Il perso della sentenza della Corte Suprema USA sul commercio con l’UE

Analisi La Corte Suprema statunitense il 20 febbraio ha dichiarato illegittimi i dazi introdotti dall’Amministrazione Trump, perché privi dell’autorizzazione del Congresso. La decisione ha riportato l’intesa transatlantica in una zona grigia di perplessità giuridiche e incertezze politiche. 

CORTE SUPREMA VS TRUMP: UN FRENO AL POTERE ESECUTIVO

L’autorità della Corte Suprema degli Stati Uniti si è abbattuta sulla strategia commerciale di Donald Trump, disgregando il suo massiccio arsenale di dazi doganali. Con una sentenza resa a maggioranza con sei voti favorevoli e tre contrari, l’organo giudiziario (a trazione conservatrice) ha esercitato la sua funzione di controllo sulla legittimità delle azioni dell’esecutivo, stabilendo che la Casa Bianca ha oltrepassato i propri confini. 
I giudici della Corte hanno stabilito che il Presidente non può assegnarsi poteri permanenti in materia fiscale senza un mandato esplicito del Congresso. In sostanza, la Corte ha ritenuto che vi sia un uso distorto dell’International Emergency Powers Act (IEPA) del 1977: una norma concepita per fronteggiare emergenze nazionali che l’Amministrazione Trump ha invece tentato di trasformare in un assegno in bianco per imporre tributi alle frontiere, materia che la Costituzione fa rientrare nel perimetro legislativo
Questa limitazione al potere presidenziale invalida sia i dazi lineari del 10% introdotti lo scorso aprile su quasi ogni importazione, sia le tariffe ritorsive mirate contro partner storici degli USA come Unione Europea, Cina, Canada, Messico, Giappone e Corea del Sud, aprendo ora una fase di incertezza sul futuro del regime tariffario e sulle possibili conseguenze amministrative. La sentenza, in effetti, ammonisce il tycoon, ridimensionando la sua libertà di usare le tariffe come leva di pressione geopolitica e negoziale. Solo negli ultimi mesi, infatti, l’autorità del Presidente si è spinta alle minacce di colpire i Paesi che intrattengono relazioni economiche con l’Iran fino ai dazi invocati come strumento di forza in trattative politiche, come nel caso della Groenlandia. 
Dal punto di vista applicativo, le Autorità doganali statunitensi hanno disposto che, a partire dal 24 febbraio 2026, è cessata la riscossione delle tariffe invalidate dalla Corte Suprema. La misura riguarda esclusivamente i dazi introdotti facendo ricorso ai poteri emergenziali previsti dallo IEPA, mentre il resto dell’impianto tariffario resta invariato.
La reazione di Trump è stata immediatamente durissima: in pubblico ha parlato di decisione “vergognosa”, ha accusato i giudici della maggioranza di mancare di lealtà verso il Paese insinuando che la sentenza sia stata dirottata da interessi esterni. Poi, sul suo Social Truth, ha alzato ulteriormente i toni, presentando il verdetto come un affronto personale e sostenendo che la sua Amministrazione saprà “aggiustare” il meccanismo per incassare ancora di più. 

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Ursula von der Leyen e Donald Trump

L’UE DAVANTI ALL’INSTABILITÀ TARIFFARIA

La sentenza della Corte Suprema USA ha una portata tale da scuotere le fondamenta del commercio transatlantico. Infatti, se da un lato il verdetto è stato interpretato come una riaffermazione concreta dello Stato di diritto e del sistema dei checks and balances negli Stati Uniti, dall’altro non ha dissipato i dubbi sulla direzione della politica commerciale statunitense. Più che il livello dei dazi, ciò che preoccupa Bruxelles è la loro mutevolezza: la continua ridefinizione delle misure tariffarie rende difficile pianificare investimenti e scambi, alimentando una percezione di instabilità che pesa almeno quanto le tariffe stesse.
A risentirne è anche la sorte, già fragile, dell’accordo commerciale che Trump e Ursula von der Leyen avevano firmato in Scozia il 27 luglio scorso. Quell’intesa prevedeva, tra l’altro, dazi statunitensi complessivi attorno al 15% sulla maggior parte delle esportazioni europee e una riduzione significativa delle tariffe europee su numerosi prodotti americani, dall’industria automobilistica alla chimica, fino ad alcune categorie agroalimentari. 
Tuttavia, gli ordini esecutivi con cui gli Stati Uniti avevano dato attuazione all’accordo erano fondati proprio sui poteri che la Corte Suprema ha ora dichiarato illegittimi, creando una situazione paradossale: gli Stati Uniti avevano formalmente già applicato le nuove condizioni tariffarie, mentre l’Unione Europea deve ancora completare l’iter legislativo necessario a recepire l’accordo. Il Consiglio dell’UE ha approvato i regolamenti necessari, ma il Parlamento europeo non ha ancora dato il via libera definitivo e, in assenza di ratifica, Bruxelles risulterebbe tecnicamente inadempiente pur avendo livelli tariffari complessivamente inferiori a quelli americani. 
È pur vero che dopo la sentenza la prospettiva di una ratifica si è allontanata sensibilmente. Molti eurodeputati ritengono difficile sostenere un accordo la cui base giuridica è stata messa in discussione negli stessi Stati Uniti, prospettiva che si è ulteriormente complicata dopo la minaccia di nuove misure tariffarie da parte della Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno chiesto ai partner commerciali di continuare a rispettare gli accordi conclusi negli ultimi mesi, ma a Bruxelles cresce la convinzione che un’intesa commerciale difficilmente possa reggersi su basi normative così instabili.
Il Presidente della commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, Bernd Lange, ha definito la decisione della Corte Suprema un segnale positivo per lo Stato di diritto, ma ha al tempo stesso sospeso il lavoro legislativo per valutare le implicazioni della nuova situazione e ha convocato riunioni straordinarie del team negoziale.
Anche le capitali europee non nascondono il proprio scetticismo. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito questa incertezza “il veleno più grande” per le economie europee e statunitensi, programmando la recente visita a Washington con l’intento proprio di portare una posizione europea coordinata. Purtroppo, però, i sopravvenuti eventi di guerra con l’Iran hanno spostato l’attenzione del confronto tra i due leader. Sulla stessa linea, Emmanuel Macron ha invitato alla massima prudenza: pur lodando il funzionamento dei contropoteri americani, il Presidente francese ha avvertito che la sentenza non rappresenta una soluzione definitiva, ma solo l’inizio di una fase negoziale ancora più complessa e potenzialmente ostile.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Il Commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic

