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In Niger gli insorti e il petrolio non vanno d’accordo

5 domande e 5 risposte – Il Fronte Patriottico di Liberazione del Niger ha sabotato un oleodotto cruciale, lanciando un messaggio potente al Governo e ai partner internazionali.

1. Quale atto di sabotaggio si è verificato di recente in Niger e chi lo ha commesso?

Nella notte del 16 giugno un commando del Fronte Patriottico di Liberazione (FPL) – un gruppo armato che si oppone al Governo in carica in Niger – ha messo fuori uso un segmento dell’oleodotto che si estende per quasi 2mila chilometri collegando il giacimento petrolifero di Agadem – situato nell’est del Paese – alla costa del Benin.

Il leader del movimento, Mohamoud Sallah, ha definito l’atto un primo avvertimento, motivandolo con la richiesta del FPL di annullare il prestito di 400 milioni di dollari elargito dalla China National Petroleum Corporation nell’ambito di un accordo con il Governo nigerino per la commercializzazione del greggio.

L’episodio rientra fra le azioni compiute dal FPL negli ultimi mesi – inclusi attacchi a basi militari – volte a chiedere il ripristino della legalità costituzionale a seguito del colpo di Stato militare avvenuto in Niger nel luglio del 2023. Gli insorti chiedono anche la liberazione del Presidente deposto, Mohamed Bazoum, tuttora detenuto nella residenza presidenziale di Niamey e accusato di vari reati contro la sicurezza e l’autorità dello Stato (il 14 giugno un tribunale nigerino ha privato Bazoum dell’immunità, aprendo così la strada a procedimenti penali nei suoi confronti).

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Fig. 1 – Mohamed Bazoum, già Presidente del Niger

2. Perché proprio un oleodotto?

Per quanto di per sé non abbia causato danni ingenti, il gesto ha un alto valore simbolico. L’oleodotto in questione, infatti, rappresenta un’infrastruttura critica di una nazione che sta scommettendo molto sulle rendite derivanti dall’esportazione di petrolio, anche a fronte della progressiva riduzione di importanza di altri settori economici quali l’estrazione di uranio. La produzione di uranio del Paese si è considerevolmente ridotta negli ultimi anni. Seppure continui a soddisfare il 25% del fabbisogno europeo, è vero anche che nel 2022 il Niger è stato superato dal Kazakistan come principale fornitore del Vecchio Continente.

Inoltre, gli investimenti del Niger nel settore petrolifero e relative infrastrutture rappresentano il tentativo di diversificare un’economia il cui comparto agricolo è fortemente penalizzato dagli effetti del cambiamento climatico.

Ma la scelta di colpire un oleodotto si spiega anche con l’accusa rivolta ai membri della giunta militare di arricchirsi illecitamente grazie ai proventi del petrolio e conferma la volontà del FPL di assumere il ruolo di difensore degli interessi del popolo.

A fronte della vulnerabilità delle proprie infrastrutture critiche, all’inizio di giugno il Governo del Niger ha annunciato l’istituzione di una “forza di protezione” a tutela dei siti strategici disseminati nel Paese, sottolineando in particolare la necessità di misure di sicurezza rafforzate per l’oleodotto Agadem-Benin. Ciò dovrebbe concretizzarsi nel reclutamento di 10mila effettivi. Resta il fatto che il Paese, così come altri nella regione, non si è ancora dotato di una strategia nazionale di protezione degli asset vitali attraverso un approccio coordinato di valutazione del rischio e gestione della crisi che tenga in conto, fra l’altro, degli effetti a “cascata” che la paralisi di un’infrastruttura in un certo settore può causare sugli altri settori critici.

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Fig. 2 – Un oleodotto in Niger

3. Sono anche presenti dei gruppi jihadisti in Niger?

Sì, nel Paese sono attivi diversi gruppi jihadisti, due dei quali sono affiliati allo Stato Islamico. Si tratta dello Stato Islamico-Sahel, operante principalmente nella zona di confine fra Mali, Niger e Burkina Faso, e dello Stato Islamico-Africa occidentale. Il centro di gravità di quest’ultimo è il bacino del lago Ciad. Per quanto entrambi i gruppi mirino al raggiungimento di obiettivi affini (creazione di un califfato, imposizione di un’interpretazione stretta della legge islamica), divergono per modus operandi, impianto organizzativo ed entità delle risorse finanziarie disponibili. Un terzo gruppo jihadista è il Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani, affiliato ad Al-Qaeda e in concorrenza con lo Stato Islamico per il controllo del territorio e il reclutamento di giovani leve, sfruttando il disagio socio-economico fra le comunità locali. Nel sud-est del Paese è anche attiva infine la galassia di Boko Haram, il cui principale centro di operazione resta comunque il nord della Nigeria.

Va aggiunto come l’estrema porosità dei confini terrestri nella regione, unita alla cronica mancanza di risorse per il controllo delle frontiere, permetta a questi gruppi di spostarsi agevolmente da un Paese all’altro, creando zone di influenza a cavallo fra Stati.

4. Dove si colloca il Niger nel contesto più ampio degli equilibri internazionali sui temi securitari?

La giunta militare che ha preso il potere nel luglio del 2023 ha generato la reazione immediata della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), la quale ha imposto sanzioni al Paese (successivamente ritirate) e persino minacciato di intervenire militarmente se il Presidente Bazoum non fosse stato reintegrato nelle proprie funzioni nell’arco di una settimana (minaccia in seguito evaporata per diverse ragioni, fra le quali il rischio di un’escalation militare nella regione). Quanto ai tradizionali partner e finanziatori occidentali del Niger (in primis Francia, Germania, UE e USA), questi hanno proceduto a sospendere diversi progetti di aiuti economici per lo sviluppo e in ambito securitario.

