In 3 sorsi – Tra urne inconcludenti, ritorni ingombranti e pressioni internazionali, l’Iraq post-elettorale si muove in equilibrio tra memoria del passato e vincoli del presente.
1. UN VOTO CHE NON DECIDE
Le elezioni parlamentari irachene del novembre 2025 hanno prodotto un risultato molto frammentato. Il blocco guidato dall’allora Primo Ministro Mohammed Shia al-Sudani è risultato il più rappresentato in Parlamento, ma ben lontano dalla soglia necessaria per formare un Governo, e le principali coalizioni sciite, pur mantenendo un peso decisivo, si sono trovate a loro volta costrette a negoziare.
Nessuna forza politica è uscita dalle urne con numeri sufficienti per governare, confermando una tendenza ormai strutturale del sistema iracheno: il voto stabilisce i rapporti di forza, ma non assegna il potere.
In questo contesto, la fase post-elettorale è diventata il vero terreno della competizione politica: una trattativa lunga, opaca e frammentata, in cui contano più le alleanze possibili che i voti già ottenuti.
Fig. 1 – Cittadini festeggiano a Baghdad dopo le elezioni che hanno visto la coalizione di Ricostruzione e Sviluppo ricevere la maggioranza dei voti
2. LA SCELTA MALIKI: ESPERIENZA, SIMBOLI E FRATTURE
La decisione del Quadro di Coordinamento, che riunisce la maggior parte delle forze sciite, di puntare su Nouri al-Maliki come candidato alla premiership nasce dalla mancanza di alternative condivise. In un panorama sciita diviso, Maliki rappresenta una figura capace di tenere insieme interessi diversi grazie a esperienza, reti di potere consolidate e conoscenza profonda dei meccanismi dello Stato. Ma la sua forza è anche il suo limite. I due mandati che ha guidato in passato (2006 e 2014) continuano a pesare per la centralizzazione del potere, la gestione controversa della sicurezza e le fratture settarie mai del tutto ricomposte. Il suo nome ha immediatamente riattivato una polarizzazione netta, amplificata dai social media, tramite i quali il dibattito politico si trasforma rapidamente in scontro simbolico. La candidatura di Maliki non promette stabilità automatica, ma segnala piuttosto una scelta di continuità in un sistema che fatica a produrre leadership nuove.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Qais Khazali, leader del Quadro di Coordinamento, e Nouri al-Maliki
3. LA VARIABILE STATUNITENSE
Se il confronto interno è complesso, quello esterno lo è ancora di più. Gli Stati Uniti hanno fatto sapere con chiarezza che la formazione del prossimo Governo iracheno non è una questione esclusivamente domestica. L’Amministrazione Trump ha, infatti, bocciato la nomina di al-Maliki e ha posto come condizione per la formazione del nuovo Governo l’esclusione delle milizie armate legate all’Iran, considerate un fattore di destabilizzazione e una minaccia diretta alla sovranità irachena. Le pressioni non si fermano alle dichiarazioni: sullo sfondo ci sono ipotesi di sanzioni e restrizioni finanziarie che colpirebbero un Paese fortemente dipendente dai proventi petroliferi. In questo quadro, la nomina del Governo è completamente bloccata e la soluzione prevalente sembra essere quella di estendere ad interim per un anno con poteri limitati l’attuale esecutivo, guidato dal Primo Ministro al-Sudani.
Chiara Salvò
Fars Media Corporation, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons


