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Tra Israele e Palestina la Cina si propone come mediatrice

In 3 sorsi – Il Presidente palestinese Mahmud Abbas è stato il primo capo di Stato arabo recatosi in Cina quest’anno. L’obiettivo della visita: sostenere la sovranità e l’indipendenza della Palestina. Ma quali sono, invece, le motivazioni della Cina a operare come mediatrice nella regione?

1. LA PROPOSTA DI PECHINO

Dal 13 al 16 giugno il Presidente palestinese Mahmud Abbas si è recato in Cina. Rafforzare i rapporti con Pechino costituisce infatti un’opportunità per la Palestina di allargare le proprie partnership al fine di ottenere un maggiore appoggio internazionale nella gestione del conflitto israelo-palestinese. L’invito di Xi Jinping al Presidente Mahmud Abbas ha dimostrato la volontà del capo di Stato cinese di partecipare attivamente alla risoluzione di tale conflitto, sottoponendo al proprio omologo un piano di pace diviso in tre punti principali.
La soluzione dei due Stati proposta da Pechino prevede l’indipendenza della Palestina ritornando ai confini del 1967 – con Gerusalemme Est come capitale, – l’aumento dell’assistenza umanitaria, il sostegno allo sviluppo dello Stato Palestinese e l’instaurazione di condizioni congeniali a negoziati di pace, ponendo termine ad azioni provocatorie e minacciose da entrambe le parti.
Le condanne della Cina nei confronti degli insediamenti israeliani in territorio palestinese si sono recentemente acuite e il Governo cinese – accusato a sua volta da Israele per le continue violazioni dei diritti umani contro la minoranza musulmana degli Uiguri – ha assunto posizioni apparentemente più nette sul conflitto.
Il Governo palestinese, dal suo punto di vista, si è dimostrato più che soddisfatto dalla proposta di Pechino. Infatti l’intesa tra i due Paesi è stata trascritta in una dichiarazione congiunta, contente – tra i vari punti di convergenza – anche la piena adesione della Palestina alla politica “una sola Cina”, e dichiarando poi espressamente la legittimità della politica cinese nei confronti delle stesse minoranze musulmane.
Infine, l’incontro tra i due Capi di Stato ha avuto a oggetto anche l’intensificazione degli accordi commerciali già in vigore tra Cina e Palestina – in particolare la zona di libero scambio, – nonché  accordi economici sulla produzione di energia solare, sullo sviluppo dell’industria palestinese e sulla costruzione di infrastrutture.

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Fig. 1 – Il Ministro degli Esteri palestinese Riyad Al-Maliki con il Ministro degli Esteri cinese Qin Gang durante la cerimonia tenutasi a Pechino il 14 giugno 2023, mentre il Presidente Xi Jinping e il Presidente Mahmoud Abbas applaudono

2. I RAPPORTI TRA I DUE PAESI E LE NUOVE AMBIZIONI REGIONALI DELLA CINA

L’attivismo cinese nel conflitto israelo-palestinese si posiziona all’interno di un progetto diplomatico che Pechino persegue da diversi anni. Ergersi come mediatrice esterna e imparziale in Medio-Oriente permette alla Cina di imporre la propria influenza – aumentando la credibilità del Paese e rafforzandone i rapporti bilaterali – e di contribuire a delegittimare il ruolo – oggi in declino – degli Stati Uniti nella regione.
Tali ambizioni sono state chiaramente espresse nel ruolo che la stessa Cina ha svolto nei negoziati che hanno portato a un accordo epocale tra Iran e Arabia Saudita.
Va inoltre tenuto in considerazione che la neutralità storica e culturale di Pechino può essere sfruttata per porre il Paese in una posizione di favore rispetto ad altri attori – come, ad esempio, oltre agli Stati Uniti, anche l’Unione Europea e la Turchia – e farne un mediatore privilegiato. Gli interessi di competizione regionale – e globale – sono quindi di gran lunga più attraenti del solo avvicinamento del Governo cinese allo Stato palestinese, in quanto Pechino continua ad avere interessi commerciali – e non – estremamente maggiori in Israele che in Palestina. 
Dall’altro lato non si può neppure dire che l’attenzione per la Cina verso il conflitto tra Israele e Palestina sia recente. Al contrario, questo risale alla seconda metà del Novecento, quando Israele veniva percepito dalla Repubblica Popolare Cinese come una base dell’imperialismo occidentale.

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Fig. 2 – Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi stringe le mani all’omologo palestinese Riyad Al-Maliki prima del loro incontro a Pechino il 13 aprile 2017

3. PROSPETTIVE DEL RUOLO CINESE NEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

Entrando nel merito della proposta cinese, questa – che sia condivisibile o meno – sembra oggi mancare di consistenza e di realismo. Infatti il progetto neo-identitario e nazionalistico del Governo di Benjamin Netanyahu non parrebbe lasciare molti margini a una negoziazione relativa ai confini stabiliti nella Guerra dei Sei giorni. In secondo luogo, le condanne di Pechino delle azioni unilaterali di Israele sono abbastanza in linea con il posizionamento della comunità internazionale, e non sembrano apportare alcuna novità. Infatti lo scorso febbraio il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha condannato le azioni unilaterali del Governo di Netanyahu e – in particolar modo – i nuovi insediamenti israeliani.
La contrarietà di Washington – più radicale che in passato – alla virata illiberale e militarista del nuovo esecutivo, rimasta inascoltata, può aver spronato Pechino a cercare l’impresa – di improbabile riuscita – di assumere la leadership nell’area. Ad ogni modo, a prescindere dagli esiti delle negoziazioni, l’apertura cinese e l’interesse dimostrato verso la Terra Santa può contribuire a trasformare l’immagine del Paese nella regione e ad aumentarne il prestigio internazionale.

Bruno Bevilacqua

Immagine di copertina: Photo by realsmarthome is licensed under CC BY-NC-SA

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Perchè è importante

  • La visita del Presidente Palestinese a Pechino è stata segnata dalla volontà della Cina di giocare un ruolo attivo nelle negoziazioni di pace tra Israele e Palestina.
  • La propensione cinese a porsi come mediatrice nei conflitti internazionali è il fulcro di un più grande progetto di politica estera del Governo di Xi Jinping.
  • La presenza attiva nelle negoziazioni ha l’obiettivo di garantire a Pechino prestigio in termini di “soft power” nella regione, ma non necessariamente il loro esito positivo.

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Bruno Bevilacqua
Bruno Bevilacqua

Classe 1998, laureato in Giurisprudenza all’Università di Bologna e all’Università di Parigi-Nanterre, ora sono iscritto al master in “Security and International Relations” all’Università di Genova.
Appassionato di scrittura in maniera universale, mi dedico all’analisi geopolitica specialmente per ciò che riguarda la Turchia e l’area ex ottomana, mondo che ho cominciato ad amare dopo la mia prima esperienza in Anatolia.
Amante del trekking e di un buon libro, ho evidenti difficoltà a restare fermo.

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