientale a causa della guerra in Ucraina.

LA GUERRA IN UCRAINA E IL PERICOLO NUCLEARE

Qualche settimana fa il mondo si è nuovamente trovato a fronteggiare la paura di un possibile disastro nucleare. Quando i russi hanno occupato la centrale di Zaporizhzhia e sono giunte le prime notizie di bombardamenti nell’area, in molti hanno temuto il peggio. 

“Fermate le azioni militari, serve un accordo per creare una zona smilitarizzata e sicura”, ha subito commentato il segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, mentre Russia e Ucraina si accusavano reciprocamente di aver colpito la centrale, attualmente la più grande in funzione in Europa. Al momento sarebbero presenti nella struttura dei tecnici ucraini, sorvegliati da alcune truppe russe,e un video pubblicato dalla CNN mostra dei mezzi militari all’interno dello stabilimento. 

La società ucraina Energoatom ha dichiarato che il complesso di Zaporizhzhia è stato colpito cinque volte dai russi, “anche vicino ai magazzini di materiali radioattivi”, mentre le autorità russe hanno affermato che sono stati i soldati ucraini a farlo per due volte. La centrale, localizzata nella città di Enerhodar (sud-est dell’Ucraina), viene tuttavia considerata un pericolo da entrambe le parti: la Tass ha riportato che  Vasily Nebenzya, il Rappresentante Permanente della Russia all’Onu, avrebbe descritto la situazione come “sull’orlo di una catastrofe nucleare“, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky desidera una ritirata russa per ristabilire la sicurezza nell’area, augurandosi che i Paesi occidentali impongano nuove sanzioni sul Paese nemico. Il 19 agosto Putin si è inoltre dichiarato favorevole al dispiegamento di una missione dell’Aiea presso la centrale. 

Energoatom ha inoltre dichiarato che l’obiettivo russo sarebbe il taglio dei rifornimenti all’Ucraina meridionale; Zaporizhzhia presenta sei reattori (di cui solo due sono attivi) con una capacità netta di 950 megawatt di elettricità (sufficienti ad alimentare le case di quattro milioni di famiglie). 

Sull’argomento si è espresso James Acton, co-direttore del programma di politica nucleare presso il Carnegie Endowment for International Peace, che ha spiegato che il pericolo reale si trovi nei sistemi di raffreddamento dell’impianto, in uno scenario che assomiglierebbe più a Fukushima che a Chernobyl. Infatti, eventuali materiali radioattivi rilasciati nello spazio circostante viaggerebbero per un raggio di 10-20 chilometri; al contrario, le sezioni del raffreddamento sono più a contatto con 

il mondo esterno e potrebbero causare danni più estesi.

Invece Leon Cizelj, presidente della Società nucleare europea, ha affermato che solo una raffica di bombardamenti distruggerebbe le pareti del reattore, con un effetto che si vedrebbe per trenta chilometri.

Tuttavia, l’Istituto idrometeorologico ucraino di ricerca, il 19 agosto, ha condiviso un video che mostra gli eventuali spostamenti delle radiazioni, tenendo in considerazione i fenomeni atmosferici: ciò che si evince dalla simulazione è che esse potrebbero interessare anche una grossa parte dell’Europa dell’Est e centrale, nonché i Paesi Baltici e il Mare Nero.

Sul piano politico John Erath, direttore politico senior del Center for Arms Control and Non-Proliferation, ha riflettuto su come la crisi di Zaporizhzhia sia un modo per “alzare la posta in gioco per aumentare le preoccupazioni e per evidenziare in patria l’importanza di continuare l’operazione militare” per la Russia. Secondo l’Institute for the Study of War, inoltre, questa crisi potrebbe essere una strategia per scoraggiare i partner occidentali ad aiutare militarmente l’Ucraina.

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LA NORMATIVA EUROPEA E I PAESI PRODUTTORI

A margine della guerra in Ucraina e del caso Zaporizhzhia si può parlare comunque di una “rinascita” nucleare in Europa. Infatti molti Paesi dell’Unione Europea producono autonomamente energia in questo modo e spingono per un’adesione unanime dell’UE a questa fonte. 

Nel 2020 l’energia nucleare ha rappresentato il 21,8% di quella prodotta in Europa    (760mila GWh). Le percentuali nazionali variano a seconda del Paese: 66,6% per la Francia, 53,4% per la Slovacchia e 51,4% per l’Ucraina. All’interno della sola Unione sono presenti 109 reattori attivi.

