In 3 Sorsi – La rielezione di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti d’America pone vari interrogativi in merito a quale postura assumerà il Governo statunitense nello scenario mediorientale. Il tema è se prevarrà una linea di continuità o di discontinuità rispetto al suo primo mandato.
1. IL PRIMO MANDATO DI TRUMP E IL CASO MEDIORIENTALE: POLITICA ESTERA NON ORIENTATA AI VALORI
Il primo mandato del Presidente Donald Trump alla guida degli Stati Uniti, dal 2016 al 2020, si è caratterizzato per una politica estera realista e pragmatica, come emerso in maniera evidente nello scenario mediorientale. A differenza di quanto poi visto con Joe Biden, il tycoon non condizionò l’invio di aiuti militari o la conclusione di importanti accordi commerciali con determinate nazioni del Golfo Persico al rispetto di un certo standard in materia di diritti umani e libertà individuali. Su queste basi, Trump intrattenne relazioni molto strette anche sul piano personale con sovrani del Golfo come Mohammed Bin Salman (Arabia Saudita), Bin Zayed Al-Nahyan (Emirati Arabi Uniti) e Hamad bin Isa Al Khalifa (Bahrain), ponendo al centro del proprio ragionamento i potenziali benefici economici derivanti da tali partnership. Durante il periodo in cui governò gli Stati Uniti, Trump si trovò a dover fare i conti con la crisi diplomatica fra il “Quartetto arabo” e il Qatar a causa di varie ragioni, tra cui il presunto supporto di quest’ultimo alla Fratellanza Musulmana. Il Presidente americano, nonostante la relazione con il gruppo composto da Riyadh, Dubai, Manama e il Cairo, si pose come un mediatore tra le parti evitando di assumere in modo netto una posizione nella contesa.
Il Qatar, infatti, rappresenta un alleato di cui nessuna parte politica americana intende fare a meno sul piano della mediazione con gli attori non statali della regione e con l’Iran.
Fig. 1 – Il Presidente americano Donald Trump parla con il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman durante una sessione fotografica al vertice del G20 il 28 giugno 2019 a Osaka, in Giappone
2. TRUMP E ISRAELE: UNA RELAZIONE SPECIALE FONDATA SU UNA VISIONE COMUNE
Il principale alleato del Presidente Trump, durante il suo primo mandato, è indubbiamente stato Israele. Nel Governo guidato da Benjamin Netanyahu il tycoon ha trovato un partner ideale dal punto di vista ideologico e del messaggio comunicativo che intendeva trasmettere in patria. Nel primo caso, le due Amministrazioni condividevano un’impostazione politica di stampo capitalistico contraria all’applicazione dei valori del progressismo liberale sia sul piano della politica interna che della sua proiezione nelle relazioni internazionali. Entrambe rifiutavano l’idea di contenere e restringere la portata delle proprie azioni a livello internazionale al rispetto di canoni predeterminati in materia di diritti umani e democrazia, preferendo piuttosto adottare una politica “orientata ai risultati”. Ciò costituiva una base comune per poter immaginare un’espansione delle rispettive alleanze al riparo da qualsiasi ragionamento “orientato ai valori”. Il secondo elemento, quello comunicativo, è strettamente interconnesso alla visione di politica estera che si intende trasmettere alle rispettive popolazioni.
Nel caso specifico degli Stati Uniti, Trump mirava a porre l’accento sul suo rapporto simbiotico con Israele, fino a definirsi come il “protettore e garante della sua sopravvivenza”. Tale relazione fu impreziosita dal fatto che la genesi degli Accordi di Abramo si ebbe proprio durante la Presidenza Trump, con la normalizzazione dei rapporti con Israele da parte di Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco nel 2020.
Fig. 2 – Il Presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump stringe la mano al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu mentre i due posano per una foto durante il loro incontro presso la tenuta del tycoon Mar-a-Lago, in Florida il 26 luglio 2024
3. COSA ASPETTARSI DA UN SECONDO MANDATO DI TRUMP: FATTORE DETERMINANTE?
L’attenzione di Trump è ora rivolta a espandere gli Accordi di Abramo con la storica normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. Ciò consentirebbe di ampliare il quadro dei partner di Tel Aviv, potendo coinvolgere Paesi finora riluttanti a compiere questo passo come Oman e Indonesia. Soprattutto nell’ultimo caso, il Regno Saudita ha la capacità di esercitare una leva importante sul Governo al fine di spingerlo ad aderire all’accordo. Chiaramente, l’attuale contesto storico è infecondo per produrre un tale esito. Fino a quando la guerra di Gaza proseguirà, con l’assenza di una prospettiva chiara in merito allo scenario post-bellico, nessuno degli Stati arabi o a maggioranza musulmana riterrà ragionevole compiere tale passo. Ecco perché, considerando l’influenza che Trump dovrebbe essere in grado di esercitare su Netanyahu, si potrebbe ritenere plausibile la sua volontà di utilizzare i mezzi a propria disposizione per costringere il Governo israeliano a concludere nel più breve termine possibile il conflitto. Secondo le modalità auspicate da Tel Aviv, ma con delle inevitabili concessioni sul piano del rapporto con la Palestina. Perseguire una “politica del bilanciamento” tra la postura filoisraeliana del suo Governo, ben esemplificata dal Segretario di Stato designato Marco Rubio, e l’esigenza di preservare i solidi rapporti intrattenuti con le Monarchie del Golfo sarà l’asse intorno al quale ruoterà la politica estera dell’Amministrazione Trump in Medio Oriente.
Michele Maresca
“President of the United States Donald J. Trump at CPAC 2017 February 24th 2017 by Michael Vadon” by Michael Vadon is licensed under CC BY