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Le criticità irrisolte nella guerra a Gaza

Analisi  Dopo oltre 110 giorni di guerra a Gaza si riparla di tregua e di possibile scambio di prigionieri. Ma le criticità vere rimangono.

Le recenti voci circa il possibile scambio di prigionieri che possa sostenere una tregua a Gaza vengono ridotte dall’indicazione che non c’è accordo tra Hamas e Israele circa il ritiro dei soldati israeliani dalla Striscia e, quindi, in generale circa il futuro dell’intera area. Analogamente il verdetto della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, ampiamente discusso sui media, non solo non porterà a sostanziali modifiche della situazione sul campo (essendo non vincolante) ma rimane marginale circa alle dinamiche che rimangono dominanti nel determinare il conflitto stesso. E che ancora non hanno soluzione.

Obiettivo strategico israeliano

Distruggere Hamas risulta ancora una chimera: la stima delle vittime a Gaza ha superato da giorni quota 20mila ma quanti di questi erano miliziani e quanti semplici civili? Le IDF stesse ipotizzano circa 9mila miliziani mentre gli USA, secondo il Wall Street Journal, ritengono il numero reale leggermente inferiore. Si tratterebbe di circa il 20-30% circa della forza armata pre-conflitto, una cifra che rimane ancora lontana dal poter considerare il movimento “distrutto” o comunque non più in grado di nuocere. Dopo oltre 110 giorni di conflitto, e avendo un’operazione “a tempo” a causa di pressioni interne ed esterne, è difficile pensare che Israele possa raggiungere lo scopo finale.

Le IDF sono molto attive lungo tutta la Striscia (ora in particolare al sud), ma i numeri ridotti impiegati (rispetto all’estensione enorme della zona abitata) non consentono un controllo capillare di ogni area. Spesso singole zone vengono cinturate e progressivamente “ripulite”, ma non appena i soldati se ne vanno spesso nuovi gruppi di miliziani ricompaiono nell’area. Per quanto Hamas non abbia la potenza di fuoco per contestare seriamente l’avanzata israeliana e abbia subito comunque perdite serie, può comunque facilmente rioccupare ogni area lasciata progressivamente libera da Israele.

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La guerra rivela informazioni

L’estensione reale dei tunnel di Hamas è uno degli elementi che ha permesso al movimento di continuare ad operare e che rimane uno dei problemi principali da affrontare per Israele. Uno degli assiomi che vanno sempre ricordati in un conflitto è che la guerra svela informazioni: gli eventi sul campo cioè permettono di verificare o smentire tutte quelle supposizioni che entrambi i contendenti avevano prima dello scoppio del conflitto.

Le IDF hanno scoperto finora circa 1.500 ingressi e passaggi sotterranei, inclusi larghi passaggi per arrivare in Israele, fabbriche sotterranee, zone “residenziali” con pareti decorate, dormitori, bagni, cucine, sistemi di ventilazione e comunicazione, oltre ai lunghi passaggi di collegamento che ne costituiscono l’estensione principale. La stima iniziale di 300 miglia di tunnel è ora considerata in difetto della realtà riscontrata ed è stata rivista tra 350 e 450 miglia, con oltre 5mila tra ingressi e passaggi. Si stima che Hamas abbia speso circa l’equivalente di 1 miliardo di dollari, 6mila tonnellate di cemento e 1.800 tonnellate di metallo per costruirlo nel corso di circa 15 anni.

Sempre secondo il Wall Street Journal, circa il 60-80% del network di tunnel è ancora intatto e impiegabile. Questo non solo ha permesso ai miliziani di ridurre l’impatto dei bombardamenti israeliani contro la propria ala militare, ma soprattutto consente ancora loro di poter colpire alle spalle non appena i soldati delle IDF si allontanano da un’area.

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Il dilemma sul futuro

Questo ovviamente costituisce uno dei veri problemi per il futuro. Se Israele ritiene di non potersene andare perché Hamas non è sconfitta e potrà riprendere il controllo del territorio non appena le IDF se ne vanno, non avrà alcun incentivo ad accettare un ritiro delle proprie truppe – si riproporrebbe solo la stessa situazione avuta dopo i precedenti round a Gaza (2009, 2012, 2014): un breve periodo di tregua, una ricostituzione della forza militare di hamas e un nuovo conflitto in futuro. Se prima del 7 ottobre scorso questo veniva considerato accettabile (strategia del “mowing the grass”), gli eventi di quel giorno hanno mostrato come la minaccia latente non sia più accettabile. Per questo spesso viene menzionata la possibilità di mantenere il controllo diretto della parte nord di Gaza, cosa che però implica non solo una condizione di guerra prolungata ma anche un lungo impegno sul campo di forze militari e conseguente stillicidio di perdite.