L’introduzione dell’energia nucleare e dei gas naturali nelle economie nazionali è anche una conseguenza dell’aumento della temperatura terrestre e dell’effetto serra: queste due fonti infatti producono meno emissioni di anidride carbonica e di gas serra, causando inoltre meno morti tra i lavoratori. Secondo quanto riporta Our World in Data milioni di persone muoiono prematuramente ogni anno per l’inquinamento dell’aria, inquinamento causato principalmente da carbone, petrolio e biomassa bruciata. 

Nonostante anche il nucleare non sia totalmente sicuro (come nessuna risorsa d’altra parte), esso causa il 99% di morti meno dei combustibili fossili e quasi il 98% in meno di quelle causate dal gas. Le risorse rinnovabili come il solare e l’eolico, invece, sono molto sicure, tanto quanto l’energia nucleare. 

È evidente però che le centrali nucleari siano soggette a dei grandi rischi e, nel caso in cui ci siano dei disastri come a Chernobyl e Fukushima, le conseguenze siano profonde e a lungo termine. Proprio questo preoccupa alcuni Paesi europei, ancora restii a investire in questo campo, in un periodo in cui l’Unione Europea ha deciso di affidarsi sempre di più a questa risorsa. 

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LA TRANSIZIONE ECOLOGICA E IL DUBBIO SUL NUCLEARE

Il 6 Luglio il Parlamento Europeo ha bocciato la risoluzione che mirava a rifiutare la tassonomia inerente alla transizione ecologica. Per tassonomia si intende il sistema di classificazione per definire “le attività economiche sostenibili a livello ambientale”: il gas naturale e il nucleare sono stati dunque definiti investimenti sostenibili in UE, e potranno ricevere finanziamenti privati (per tempi limitati e quando le nuove centrali vengono costruite per sostituire quelle a carbone).

Questo evento fa seguito all’annuncio del Green Deal Europeo nel 2019 che mira a rendere l’Unione carbon-neutral entro il 2050 e all’accordo di Parigi sul clima. La decisione di inserire l’energia nucleare e il gas naturale tra le risorse rinnovabili, però, ha causato molte critiche e alcuni Paesi (Austria, Danimarca, Germania, Lussemburgo e Portogallo) sono storicamente contrari a questo utilizzo. 

Questa presa di posizione dell’UE deriva dal fatto che si è molto lontani dal raggiungere l’obiettivo prefissato nei vari accordi per la transizione: solo il 35% dell’energia viene da fonti rinnovabili, mentre il 40% è frutto dei combustibili fossili. In questo quadro il nucleare e il gas, insieme, corrispondono a quasi metà dell’elettricità europea. La Francia vorrebbe aumentare gli investimenti, seguita da Bulgaria, Repubblica Ceca, Paesi Bassi e Polonia, che vorrebbero costruire nuovi reattori nucleari.

Tuttavia, dato che la tassonomia dovrebbe prevenire il cosiddetto “greenwashing” (presentare un’azienda come ecosostenibile per motivi di marketing, occultando il suo reale impatto ambientale) e aumentare gli investimenti “verdi”, alcuni hanno evidenziato come, introducendo il gas nell’equazione, l’Europa stessa abbia un atteggiamento controverso e ipocrita; in particolare Greenpeace ha annunciato che intraprenderà un’azione legale contro la Commissione Europea. Inoltre, c’è chi si preoccupa delle conseguenze politiche, ovvero di come affidarsi al gas significhi dover ancora dipendere dalla Russia. 

Infine alcuni hanno sottolineato che questa decisione fosse necessaria per eliminare definitivamente il carbone. Dato che il gas produce meno anidride carbonica dei combustibili fossili, l’Unione Europea dovrebbe seguire questa strada per diminuire del 55% i gas serra entro il 2030.

Tuttavia, a causa della sovranità nazionale e dell’autonomia decisionale degli Stati Membri, nessuna nazione sarà costretta ad affidarsi a questi mezzi, ma potrà puntare sulle risorse più facili da sfruttare a seconda del proprio contesto. I punti fondamentali rimangono comunque i seguenti: ridurre l’inquinamento entro il 2050 ed evitare disastri ambientali. 

Livia Scalabrelli

Photo by distelAPPArath is licensed under CC BY-NC-SA

Livia Scalabrelli
Livia Scalabrelli

Studentessa universitaria classe ‘99, laureata in Diplomatic and International Sciences presso l’Università di Bologna; frequento la laurea magistrale Crossing the Mediterranean: towards investment and integration, corso offerto congiuntamente dall’Università Ca’Foscari di Venezia e la Université Paul-Valéry 3 di Montpellier.
Ho vissuto in Portogallo, in Argentina, in Tunisia e in Francia, e ho concluso degli scambi più brevi in Danimarca e nel Regno Unito. Per lavoro mi sono occupata di marketing e advertising ma le mie passioni rimangono la scrittura, la geopolitica, le relazioni internazionali.

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