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    In 3 sorsiNegli ultimi mesi Mosca ha dovuto prendere in considerazione diversi campanelli d’allarme, provenienti soprattutto dalle regioni periferiche della sconfinata Federazione. Nelle piazze o nelle cabine elettorali, la protesta in queste aree ha evidenziato molte problematiche, spesso sottovalutate dal Cremlino.

    1. IL MALCONTENTO POPOLARE

    In queste settimane in Buriazia i cittadini sono particolarmente delusi. Assieme alla Transbajkalia, il 3 novembre scorso, la regione è passata per decreto dal circondario federale della Siberia a quello dell’Estremo Oriente russo. Per quanto i rispettivi governatori abbiano definito la decisione «un’ottima opportunità di sviluppo», il provvedimento non è stato ben accolto. Tra le ripercussioni immediate si lamenta l’aumento delle tariffe energetiche (che passano dai 2,75 rubli/Kwh garantiti ai siberiani ai 3,50 per gli orientali), questione di primaria importanza in questa gelida area del mondo. Inoltre gli incentivi all’immigrazione della manodopera cinese in cambio di terreni e agevolazioni (tra cui l’ottenimento della cittadinanza più rapido) hanno scontentato tutti i buriati, particolarmente attaccati al proprio territorio e alle proprie tradizioni. Ai loro occhi è una svendita del patrimonio naturale russo alla Cina, una mossa che potrebbe rivelarsi ben pericolosa e soffocante per Mosca.

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    Fig. 1 – La statua di Lenin che domina ancora la piazza principale di Ulan-Ude, capitale della Buriazia

    2. IL DISSENSO ESPRESSO NELLE URNE

    Che il malcontento abbia iniziato a serpeggiare a est degli Urali è chiaro da tempo. La discussa riforma pensionistica ha solamente contribuito a esacerbare gli animi e ad aprire una piccola crisi politica. Stando alle ultime elezioni amministrative, il partito di governo Russia Unita ha infatti perso il controllo di diverse regioni. Nell’oblast’ di Vladimir, l’esponente liberaldemocratico Vladimir Sipjagin ha battuto Svetlana Orlova, membro influente di Russia Unita. A Omsk (Russia Giusta) e Orël (KPRF) Russia Unita non si presentava. A Oriente, in Chakassia, il candidato comunista (KPRF) Valentin Konovalov ha superato il putiniano uscente Viktor Zimin. Sempre in Estremo Oriente, a Chabarovsk, il Partito Liberal Democratico ha imposto il suo candidato Sergej Furgal con un netto 69%, (circa 300mila voti). Alle presidenziali, qui il LDPR aveva raccolto solo il 9% (60mila voti). Nel Primorskij Kraj (regione di Vladivostok), dopo brogli rocamboleschi, proteste e annullamento del primo turno (a settembre, il candidato del KPRF Iščenko si era visto scavalcare incredibilmente col 98% dei seggi scrutinati) l’ha spuntata Oleg Kozhemjako, “indipendente” di Russia Unita e già governatore degli oblast’ di Sachalin e dell’Amur. Andando a vedere le mappe del voto alle presidenziali del marzo 2018, risultati più “bassi” (sotto il 70%) raccolti da Putin sono stati registrati proprio nella regione siberiana.

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    Fig. 2 – Manifesto elettorale a Vladivostok: «16 dicembre 2018 – Elezioni del governatore del Primorskij Kraj»

    3. LA FRATTURA CENTRO-PERIFERIA

    Come teorizzato da Stein Rokkan e Seymour Lipset, le strutture partitiche riflettono delle fratture (cleavages). Una di queste è quella centro-periferia, in cui i partiti esprimono gli interessi dell’élite e delle aree urbane contro quelle aree decentrate e rurali. Oggi nella Federazione Russa sembra che si riproponga questa dinamica. Russia Unita è Mosca, i suoi oligarchi, è il Governo che manca le aspettative e approva la riforma pensionistica. Tutti gli altri partiti rappresentano l’opposizione (più o meno forte), il dissenso delle periferie e dei delusi. Da un lato la Russia europea, avanzata, tecnologica e benestante; dall’altro la Russia asiatica, immensa, lontana e più arretrata. Quasi ogni investimento promosso è rivolto al settore energetico, ma la ricchezza resta nelle mani di pochissimi. Secondo l’ultimo World Inequality Report 2018, la diseguaglianza e le disparità sociali sono cresciute fino a superare i livelli prerivoluzionari dell’Impero zarista. Le proteste e i voti degli elettori di queste aree sembrano voler evidenziare questo: la distanza tra le periferie asiatiche della Federazione e i suoi centri europei è crescente e Mosca sembra ancora più lontana.

    Mattia Baldoni

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    Mattia Baldoni
    Mattia Baldoni

    Laureato in Sviluppo locale e globale presso l’Università di Bologna. Ha partecipato a progetti europei di cooperazione internazionale in Georgia (identità europea, processo di integrazione e questioni relative alle frontiere), Grecia e Bulgaria, e a una Summer School sul Partenariato orientale dell’UE a Baku (Azerbaijan). Attualmente è redattore capo per Osservatorio Russia e collaboratore di Il Caffè Geopolitico. I suoi interessi principali riguardano la politica russa e le relazioni internazionali in MENA, Caucaso e Asia centrale.

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