Libia, il bilancio unificato non supera la frammentazione del potere

In 3 Sorsi – Dopo anni di contrapposizione, Tripoli e Bengasi hanno trovato un accordo sui conti pubblici. Ma il controllo delle risorse energetiche continua a definire gli equilibri reali della Libia

1. UN BILANCIO COMUNE NON FA UNO STATO 

L’11 aprile 2026 la Libia ha approvato un bilancio statale unificato, il primo dall’inizio della frattura istituzionale seguita al conflitto del 2014. L’intesa, che coinvolge la Camera dei Rappresentanti (Est) e l’Alto Consiglio di Stato (Ovest), vale circa 190 miliardi di dinari libici. Si tratta di un passaggio politico prima ancora che economico. Per oltre un decennio, il Paese ha funzionato come un sistema duale, con esecutivi paralleli e centri di spesa pubblica separati. L’accordo segnala un dato essenziale: nessuno degli attori in campo è oggi in grado di governare da solo. In questo equilibrio fragile, il ruolo della Banca Centrale resta cruciale. In assenza di Istituzioni unificate, ha rappresentato uno dei pochi snodi in grado di gestire i flussi finanziari e mediare tra le parti. Il bilancio unificato, tuttavia, non equivale a una ricomposizione politica. Le strutture di sicurezza restano divise e la questione della legittimità istituzionale irrisolta. Nell’Est, le forze legate al generale Khalifa Haftar continuano a controllare aree strategiche e infrastrutture energetiche. A Tripoli opera invece il Governo di Unità Nazionale, riconosciuto a livello internazionale, guidato dal Primo Ministro Abdul Hamid Dbeibah. I conti iniziano a convergere, ma il potere resta frammentato. 

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Fig. 1 – Il Generale Khalifa Haftar

2. SANZIONI ONU E PETROLIO: IL VERO NODO

A pochi giorni dall’accordo, il Consiglio di Sicurezza ONU ha rinnovato il regime di sanzioni contro l’esportazione illecita di petrolio libico. Non si tratta di un passaggio meramente tecnico. Il rinnovo delle sanzioni conferma che il controllo delle risorse energetiche resta il nodo centrale della crisi. Il petrolio in Libia non è solo una risorsa economica: finanzia la spesa pubblica, alimenta reti clientelari e sostiene gli equilibri tra gruppi armati. In un Paese nel quale l’oro nero rappresenta oltre il 90% delle entrate statali e circa il 95–97% delle esportazioni, il controllo dei flussi finanziari legati agli idrocarburi diventa il vero perno del potere. Le sanzioni internazionali mirano a impedire che attori locali esportino petrolio al di fuori dai canali ufficiali, limitando la formazione di economie parallele. Senza questo vincolo, il rischio sarebbe una frammentazione ancor più marcata, con centri di potere capaci di sostenersi in maniera autonoma. Ma il loro impatto resta limitato: possono contenere alcune pratiche, ma non risolvere lo stallo politico. Dal cessate il fuoco del 2020 il conflitto su larga scala si è attenuato, ma il processo politico non è mai realmente ripartito. Le elezioni previste nel 2021 sono state rinviate e mai recuperate, lasciando il Paese in una transizione permanente. 

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Fig. 2 – Bernardino León, Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite e capo della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), interviene in videocollegamento durante la riunione del Consiglio di Sicurezza ONU sulla situazione in Libia, presso la sede delle Nazioni Unite a New York, 18 febbraio 2015

3. LA RENDITA COME TERRENO DI SCONTRO

Le evidenze emerse dal recente Rapporto del Panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia indicano che il conflitto non è scomparso, ma ha cambiato forma. Le reti di traffico illecito e la gestione opaca delle risorse mostrano uno spostamento dello scontro: meno visibile sul piano militare, ma sempre più radicato nelle strutture economiche dello Stato. Secondo il Panel, circuiti riconducibili tanto al campo del generale Haftar quanto a quello del premier Dbeibah risultano coinvolti nelle dinamiche di contrabbando di petrolio. Più che due blocchi contrapposti, emergono reti trasversali, accomunate dall’interesse a controllare e redistribuire la rendita energetica. Il petrolio è il principale strumento di potere. La possibilità di deviare flussi finanziari e redistribuirli attraverso canali informali consente agli attori locali di consolidare la propria posizione senza ricorrere necessariamente alla violenza aperta. Il bilancio unificato non risolve questa dinamica: la istituzionalizza. Può favorire una maggiore coordinazione, ma anche formalizzare nuovi equilibri tra élite rivali, rendendo la frammentazione più gestibile che superata. La Libia non sta uscendo dalla crisi, bensì entrando in una fase diversa: il conflitto si sposta dalle armi ai bilanci, dalle linee del fronte ai meccanismi di distribuzione della rendita. Una stabilizzazione apparente, che contiene la violenza, ma non risolve la competizione per il potere.

Florjn Recchia

LIBIA_deag” by prince_volin is licensed under CC BY-SA

Indice

Perchè è importante

  • Dopo oltre un decennio di divisioni, Est e Ovest della Libia hanno approvato un bilancio statale unificato, mentre l’ONU ha rinnovato le sanzioni sul petrolio e il Panel di Esperti ha denunciato reti illecite nella gestione delle risorse.
  • La guerra aperta si è ridotta, ma il controllo della rendita energetica resta il vero terreno di scontro: il rischio è una stabilizzazione apparente che non supera la frammentazione del potere.

 

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Florjn Recchia
Florjn Recchia

Classe 2001, Roma. Laureanda in Relazioni Internazionali all’Università La Sapienza di Roma, attualmente mi trovo a New York, come tirocinante presso la Rappresentanza Italiana alle Nazioni Unite, dove seguo le attività del Consiglio di Sicurezza con particolare attenzione ai dossier africani. Da sempre sono appassionata di geopolitica e diritti umani, ho nel tempo maturato un forte interesse per il continente africano, arricchito altresì da un’esperienza di volontariato in Kenya.

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