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    India e green economy: verde speranza?

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    La bozza della dichiarazione finale dell’Earth Summit di Rio 2012, documento di 49 pagine siglato nella giornata conclusiva dai capi di Stato e di Governo dei 193 Paesi partecipanti (‘L’avvenire che vogliamo’, 22 giugno 2012), ribadisce le istanze per il futuro di tutti. L’India vuole porsi all’avanguardia nella green economy, tra speranze di sviluppo e problemi di attuazione. Cinque domande e cinque risposte per esplorare questo aspetto della politica di New Delhi.

     

     1. Green economy: what is it?

     

    La Green Economy mira a contenere l’impatto ambientale causato dall’inquinamento entro limiti accettabili. Nell’economia verde svolgono un ruolo di primaria importanza la tecnologia e la conoscenza scientifica. In particolare, le fonti di energia tradizionale (di origine fossile) sono affiancate, se non sostituite, dalle fonti di energia alternative. Risultano perciò fondamentali le energie rinnovabili, come per esempio l’eolico, le biomasse, il solare, la geotermia, l’idroelettrico. L’approccio a un’economia green nasce da un’analisi econometrica del sistema, tramite la quale, oltre ai benefici (aumento del PIL) di un certo regime di produzione, si prende in considerazione, ritenendolo fondamentale, anche l’impatto ambientale. Quest’approccio “verde” propone come soluzione misure economiche, legislative, tecnologiche e di educazione pubblica in grado di ridurre sia il consumo di energia tradizionale e risorse naturali (acqua, cibo, combustibili, metalli), sia i danni ambientali, promuovendo al contempo un modello di sviluppo sostenibile attraverso l’aumento dell’efficienza energetica. Nel mezzo della crisi economica globale iniziata nel 2007/2008, che ha visto un progressivo aumento dei prezzi del petrolio, l’impennata dei costi di molti alimenti e la conseguente recessione, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) chiese un “Global Green Deal” (accordo globale verde) per incoraggiare i Governi a sostenere una graduale trasformazione verso un’economia più sostenibile, ossia ecologica (22 ottobre 2008). Secondo l’UNEP, l’economia green è quella che si traduce in maggior benessere e in equità sociale, riducendo in modo significativo i rischi ambientali e le carestie ecologiche. Essa comprende la gestione delle acque, lo smaltimento e la riconversione dei rifiuti, le energie rinnovabili, l’edilizia verde, dei trasporti più puliti e una migliore gestione del territorio.

     

    2. Come si pone l’India rispetto all’economia verde?

     

    L’India ha iniziato a investire in modo crescente su ricerca e sviluppo verdi. Questo è dovuto alla sua costante vocazione all’innovazione tecnologica. Non si dimentichi che lo Stato indiano è la terza più grande fucina al mondo di scienziati e ingegneri e, negli anni, si è registrato un incremento del livello di innovazione, al punto che l’India è in terza posizione mondiale anche per gli investimenti in energia rinnovabile. I danni che l’economia tradizionale provoca spesso si ripercuotono in un meccanismo tipico detto di retroazione negativa soprattutto sul PIL stesso. In breve, il PIL tende a diminuire perché cala la resa di tutte quelle attività economiche che traggono vantaggio da una buona qualità dell’ambiente come agricoltura, pesca, turismo, salute pubblica, soccorsi e ricostruzione. L’India non si è fatta sfuggire l’occasione, anzi ha colto la palla al balzo. L’energia verde, basata sulle fonti rinnovabili, è divenuta motivo di propaganda, ma soprattutto ha attirato investimenti responsabili, nel tentativo di creare “lavori verdi” e di assicurare una crescita economica sostenibile. Così facendo ci si propone di prevenire problematiche ecologiche quali l’inquinamento, il riscaldamento globale, l’esaurimento delle risorse naturali (minerarie e idriche), e il degrado ambientale. Il gigante indiano cresce, ma cerca di farlo in maniera futuribile e responsabile. Il Paese capitalizza il potenziale della propria economia verde promuovendo soprattutto un ambiente più sostenibile e più pulito e, così facendo, la stessa economia asiatica investe tutelando la generazione di lavoratori e lavori futuri. L’economia e i suoi affari si dovrebbero insomma trasformare positivamente e gradualmente, per merito di una certa sensibilità della dirigenza politica centrale, ma soprattutto locale. Inoltre, i consumatori stanno divenendo, in modo crescente, consapevoli dei problemi ambientali, cominciando a riflettere criticamente durante attività e acquisti. Similmente, capitalisti e investitori si stanno accorgendo del rischio finanziario degli affari associati al carbone e alle pratiche ambientali ostili.

