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    Quale Iraq dopo le urne

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    Oltre il tema attentati, qual è la situazione politica attuale in Iraq? Il 20 giugno si è finalmente giunti alla conclusione della seconda tornata elettorale provinciale tenutasi nel Paese dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. Ecco gli sviluppi

     

    IL CONTESTO – In uno Stato che lotta per non essere risucchiato nella sgradevole classifica delle “nazioni fallite”, l’importanza del ricorso alle urne è decisiva, soprattutto perchè il voto è avvenuto in un clima di instabilità politica interna, regionale e, soprattutto, in un contesto nel quale non erano più presenti (per la prima volta) le Forze Armate degli Stati Uniti, alle quali possono essere addebitati molti errori, ma alle quali va assegnato il ruolo di mediatrici e facilitatrici del dialogo tra le varie etnie e sette religiose presenti in loco.

    Originariamente previste per il mese di aprile, queste elezioni provinciali hanno avuto una gestazione complessa e sanguinosa, tanto che più volte prima del loro svolgimento vi sono stati dubbi sull’effettiva possibilità di portarle a compimento. La campagna elettorale ha visto numerosi casi di assassinii e atti di intimidazione, per non parlare poi di episodi ancor più violenti riguardanti l’impiego di autobombe e attentatori suicidi. Una triste, sebbene inaccettabile normalità per l’Iraq; un fatto piuttosto inconcepibile e inammissibile agli occhi di un osservatore esterno. L’episodio che, però, ha portato a un surriscaldamento pericoloso della temperatura attinente le relazioni tra potere centrale e periferico, nonché tra sunniti e sciiti, si è avuto verso la metà di aprile, quando nelle vicinanze di Kirkuk, nella Provincia omonima, e più specificamente nella cittadina di Hawija, una manifestazione di locali è stata repressa con un eccessivo uso della forza da parte delle unità dell’esercito, a maggioranza sciita. La motivazione ufficiale offerta dagli organi istituzionali era quella di arrestare alcuni pericolosi infiltrati e terroristi; tesi respinta con forza dalla controparte.

    Il risultato ottenuto dal governo di Baghdad è stato la necessità di ritirare le proprie forze e sostituirle con quelle della polizia locale (composta prevalentemente da sunniti), per non parlare dei contraccolpi a lungo termine, ovvero il nuovamente accresciuto senso di rivalsa dei nazionalisti sunniti, l’indebolimento ulteriore dei rapporti settari e, ancor più grave, il ritrovato slancio delle forze terroristiche (leggi Al Qaeda in Iraq e l’Esercito degli Uomini dell’Ordine Naqshbandi, composto di islamisti ed ex membri del Baath). L’abbandono delle tattiche controinsurrezionali e controterroristiche impiegate negli ultimi anni di conflitto dagli Stati Uniti e il conseguente ritorno a operazioni generalizzate e di arresto della popolazione maschile in età militare non hanno certamente giovato alla già fragile situazione venutasi a creare. La naturale conseguenza degli eventi sopra descritti è stata la cancellazione momentanea della tornata elettorale nelle provincie di Anbar, bastione sunnita, e di Ninive, anch’essa linea di faglia in quanto contesa tra arabi e curdi.

     

    Violenza nelle strade irachene
    Violenza nelle strade irachene

    GLI ESITI – In ogni caso, nonostante le moltissime problematiche, gli abitanti della parte centro-meridionale dell’Iraq si sono nuovamente recati alle urne sfidando le minacce e le bombe degli insorti, in modo da esprimere la loro preferenza e in un certo qual modo continuare a prestare fiducia all’esperimento democratico. Dato il modello di legge elettorale, sostanzialmente proporzionale, moltissime erano le liste concorrenti, anche se solo alcune avevano la reale possibilità di guadagnare qualche seggio. Un esame più approfondito dei risultati porta a ritenere come il quadro politico non sia quasi per nulla mutato rispetto a quattro anni fa, in virtù della prevalenza nelle 12 Province votanti (escluse quindi le due nelle quali le elezioni sono state posposte, le tre curde e Kirkuk, eternamente incapace di organizzare un voto libero e sicuro) dei differenti partiti sciiti. Chiaramente l’esito non giunge inaspettato, visto che il territorio interessato si sovrappone quasi al 100% con quello avente netta maggioranza sciita. Ciò che, invece, desta interesse è capire come all’interno di tale comunità si sia suddiviso il voto.