La controreazione del nuovo Governo nigerino non si è fatta attendere, imprimendo così un cambio di rotta radicale alla politica estera e di sicurezza del Paese. Uno dei gesti più emblematici è stata la richiesta di ritiro delle truppe francesi dal proprio territorio. L’uscita di scena del contingente francese si è ultimata alla fine del 2022, concludendo quasi un decennio di presenza militare iniziata con l’operazione Barkhane nel 2014. La stessa sorte toccherà alle forze degli Stati Uniti, che in base a un accordo siglato a maggio di quest’anno dovranno terminare le loro operazioni militari.

Va aggiunto che la presenza occidentale in Niger è messa in discussione anche sul piano economico. Il 20 giugno, il Governo ha ritirato a Orano – il principale produttore francese di combustibile nucleare – il permesso di sfruttamento di una delle più vaste miniere di uranio del mondo, ubicata nel nord del Paese.

A fare da contraltare alla chiusura nei confronti dei partner tradizionali è l’apertura alla Russia, formalizzatasi in gennaio con la visita ufficiale a Mosca del Primo Ministro nigerino. Negli ultimi anni, il progressivo consolidamento degli interessi russi nel Sahel si è formalizzato con la firma di diversi accordi nell’ambito della sicurezza e della cooperazione militare ed economica, in particolare attraverso le attività perseguite dal Gruppo Wagner (in seguito ribattezzato Africa Corps e posto sotto la supervisione diretta del Ministero della Difesa). La strategia russa mira ad accreditarsi presso i Governi locali come l’unica alternativa valida alla presunta inefficacia di Francia e Stati Uniti nel sostenere i Paesi della regione contro i gruppi terroristi, facendo leva sui sentimenti anticolonialisti e antioccidentali diffusi fra la popolazione.

Fonti americane hanno anche espresso preoccupazione per i recenti contatti ravvicinati fra il Governo nigerino e quello iraniano, paventando la possibilità di una partnership economica fra le due nazioni. Ciò dipenderà dalla misura in cui l’Iran sarà in grado di proseguire l’attività di arricchimento dell’uranio e avrà dunque necessità di fornitori della materia prima affidabili, ma soprattutto non allineati al campo occidentale.

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Fig. 3 – Recenti proteste contro gli Stati Uniti

5. Alla luce dell’attuale contesto politico in Niger, come cambiano le prospettive di contrasto a soggetti non-statali (jihadisti, milizie armate, gruppi criminali) che minacciano la sicurezza della regione?

L’uscita di scena delle forze militari francesi e l’imminente partenza del contingente americano rischiano di creare un vuoto operativo in una vasta area del Sahel, riducendo notevolmente la capacità di raccolta e analisi dell’intelligence sui movimenti e le tattiche utilizzate da gruppi jihadisti e altre milizie armate.

Inoltre, l’annunciato smantellamento del G5 Sahel, da cui Niger e Burkina Faso si sono ritirati, priverà i Governi della regione di un importante meccanismo di coordinazione in materia di sicurezza. Con la dissoluzione del G5 Sahel, infatti, verrà anche a mancare la Task Force congiunta, un’iniziativa militare creata nel 2017 allo scopo di favorire lo scambio di informazioni fra i Paesi partecipanti e supportare operazioni anti-terrorismo.

Resta da vedere se e quali meccanismi alternativi al G5 Sahel vedranno la luce. Rimangono anche molte incognite su come il Niger saprà gestire il pericolo jihadista onnipresente, anche alla luce dei nuovi partenariati di cooperazione militare con Paesi che giocano un ruolo crescente nella regione. Se il coinvolgimento della Russia è infatti indiscutibile, altri si stanno muovendo sullo scacchiere geopolitico. Secondo l’Osservatorio siriano sui diritti dell’uomo, ad esempio, un migliaio di combattenti siriani provenienti da zone sotto il controllo turco sarebbe attivo in Niger con l’obiettivo di proteggere interessi e progetti legati alla Turchia. Il quadro geopolitico che emerge è di estrema incertezza.

Stefano Betti

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Perchè è importante

  1. Un attacco diretto alle infrastrutture critiche del Niger sottolinea le tensioni interne post-colpo di astato.
  2. L’azione del Fronte Patriottico di Liberazione evidenzia le implicazioni geopolitiche con l’intervento di attori internazionali come la Russia e l’Iran.

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Stefano Betti
Stefano Betti

Sono nato a Milano nel 1973. Dopo la laurea in giurisprudenza, ho studiato alla London School of Economics e intrapreso un percorso in ambito internazionale. Dal 2002 al 2013 ho lavorato presso l’Ufficio dell’ONU contro la Droga e il Crimine, occupandomi di assistenza tecnica ai governi nell’anti-terrorismo e in materia di corruzione. Dal 2013 vivo a Lione, dove ho lavorato come Senior Counsel per l’INTERPOL. Attualmente svolgo attività di consulenza per varie ONG e organizzazioni internationali su temi legati alla sicurezza, alle politiche penali e alla confisca. Alla mia attività professionale affianco quella, altrettando ricca di spunti e soddisfazioni, di scrittore di narrativa.

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