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martedì 29 Novembre 2022

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US-Pacific Island Country Summit: punto di svolta o mossa tardiva?

In breve

  • Si è tenuto a Washington lo scorso 28-29 settembre il primo US-Pacific Island Country Summit, fortemente voluto dal Presidente Joe Biden.
  • Oltre alla sfida climatica ed economica, l’attenzione si è diretta all’espansione cinese e alle tematiche geostrategiche. Non sono mancati dissensi ed obiezioni.
  • Si discute sull’efficacia dell’incontro o sulla sua tardività, così come sulle ripercussioni che questo avrà nella regione nel prossimo futuro.

 

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In 3 sorsi Joe Biden, in un Summit storico, chiama a raccolta i leader degli Stati del Pacifico. L’obiettivo: rinsaldare vecchie alleanze, crearne nuove e fermare l’avanzata di Pechino nell’area. Quali saranno gli effetti a medio e lungo termine?

1. OCCHI PUNTATI SUL PACIFICO

La sicurezza dell’America e, francamente, del mondo intero dipendono dalla sicurezza delle Isole del Pacifico. Così il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden si rivolge ai 12 dignitari degli Stati Insulari, durante il primo storico US-Pacific Island Country Summit. Una frase a forte impatto, che fa eco nelle testate giornalistiche internazionali. L’incontro alla Casa Bianca sottolinea senz’altro la volontà americana di tornare concretamente a operare nella regione, dopo anni di trascuratezza in ambito strategico. I due giorni di colloqui hanno portato a diversi fondamentali accordi con cui l’America punta a intensificare i rapporti regionali: il Pacific Partner Strategy, la Roadmap for a 21st Century U.S.- Pacific Island Partnership e, di particolare importanza, la Declaration on the U.S.-Pacific Partnership. Gli sforzi americani passano anche sul piano economico, con uno stanziamento assistenziale totale di 810 milioni di dollari in 10 anni, di cui 180 milioni per la crisi climatica e la ripresa post-pandemica. Ma come è stato accolto l’esito del Summit dai Paesi ospiti? Senza dubbio, in maniera mista.

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Fig. 1 – Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e quello della Cina Xi Jinping, grandi rivali per l’egemonia nel Pacifico

2. RAFFORZARE LE ALLEANZE, AFFRONTARE I DISSENSI

Proprio l’adesione alla Declaration on the U.S.-Pacific Partnership ha visto un grande assente e oppositore: le Isole Salomone del premier Sogavare. Lo stesso Stato che nel febbraio 2022 ha siglato un fondamentale accordo strategico con la Cina, e che ha in qualche modo “risvegliato” gli Stati Uniti dal loro “sonno strategico” nel Pacifico. Sogavare, con una mossa inattesa, ha tentato inoltre di convincere gli altri partner a non sottoscrivere la dichiarazione. A dispetto di un grande successo geopolitico quale il riconoscimento delle Isole Cook (prima territorio neozelandese) come Stato sovrano, Biden si trova a fronteggiare una nuova sfida: la crisi del rapporto con le Isole Marshall. Tra i micro-Stati più importanti, l’arcipelago è stato oggetto di numerosi test nucleari da parte di Washington che ne hanno irrimediabilmente compromesso l’abitabilità. L’accordo bilaterale di sicurezza COFA con le Marshall scadrà nel 2023, e le stesse chiedono nuovi fondi come riparazione per i danni subiti, vedendo però l’opposizione americana. Questo è, per gli altri partner insulari, un esempio lampante della contraddizione della politica di Washington, che li spinge gradualmente a vedere Pechino come affidabile (e pacifica) alternativa. Le alleanze sono in continuo movimento.

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Fig. 2 – Il Segretario di Stato USA Anthony Blinken insieme al Presidente delle Isole Marshall David Kabua durante il summit di Washington, 29 settembre 2022

3. QUALI CONSEGUENZE FUTURE?

Lo U.S.-Pacific Island Country Summit si inserisce a pieno titolo nel quadro degli accordi che Washington sta attivamente portando avanti per contrastare Pechino: lo AUKUS, il QUAD e una più stretta collaborazione tra i Five Eyes. Di contro, la comunità internazionale si interroga sulle ripercussioni a medio e lungo termine di questa nuova politica assertiva. Con le Isole Salomone già apertamente schierate, la Cina potrebbe utilizzare l’influenza economica come leva al fine di riempire altri vuoti lasciati dagli Stati Uniti nel Pacifico. Si potrebbe assistere ad un ipotetico scenario in cui Pechino supporti le iniziative di sviluppo (sanità, investimenti) di altri micro-Stati, puntando nel contempo ad inserirsi in quelle realtà tramite l’influenza dei suoi corpi di polizia e militari, o chiedendo in cambio l’usufrutto di luoghi strategici o di attracco per la sua marina. Insieme alla sempre maggiore militarizzazione del Mar Cinese Meridionale e agli accordi di difesa tra Giappone, India e Australia, il Summit di Washington si potrebbe configurare come l’ennesimo tassello di un escalation che stenta a far passi indietro. Assisteremo ad un ritorno al dialogo tra le due potenze?

Leonardo Vittori

USS Russell (DDG 59) is moored in Majuro, Marshall Islands.” by Official U.S. Navy Imagery is licensed under CC BY

Leonardo Vittori
Leonardo Vittori

Classe 1990, laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Lumsa, ho scelto di specializzarmi ulteriormente completando un Master in Studi Diplomatici presso la SIOI di Roma. L’innata curiosità e voglia di scoprire mi hanno portato a intraprendere questa strada, e ad esplorare fin da ragazzo l’Europa, il Nord Africa e l’Asia. L’estremo Oriente è la mia grande passione, e l’oggetto dei miei interessi giornalieri! Quando non mi informo di attualità internazionale, amo passare il tempo libero facendo trekking, suonando la batteria o programmando il mio prossimo viaggio! A colazione? Rigorosamente caffè espresso!

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