    In otto territori, ivi compresa Baghdad, la percentuale maggiore è stata ottenuta dal partito del premier Nouri al-Maliki, cioè quello “State of Law” che era già uscito vincitore quattro anni fa, oltre che al momento delle elezioni politiche del 2010. Una Provincia è invece stata conquistata dal partito di Muqtada al-Sadr, che nel corso degli ultimi anni ha modificato il baricentro della propria politica distaccandosi dal patrono iraniano, sino ad assumere le caratteristiche del nazionalismo sciita. Un elemento a favore del suo movimento è, indubbiamente, giunto grazie alla grande popolarità raccolta dal Governatore uscente, un sadrista della prima ora, che nella Provincia di Maysan è riuscito a distribuire servizi pubblici in modo molto efficiente ed efficace rispetto agli altri soggetti politici. Tale atto è apparso come un esempio alquanto raro nel Paese, tale da meritare un articolo elogiativo sul “New York Times”. Il partito di al-Sadr, va ricordato, ha comunque raccolto numeri incoraggianti anche in altre Province, dove si è classificato dietro al-Maliki, avendo sfruttato il malcontento popolare verso un Premier considerato di tendenze sempre più autoritarie e divenuto parafulmine per qualsiasi problema esistente.

    Un esperimento piuttosto bizzarro, sebbene legato a motivazioni più contingenti, ha portato le liste sciite a unire i propri sforzi nella Provincia di Diyala, a nordest di Baghdad, zona nella quale il mix di sunniti, sciiti e curdi è piuttosto marcato, ragion per cui di frequente i suoi abitanti sono stati e permangono vittime di attentati terroristici volti a innescare cicli di violenze. La tattica elettorale è riuscita talmente bene che il Governatorato è stato conquistato tramite la convergenza di voti su una lista comune. Ulteriori elementi fuori dal coro sono i risultati giunti da Najaf (zona sud) e Salah ad Din (centro-nord del Paese), dove a dispetto del fatto che si potesse parlare di zone a maggioranza sciita e sunnita, i partiti vincitori sono espressioni di esigenze eminentemente localistiche e non collegate con nessuna compagine a livello nazionale.

    Fallujah, Anbar
    Fallujah, Anbar

    Venendo, alla fine, agli ultimi territori ad aver votato, Anbar e Ninive, da una parte si è confermato un trend, mentre dall’altra si è avuta una sorpresa. Nella desertica Provincia che ha creato i maggiori grattacapi alle forze americane, la composizione sociale pesantemente tribale e sunnita si è nuovamente manifestata, portando alla vittoria un soggetto nazionalista. A Ninive, il cui capoluogo è la tribolata città di Mosul (divisa tra arabi e curdi), questa volta la vittoria è stata conseguita da un partito affiliato all’Alleanza Curda, fatto che potrebbe portare a comprendere se anche in Iraq, sebbene su piccola scala, sia possibile effettuare una transizione di governo da un’etnia/setta religiosa all’altra senza spargimenti di sangue.

     

    GLI INTERROGATIVI FUTURI – I prossimi scenari della democrazia irachena, in definitiva, sono estremamente difficili da decifrare. Le elezioni del 2014 daranno indicazioni riguardo alla resistenza del tessuto sociale dello Stato e alla possibilità di continuare il cammino sul sentiero democratico. Ovviamente le domande alle quali rispondere sono, forse, ancora maggiori delle soluzioni stesse, in quanto bisognerà comprendere se al-Maliki correrà per un terzo mandato; se i sadristi vorranno schierare un candidato in grado di competere per la vittoria; se gli eventi regionali e la lotta sciiti/sunniti che sta emergendo sempre più nel mondo islamico (Siria docet) influenzeranno ancora le elezioni medesime; se (come probabile) AQI vorrà riasserire la sua presenza e disarticolare il voto e se, finalmente, si riuscirà ad avere una compagine politica su larga scala veramente inter-settaria.

    Nel frattempo, per comprendere cosa vi è in gioco, è bene ricordare che il periodo aprile-giugno 2013 è stato il più sanguinoso degli ultimi cinque anni, con più di 2.000 morti correlate ad atti di violenza. Il sentiero verso la normalità pare, conseguentemente, ancora molto lungo e accidentato.

     

    Luca Bettinelli

    Luca Bettinelli
    Luca Bettinelli

    Mi chiamo Luca, ho 28 anni e mi sono laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Statale di Milano con una tesi riguardante il Pakistan e la questione etnico-politica all’interno dei suoi confini.

    Sono appassionato di geopolitica, soprattutto se applicata al contesto del mondo islamico in generale, anche se, per la verità, ho un interesse piuttosto forte per tutto ciò che ruota attorno all’Iran ed alla parola Persia. Inoltre ho una notevole fascinazione nei confronti delle tematiche attinenti al mondo militare e della sicurezza in generale, sebbene da bambino non abbia mai giocato con i soldatini.

    Oltre a ciò mi ritengo un lettore accanito ed onnivoro, un’amante del cinema e un gran tifoso della squadra di basket della mia città,  l’Olimpia Milano.

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