     

    3. Vantaggi della green economy: l’India investe sul rinnovamento. Ma come?

     

    Spostandosi verso un’economia più verde, l’India vuole creare occasioni di lavoro in tutti i settori della società. La crescita di un mercato green provocherà un conseguente aumento di consulenti, analisti finanziari e del rischio, ragionieri. Inoltre, un aumento, pur moderato, degli edifici verdi e dell’efficienza energetica stanno rendendo necessari più architetti, ingegneri, tecnici, idraulici e impresari edili competenti. Tale sviluppo green è radicato anche nei villaggi rurali, che lasciano ampio spazio a sistemi di energia rinnovabili e decentrati, soprattutto con lo smaltimento e la riconversione dei rifiuti in energia (come il progetto combinato Namaste di UE e India). Tutto questo stimolerà e incentiverà i “green jobs” e promuoverà aziende verdi e socialmente responsabili. In India è in atto una vera e propria riconversione per promuovere una vita sostenibile: si incentiva il trasporto pubblico per ridurre la congestione sulle strade, ma così si abbattono anche l’inquinamento e l’uso di combustibili fossili (come il “Project GreenHands nella regione del Tamil Nadu).

     

     

    Flickr
    Profitti “verdi”

    4. Green economy indiana: è tutto oro ciò che luccica?

     

    Per il settore del fotovoltaico l’India sembra essere un mercato promettente, anche se non mancano le difficoltà. Il Jawaharlal Nehru National Solar Mission (JJNSM), per esempio, ha l’obiettivo di produrre 22GW di energia solare entro il 2022, un progetto ambizioso che sin da subito si è scontrato con varie problematiche. Non sempre le politiche regionali recepiscono immediatamente il cambiamento e ciò ha portato a un mercato frammentato anche a causa della pesante burocrazia indiana. A questo si aggiunge una debolezza delle infrastrutture energetiche del Paese, recentemente dimostratesi insufficienti a una distribuzione capillare dell’energia e a una crescente domanda, criticità alle quali non si potrà rispondere in breve tempo. Il risultato è una serie di piani di sviluppo molto ambiziosi, che però contrasta con numerose problematiche di attuazione: per questo si ritiene che le fonti convenzionali continueranno a essere fondamentali per l’India ancora per anni. In tal senso, alcune compagnie indiane si sono recentemente mostrate particolarmente aggressive nell’acquisizione di “oil & gas assets” in giro per il mondo (per esempio in Azerbaijan).

    5. L’UE e il WTO: quali le posizioni internazionali?

     

    Flickr
    World Environment Day a Nuova Delhi

    Si teme che la posizione dell’UE rallenterà la crescita economica dell’India attraverso vincoli ambientali sempre più stringenti. L’India è infatti assai preoccupata per le mosse occidentali, come l’adozione di obiettivi di sviluppo sostenibile senza alcun finanziamento internazionale e la richiesta di rapida diminuzione delle emissioni. Quest’ultima richiesta in particolare è ritenuta dall’India e dai Paesi in via di sviluppo una limitazione che vieta loro di svilupparsi come in passato ha invece fatto l’Occidente.

    Il concetto di responsabilità comune, ma differenziata, riflette ciò che soprattutto i BRICS considerano un loro diritto, al pari dei Paesi industrializzati, per avere più margine di manovra in materia di emissioni e altri problemi ambientali.

    I Paesi emergenti ritengono che sia estremamente difficile per loro sviluppare un’economia verde e che la comunità internazionale dovrebbe fornire condizioni favorevoli, così da affrontare le principali problematiche ambientali in maniera dialogica e dinamica e non per semplice imposizione.
    Infine, esistono ancora incompatibilità tra il New Deal verde su scala globale auspicato dall’ONU e gli attuali meccanismi del commercio internazionale in termini di incentivi al mercato. In breve, il sistema contemporaneo non favorisce lo sviluppo della green economy, che, necessariamente, avrebbe bisogno di forti aiuti per decollare. Invece, per esempio, l’accordo sui sussidi del WTO (subsidies agreement) impone regole severe contro gli interventi governativi, specialmente per le merci da esportazione. Si ritiene necessario avviare con urgenza una ricerca sulle possibilità e priorità dell’economia verde, in modo da informare i Governi e la comunità internazionale su come le legislazioni nazionali dovrebbero promuovere la green economy all’interno dei confini statali senza sfociare in guerre commerciali combattute nel nome di una non ben definibile economia verde e, in particolar modo, su come essi dovrebbero cooperare negli sforzi promozionali a un livello di coordinazione internazionale. Possiamo solo immaginare le conseguenze di un possibile e non auspicabile scontro tra Cina e India nel contendersi risorse, di qualsiasi tipo, e similari.

     

    Tomas Sanvido

    Tomas Sanvido
    Tomas Sanvido

    Appassionato del mondo ma non troppo uomo di mondo. Estimatore della politica internazionale ma non sempre dei suoi protagonisti. Viaggio quando posso, lavoro a più non posso. Mi interesso, principalmente ma non esclusivamente, di politica estera dell’estremo oriente e di cooperazione allo sviluppo. Invitato, nel 2013, in qualità di “Top poster” per la “Facebook Diplomacy” presso il Ministero degli Esteri. Il mio motto è “un viaggio di mille miglia comincia dal primo passo” (Lao Zi). Prossima impresa: imparare il cinese. Gradino dopo gradino arriverò… al piano!

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