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Bosnia-Erzegovina, Dodik-Putin e Vucic-Trump: la partita Russia-USA nei Balcani

Caffè Lungo – Il mandato di arresto emesso da Sarajevo contro il leader dei serbi di Bosnia, Milorad Dodik, in seguito ad alcune sue decisioni volte a favorire una secessione politica dall’Autorità centrale bosniaca, rischia di incendiare gli animi nei Balcani, dove Mosca ha forti interessi. Il buon rapporto di Trump con il Presidente serbo Vucic potrebbe contribuire a allentare la tensione.

IL MANDATO DI ARRESTO CONTRO DODIK: INCREMENTO DEL RISCHIO SECESSIONE?

Il mandato di arresto contro il leader della Republika Srpska Milorad Dodik è un potenziale incendio in uno degli Stati balcanici su cui Mosca punta per rendere ancora più caldo il fronte contro l’Unione Europea e impedire l’entrata dell’intera regione nell’Unione.
Da anni Dodik realizza programmi volti a sostituire le Istituzioni bosniache fissate dagli accordi di Dayton del 1995, che posero fine alla guerra in Bosnia-Erzegovina e videro la creazione dell’Alto Rappresentante, de facto la massima Autorità del Paese nominata dal Consiglio per l’attuazione della Pace, organismo che comprende decine di Stati, inclusa la Russia. Tale figura è estranea ai gruppi etnici che compongono la Bosnia ed è di nazionalità europea-occidentale.
Se ad oggi le minacce secessioniste di Dodik non sono state suffragate da azioni militari, l’approvazione, nello scorso mese, di alcune leggi della Republika Srpska dirette a impedire l’operato giudiziario e di polizia della Bosnia nel territorio della Republika, scavalcando così la Costituzione bosniaca, sono state un salto di qualità preoccupante che può portare alla degenerazione dello scontro politico.
I programmi legislativi del leader serbo bosniaco, infatti, sono mutuati da quelli russi, come dimostra la controversa legge sugli agenti stranieri, aspramente criticata dall’Unione Europea nonché dall’Alto Rappresentante, il tedesco Christian Schmidt, e hanno attivo supporto del Cremlino, che incita gli stessi serbi di Bosnia a non riconoscerne più l’autorità.

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Fig. 1 – Milorad Dodik insieme a Vladimir Putin nel giugno 2024

LA RUSSIA, DODIK E LA SUA EQUIPARAZIONE A CAPO DI STATO DA PARTE DEL CREMLINO

La Russia è la maggior sostenitrice di Dodik, nell’ottica della storica alleanza religiosa e politica tra serbi e russi per la quale Putin non ha accettato né l’intervento americano che pose fine alla guerra balcanica più cruenta degli anni Novanta, né l’intervento NATO del 1999 in Kosovo, la missione Allied Forced, uno dei prodromi dello scontro tra Mosca e Occidente che sarebbe sfociato negli anni a seguire.
In secondo luogo, va rammentato il ruolo politico del clero ortodosso, che ha influenzato il conflitto bosniaco degli anni Novanta e il contrasto tra la religione musulmana, professata dai bosgnacchi guidati da Izetbegovic, e quella ortodossa, in cui il leader serbo bosniaco Karadzic si proclamò difensore dei cristiani, protetto dal Governo russo, che non ha mai riconosciuto il massacro di Srebrenica come genocidio.
Dodik si è opposto alle sanzioni economiche contro Mosca in seguito all’invasione dell’Ucraina nel 2022, mettendo il proprio veto e facendo così della Bosnia-Erzegovina uno dei pochi Paesi europei a non aderire a tali misure, allineandosi al Presidente serbo Aleksandar Vucic che sottotraccia coltiva il sogno, ancora presente nel nazionalismo locale, di una riunione della diaspora dei serbi di Bosnia sotto la propria ala.
Mosca appoggia Dodik, al punto da averlo ricevuto più volte al Cremlino in questi ultimi anni, equiparandolo a un Capo di Stato. L’arma geopolitica del gas, da cui Sarajevo dipende ancora per la quasi totalità delle forniture, inoltre, gioca un ruolo nelle mire di Mosca nell’area, al centro di rotte che interessano anche altre potenze come, ad esempio, la Turchia, tramite il gasdotto Turkish Stream.
Accendere la miccia nei Balcani potrebbe essere una mossa di Putin per saggiare le capacità di reazione delle Istituzioni europee, prese dai nuovi programmi predisposti dal piano RearmEU, che deve ancora essere tradotto in azioni concrete. Al contrario, Mosca sugli armamenti da anni ha aumentato le spese e le azioni di reclutamento in modo da prepararsi a un eventuale scontro, nonché sviluppato iniziative di partnership con Iran e Corea del Nord, Paesi con pochi scrupoli nella produzione di materiale bellico.