A questo si sommi il fatto che Netanyahu sembra non volere una soluzione rapida del conflitto senza una vittoria chiara da poter sfruttare politicamente (cosa che appare improbabile per i motivi sopra indicati), proprio perché questo avvicinerebbe una sua estromissione dal governo (i partiti che lo sostengono non approvano tregue o concessioni ai Palestinesi) e possibile incriminazione in patria. Il risultato è una condotta di guerra israeliana che non sembra avere una chiara visione circa il risultato strategico realistico ottenibile – la conseguenza è dunque la prosecuzione del conflitto senza una meta chiara.

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Obiettivo strategico di Hamas

Diverso il discorso per Hamas, la cui operazione del 7 ottobre mirava da un lato a ottenere un riconoscimento del proprio ruolo da parte della popolazione Palestinese e dall’altro nel provocare un conflitto più ampio che portasse la pressione internazionale a costringere Israele a cedere concessioni sostanziali sia riguardo alla sua posizione verso Gaza, sia quella verso la Cisgiordania in generale. Tale aspetto può assumere valore diverso a seconda di quello che si ritiene sia l’obiettivo finale del movimento: da un lato esso può essere visto come il tentativo di ottenere le condizioni necessarie per la soluzione a due stati; dall’altro (quando combinato con il continuo rifiuto del riconoscimento dello stato di Israele) semplicemente il primo step di una strategia molto più a lungo termine dove ogni round di sfida venga seguito solo da una tregua (non una pace) per la preparazione della sfida successiva per ottenere ulteriori concessioni fino a un’ipotetica e visionaria eliminazione della presenza israeliana dall’intera regione.

In questo Hamas ha finora fallito nell’estendere il conflitto in maniera determinante (gli scontri con Hezbollah rimangono frequenti ma sempre limitati) ma può continuare a giocare sull’aspetto tempo. La leadership del gruppo a Gaza sa che Israele non può rimanere nella Striscia per sempre, ed è disposta a sacrificare la propria popolazione pur di ottenere un risultato. I problemi sopra evidenziati permettono infatti ad Hamas di riprendere la ricostituzione della propria forza militare non appena le IDF si fossero ritirate e la popolarità guadagnata rende difficile pensare a un ruolo per l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen, considerato corrotto e troppo dialogante.

Prigionieri del proprio ruolo

Tuttavia n questo tuttavia Hamas è anche – per sua stessa scelta – prigioniera del proprio ruolo: gli eventi del 7 ottobre non la rendono un partner affidabile agli occhi di Israele e della comunità internazionale, e il desiderio di non apparire deboli o collaborazionisti rende possibile una tregua ma difficile un accordo che si basi sul dialogo costruttivo con Israele stesso. E sconfiggere le IDF sul campo, al di là di singoli episodi tattici, rimane un’utopia se non è Israele stesso a pensare di ritirarsi per pressioni interne.

Pertanto qui esiste un paradosso: data la situazione sul campo, il risultato più utile per la causa palestinese infatti è una caduta del governo Netanyahu, l’estromissione dei partiti filo-coloni che lo sostengono e la creazione di un esecutivo israeliano che cambi la prospettiva di rapporti con i Palestinesi. In questo, l’attacco del 7 ottobre potenzialmente avrebbe raggiunto davvero un risultato strategico. Ma realizzarlo necessita anche di una controparte affidabile di cui gli israeliani si fidino ed è difficile pensare che la leadership di Hamas a Gaza, raggiunta la popolarità di cui gode ora, possa pensare di farsi da parte. E che quindi Israele possa convincersi di non aver bisogno di usare ancora la forza nella Striscia. Potrebbe arrivare una tregua temporanea, ma per entrambi i contendenti il conflitto ha ancora radici irrisolte: prima tra tutte il non riconoscimento del dolore dell’altro.

Lorenzo Nannetti

Immagine di copertina: copertina del libro “Le nostre lacrime hanno lo stesso colore“, TS Edizioni

Fonti:

Sulla guerra come “rivelatrice di informazioni”: 

  • V. Sticher, S Vuković, “Bargaining in intrastate conflicts: The shifting role of ceasefires”, Journal of Peace Research, 2021;58(6):1284-1299. doi:10.1177/0022343320982658

Sui tunnel di Hamas:

  • J. Spencer, “Gaza’s underground: Hamas’ entire politico-military strategy rests on its tunnels”. Modern War Institute, 2024

N.A.Youssef, J.Malsin, “Israel Struggles to Destroy Hamas’s Gaza Tunnel Network”, Wall Street Journal, 28 Gennaio 2024

https://www.wsj.com/world/middle-east/israel-struggles-to-destroy-hamass-gaza-tunnel-network-fb641122

Dove si trova

Perchè è importante

  • Da qualche giorno si discute di una tregua tra Israele e Hamas sostenuta da un scambio di prigionieri, ma al momento non ci sono indicazioni circa un accordo tra le due parti, né circa un ritiro dei militari israeliani da Gaza.
  • Allo stesso tempo, inoltre, il recente verdetto della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja non porterà a sostanziali modifiche della situazione sul campo, rimanendo marginale rispetto alle dinamiche del conflitto.

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Lorenzo Nannetti
Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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