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Breve storia della militarizzazione di Israele

Caffè Lungo – Le Forze Armate di Israele sono state chiamate, oltre che a difendere la nazione, anche a costruirne l’identità. In questo modo giocano un ruolo fondamentale nelle dinamiche politiche del Paese instaurando un rapporto singolare con le Istituzioni civili.

LE FORZE DI DIFESA ISRAELIANE COME “MELTING POT”

Nelle parole di David Ben Gurion, fondatore e primo Primo Ministro di Israele, le Forze di Difesa del Paese dovevano avere un ruolo di “assorbimento spirituale” dell’immigrazione della popolazione ebraica, in modo da “fonderla e modellarla”. Fu così che, un Paese che poneva le proprie radici nel multiculturalismo, individuò nelle Forze Armate l’elemento fondamentale del processo di assimilazione nello Stato già a partire dalle prime ondate di immigrazione che ne seguirono la nascita. La grande missione sociale, unita alla responsabilità della costruzione di un nuovo Stato contrastando la resistenza palestinese, portarono l’esercito a essere il cuore dell’attività nazionale, ricoprendo ruoli che svariavano, ad esempio, dall’agricoltura, all’accoglienza degli immigrati e all’insegnamento della lingua ebraica.
Dato che tutti i cittadini sono tenuti a prestare servizio militare, ancora oggi le FDI sono considerate un “melting pot” capace di unire cittadini di background completamente diversi, e non a caso l’Istituzione militare rimane oggi quella che gode della maggior fiducia popolare (il 93%), più del Presidente e della Magistratura.
Nonostante questa vanti un elevato prestigio sociale e una centralità nell’assetto di poteri del Paese, non si deve sottostimare l’importanza degli interessi particolari che compongono una società ancora complessa e frammentata. Alcune posizioni sono infatti inconciliabili con una tale concezione delle Forze Armante. La grande varietà della società israeliana rende inoltre impossibile l’unione indiscriminata della popolazione sotto un’unica visione, ponendoci necessariamente in condizione di fare delle distinzioni.
Ad esempio l’esenzione dall’obbligo del servizio concessa agli ultraortodossi – così come il relativo diverso trattamento previsto per i volontari – provoca fratture sociali ancora al centro di dibattiti politici nazionali.
L’eterogeneità della popolazione israeliana, la tradizionale sensazione di Israele di essere minacciato nella propria esistenza, insieme alla mancanza di confini stabili e internazionalmente riconosciuti in modo unanime, contribuiscono a dare alle Forze Armate, oltre a un ruolo di rilievo, anche un’inesauribile dinamicità.

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Fig. 1 – Addestramento della brigata di paracadutisti israeliani

LA ‘INNATA’ MILITARIZZAZIONE DELLA POLITICA ISRAELIANA

La militarizzazione della politica israeliana non è quindi un fenomeno nuovo. Da un lato diversi Primi Ministri israeliani – ad esempio Yizhak Rabin, Ehud Barak, Ariel Sharon, così come lo stesso Benjamin Netanyahu – hanno avuto un passato nell’esercito, ricoprendo cariche di rilievo. Dall’altro lato, rinnovate ideologie espansionistiche di stampo teologico-militare minacciano la politica del Paese dalla sua nascita. D’altronde la dottrina della destra ultranazionalista di Benjamin Netanyahu fonda le proprie ragioni, più che sulla religione, su un pessimismo bellico intento a dare una risposta politica alle minacce alla sicurezza: “Mi hanno chiesto se dovremo vivere per sempre con la spada, io rispondo di sì”, annunciò al Parlamento nel 2015 il già allora Primo Ministro.
Il risultato di una tale commistione tra personalità e visioni del mondo che appartengono trasversalmente a realtà politica e militare in uno dei Paesi con la maggior spesa militare in relazione al PIL definisce, secondo alcuni, l’assenza di un chiaro confine tra i suddetti due ambiti.

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Fig. 2 –  Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu siede alla porta di un elicottero militare

‘RETE DI SICUREZZA’

Diversi studiosi hanno affrontato il complesso rapporto tra esercito e Istituzioni civili in Israele, e la letteratura internazionale non è sempre concorde a riguardo. C’è chi ritiene, forte del pugno duro dell’esecutivo, che, nonostante le dovute interazioni, politica e Forze Armate siano sempre state divise, e che la prima riesca ad attuare il dovuto controllo sulle seconde.
Interessante è invece l’idea di non considerare l’Istituzione militare come un blocco monolitico al quale si fa tradizionalmente riferimento, ma di riferirsi, invece, alla ibrida e informale “rete di sicurezza” che comprende tutti gli attori che contribuiscono alla difesa del Paese – come, ad esempio, organizzazioni non governative e aziende pubbliche o private – con la naturale conseguenza – per quanto radicale – di riconoscere una mutua e constante interazione capace di eliminare ogni concreta distinzione tra le funzioni politiche e quelle militari.
Infine un tale sistema di sicurezza non è necessariamente legato al sionismo, ma, al contrario, sembra debba la propria specificità alla volontà dei padri fondatori di dare all’Istituzione militare un ruolo attivo e trasversale nella nascita del nuovo Stato, rendendone oggi impensabile una delegittimazione o un eventuale passo indietro.

Bruno Bevilacqua

Immagine di copertina: “Judaism condemns the state of Israel and its atrocities.” by alisdare1 is licensed under CC BY-SA


Dove si trova

Perchè è importante

  • Le Forze Armate israeliane vennero concepite come il fulcro delle attività del nuovo Stato. Tra le funzioni era prevista quella di contribuire alla creazione di un’identità nazionale.
  • Tradizionalmente i grandi ruoli politici sono stati ricoperti da militari. Questo predominanza si nota anche nelle dottrine politiche e nella priorità data alla sicurezza nazionale.
  • Oggi, il confine tra politica e istituzione militare è altamente dinamico e difficile da definire.

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Bruno Bevilacqua
Bruno Bevilacqua

Classe 1998, laureato in Giurisprudenza all’Università di Bologna e all’Università di Parigi-Nanterre, ora sono iscritto al master in “Security and International Relations” all’Università di Genova.
Appassionato di scrittura in maniera universale, mi dedico all’analisi geopolitica specialmente per ciò che riguarda la Turchia e l’area ex ottomana, mondo che ho cominciato ad amare dopo la mia prima esperienza in Anatolia.
Amante del trekking e di un buon libro, ho evidenti difficoltà a restare fermo.

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