Fig. 2 – Il Palazzo del Ministero della Difesa Jugoslavo a Belgrado, oggi al centro degli interessi immobiliari della famiglia Trump | Foto: Lorenzo Pallavicini

I RAPPORTI POLITICI E GLI AFFARI TRUMP-VUCIC PER RAFFREDDARE LE TENSIONI IN BOSNIA

Gli Stati Uniti sono i primi garanti degli accordi di Dayton, raggiunti sotto la presidenza Clinton, e hanno rappresentato il maggior deterrente contro le azioni secessioniste di Dodik, anche in considerazione dell’impegno internazionale che prevede la presenza nel Paese di truppe europee e americane nell’ambito della missione EUFOR. Tuttavia, i rapporti Trump-Vucic sono particolarmente interessanti, specie nell’ambito di diverse operazioni immobiliari in Serbia in cui è coinvolto il figlio del Presidente americano, Donald Trump Jr, e che potrebbero favorire un alleggerimento della posizione americana nell’area balcanica.
L’interesse economico della famiglia Trump, compreso il genero Jared Kushner, collegato alla società di investimenti Affinity Partners, creata nel 2021, è assai forte a Belgrado. Nella capitale sono previste la costruzione di un albergo e strutture commerciali proprio sul sito dell’edificio del Ministero della Difesa bombardato nell’ambito delle operazioni NATO della missione Allied Force nel 1999, elemento che ha generato polemiche in Serbia, con le opposizioni che hanno accusato Vucic di svendere la storia del Paese.
Per Vucic, oltre all’aspetto economico, è anche una opportunità per assicurarsi un appoggio della Casa Bianca contro eventuali escalation nelle proteste che da mesi interessano la Serbia, tra le più intense degli ultimi anni.
Come dimostra la guerra in Ucraina, l’Amministrazione Trump ha fretta di chiudere i dossier europei per concentrarsi sulle sfide più importanti di politica estera secondo la dottrina presidenziale, ovvero l’Artico, cruciale per sicurezza e materie prime, e il Pacifico, in cui la sfida commerciale con la Cina è decisiva per le sorti economiche statunitensi.
Se è improbabile che Washington conceda un via libera alle proposte secessioniste di Dodik, considerato che il mosaico balcanico per Trump può diventare un rompicapo fastidioso da risolvere, i buoni rapporti personali con Vucic possono contribuire a ridurre lo scontro giudiziario in atto tra la Republika Srpska e Sarajevo, dato che l’arresto del leader dei serbi di Bosnia potrebbe portare a conseguenze gravi, per le quali non sarebbe da dare più per scontata la protezione di Washington in caso di scontri tra le etnie del Paese.


Lorenzo Pallavicini

Photo by jorono is licensed under CC BY-NC-SA

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  • Dodik e il sogno di secessione dalla Bosnia-Erzegovina e di riunificazione con la Serbia.
  • Il Cremlino e l’utilizzo di Dodik in chiave anti occidentale.
  • I rapporti tra Trump e Vucic: opportunitĂ  immobiliari e geopolitiche.

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Lorenzo Pallavicini
Lorenzo Pallavicini

Nato a Cuneo nel 1985, con esperienze politiche a livello locale e regionale in Piemonte,
viaggiatore con esperienza pluridecennale, autore di articoli di attualitĂ  locale e politica su
testate locali, da diverso tempo interessato alla scrittura a carattere geopolitico sulla situazione internazionale di diverse aree nel mondo, in particolare della realtà europea e della Federazione Russa e dei paesi ex membri dell’URSS e della galassia comunista.

 

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