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Siria, Turchia e i resti di una catastrofe

In 3 sorsi – Nelle prime ore del 6 febbraio scorso la regione meridionale della Turchia è stata scossa violentemente, colpendo anche la Siria. A un terremoto così non avrebbe resistito neanche la città più urbanizzata, ma le condizioni delle regioni colpite sono particolarmente povere e il sisma ha portato via tutto. 

1. IL SISMA PIÙ FORTE DAL 1939

Sono le 4,45 di mattina, ora locale, quando un terremoto di magnitudo 7,8 irrompe nella regione sud-est della Turchia, a Gaziantep, al confine con la Siria, nella quale la zona più colpita è stata invece quella nord-occidentale, in particolare la città di Aleppo, completamente devastata. Undici minuti più tardi un’altra scossa di magnitudo 6,7 colpisce ancora. A seguire centinaia di scosse di assestamento. Verso le 11 la terra trema ancora, questa volta 7,5 di magnitudo. Definito da Erdogan “il sisma più forte dal 1939”, a livello geologico quello che è successo è che si è venuta a creare una spaccatura della faglia che divide la placca araba e quelle anatolica, su cui poggia la Turchia. Il livello di intensità è stato così forte che l’Anatolia si è spostata di 3 metri verso sud-ovest e, se volessimo fare paragoni con fatti a noi vicini, sarebbe stato mille volte più forte del terremoto di Amatrice del 2016. In Turchia si stimano circa 13,5 milioni di persone colpite in qualche modo dal terremoto, in un’area che si estende per circa 450 chilometri da ovest, Adana, a est, Diyarbakir, e per 300 chilometri da Malatya, nord, a Hatay, sud. I dati del 10 febbraio riportano un numero di 17mila vittime in tutte le aree colpite. Il terremoto ha provocato inoltre la scoppio di gasdotti e oleodotti che passavano lungo le zone. 

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Fig. 1 – Resti della città di Elbistan, Turchia, dopo il terremoto

2. LA DIFFICOLTÀ NEGLI AIUTI UMANITARI

La comunità internazionale ha subito risposto all’emergenza, inviando supporto tecnico e finanziario in Turchia. La situazione per quanto riguarda gli aiuti in territorio siriano sembra essere più complicata. Il primo convoglio di aiuti da parte delle Nazioni Unite è riuscito a raggiungere la regione nord-occidentale dopo tre giorni dal terremoto attraverso il valico di frontiera tra Siria e Turchia di Bab al-Hawa. Nonostante il Governo turco abbia autorizzato il passaggio degli aiuti attraverso altri due valichi, Bab al-Salama e al-Rai, UN-OCHA continua a utilizzare l’unico valico autorizzato anche dal Governo di Assad, coprendo solo il 5% delle aree colpite.
L’arrivo degli aiuti in seguito al terremoto si inserisce in una situazione già delicata di accesso delle Organizzazioni internazionali nella regione di Idlib e nord Aleppo. La presenza di ribelli in queste aree aveva spinto il Governo di Damasco a scoraggiare il lavoro di Organizzazioni internazionali e regionali nella fornitura di aiuti umanitari alla popolazione già prima del terremoto. Il 9 gennaio 2023 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva votato all’unanimità (con un sorprendente cambio di posizione della Russia) per tenere il valico di Bab al-Hawa aperto ai convogli degli aiuti internazionali per altri sei mesi. Il Governo di Damasco ha più volte mostrato la propria posizione contraria agli aiuti nelle aree ribelli, definiti da Mosca una violazione della sovranità dello stato siriano e un supporto alle organizzazioni terroristiche presenti nella regione.
Mentre Russia, Iran e UAE hanno subito inviato supporto alle aree controllate del regime, la parte nordoccidentale deve fare affidamento sui convogli UN e sulle ONG locali già in difficoltà nella risposta alla crisi umanitaria precedente al terremoto.

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Fig. 2 – Macerie di un palazzo crollato in seguito al terromoto. Hatay, Turchia meridionale

3. L’ AIUTO UMANITARIO, LE SANZIONI E I RIBELLI

I danni causati dal terremoto e l’emergenza da esso causata hanno fatto emergere due temi chiave legati alla guerra civile siriana e alla presenza delle organizzazioni umanitarie nel Paese: il primo è quello delle sanzioni imposte da molti Stati occidentali dopo lo scoppio della guerra civile siriana al Governo di Bashar al Assad; il secondo riguarda gli aiuti internazionali nelle aree controllate dall’opposizione, come descritto nel paragrafo precedente.
La questione delle sanzioni e di un possibile alleggerimento di quest’ultime per favorire una risposta ai danni causati dal terremoto potrebbe però non essere il giusto approccio a supporto della popolazione colpita. Molti Paesi europei sono reticenti a concedere maggiori aiuti direttamente al Governo di Damasco per paura che il regime possa manipolare le risorse per i propri fini politici, invece di rispondere alla reale crisi umanitaria. Se gli aiuti fossero controllati direttamente dal regime, infatti, non è certo che Assad provvederebbe a veicolarli nelle aree controllate dall’opposizione (Idlib e nord Aleppo).
L’emergenza attuale mette in evidenza ancora una volta l’incapacità della comunità internazionale di confrontarsi con la crisi siriana e di negoziare con il Governo di Mosca e di Damasco. Inoltre, la depoliticizzazione dell’aiuto sembra essere sempre più un’idea irrealizzabile e non prioritaria rispetto agli interessi degli attori in campo.

Altea Pericoli
Francesca Giordano

Immagine di copertina: Photo by Khaled Akacha is licensed under CC0

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Altea Pericoli
Altea Pericoli

Nata nel 1992, attualmente sono postdoctoral research fellow presso la Lund University (Center for Advanced Middle Eastern Studies). I miei interessi di ricerca riguardano la geopolitica dell’area MENA e la visione islamica dell’aiuto umanitario e allo sviluppo. Dal 2018 collaboro al coordinamento del Desk Medio Oriente e Nord Africa.

Dei viaggi e del caffè (americano) non potrei mai fare a meno!

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