TUTTE LE STRADE DI TRUMP PORTANO AI DAZI 

La sentenza della Corte Suprema, per quanto rappresenti la prima grande sconfitta per Trump in casa propria, non ha avuto l’effetto di dissuaderlo dall’introdurre nuovi dazi. Poche ore dopo il verdetto, il Presidente ha infatti annunciato l’introduzione di un dazio generalizzato fino al 15%, ricorrendo ad una nuova base legale. Si tratta della Section 122 del Trade Act del 1974, una disposizione che consente al Presidente di imporre sovrattasse temporanee sulle importazioni per un periodo limitato, fino a 150 giorni, in presenza di squilibri economici rilevanti. Trascorso questo termine, l’Amministrazione dovrà ottenere l’approvazione del Congresso per eventuali misure permanenti. 
La Casa Bianca ha presentato questa fase transitoria come necessaria per costruire un nuovo impianto tariffario legalmente sostenibile. Nei fatti, però, la politica commerciale statunitense entra in una fase di profonda oscillazione, in cui i dazi non vengono eliminati, bensì riproposti in forme giuridicamente difendibili e al tempo stesso provvisorie.
La decisione della Corte ha inoltre lasciato in sospeso un’enorme quantità di entrate già incassate. Si tratta di circa 175 miliardi di dollari, somma che potrebbe diventare oggetto di richieste di rimborso e di lunghi contenziosi giudiziari. L’incertezza riguarda non solo il futuro della politica commerciale, ma anche la gestione degli importi già versati dalle imprese importatrici, che potrebbero dover essere restituiti in parte o integralmente.
Ciononostante, sul piano economico, il parziale annullamento delle tariffe precedenti non implica automaticamente una riduzione dei prezzi. Fin dall’introduzione delle tariffe nel 2025, molte imprese hanno trasferito almeno una quota dei costi aggiuntivi sui consumatori finali, modificando listini e contratti di fornitura. 
Nel breve periodo si profila quindi uno scenario in cui il risparmio fiscale per gli importatori non si traduce subito in un sollievo per i consumatori, ma viene assorbito dalle catene di fornitura per ricostituire i margini erosi nell’ultimo anno. In questo nuovo equilibrio, il protezionismo statunitense perde l’imprevedibilità degli esordi e acquisisce una forma più uniforme. Sebbene la strategia resti al centro di forti tensioni, è chiaro che un dazio generalizzato offre alle imprese uno spazio di pianificazione paradossalmente più chiaro rispetto alle vecchie misure selettive e punitive che cambiavano a seconda del clima diplomatico. 

CONCLUSIONI

Per l’economia globale, il freno della Corte Suprema ha limitato le modalità d’azione del Presidente pur non scalfendo la sua volontà di utilizzare i dazi come stendardo della politica degli Stati Uniti. Il commercio internazionale resta subordinato a una logica di interesse nazionale che si traduce in minacciosi interventi unilaterali. Per l’Europa, la sfida riguarda proprio la prevedibilità degli impegni assunti e rende più difficile costruire accordi duraturi con il potente alleato d’oltreoceano. L’accordo UE-USA passerà ora al vaglio del Consiglio Affari Esteri e del G7 Commercio, dove per l’Unione Europea sarà cruciale coordinare una risposta comune e presentarsi come attore globale forte, pronto a (re)agire per il rispetto delle regole multilaterali.

Filomena Ratto

Photo by NoName_13 is licensed under CC BY-NC-SA

Indice

Perchè è importante

  • La Corte Suprema USA ha dichiarato illegittimi i dazi generalizzati di Trump, stabilendo che il Presidente non può usare poteri emergenziali per imporre tasse permanenti senza l’autorizzazione del Congresso.
  • La sentenza riafferma la separazione dei poteri e il controllo parlamentare, ma getta nel caos il commercio globale e l’accordo UE-USA del 2025.

Dove si trova

Chi lo ha scritto

Filomena Ratto
Filomena Ratto

Napoletana di origine, laureata in Giurisprudenza e ora di base a Bruxelles. Appassionata di diritto europeo e delle dinamiche della politica commerciale dell’UE. Amo leggere e sperimentare in cucina… magari con una buona tazza di caffè (geopolitico, ovviamente).

Ti piace quello che facciamo?

La nostra redazione è composta da giovani professionisti e appassionati che si impegnano volontariamente a produrre questa rivista. Se ti è utile e ti interessa quello che facciamo, sostienici: costa quanto un paio di caffè al mese.

Ti potrebbe interessare