In 3 Sorsi – I cambiamenti che stiamo vivendo richiedono visione strategica e investimenti ambiziosi, ma la discussione sul budget UE dei prossimi anni non sembra cogliere l’urgenza del momento.
1. COMPLESSITÀ E INVESTIMENTI
Difesa, energia, industria, commercio, welfare… difficile elencare settori o ambiti di investimento e spesa che non siano al centro di trasformazioni e crisi. Ciascun ambito presenta le proprie criticità, allo stesso tempo molti settori sono interconnessi o interdipendenti. L’Unione Europea deve affrontare questa complessità. Come il resto del mondo, ma con l’aggravante del mutato rapporto con gli Stati Uniti d’America, non più alleato, ma nemico intenzionato a scardinare l’unità europea, come da nuova Strategia di sicurezza nazionale. Nuove condizioni geopolitiche, ritorno della politica di potenza e minacce di guerra, mercantilismo opposto alla globalizzazione, transizione verde, impatto e sviluppi dell’intelligenza artificiale, sono molti i fattori che contribuiscono all’incertezza e rendono difficile pianificare gli investimenti economici necessari per affrontare le sfide presenti e del futuro prossimo. Anche i più grandi degli Stati nazionali europei sono troppo piccoli per la scala di questi investimenti. Sono riflessioni banali ormai acquisite dal mondo economico, eppure queste evidenze faticano a trovare spazio nella consapevolezza politica della maggior parte dei Governi.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen
2. IL NUOVO BILANCIO 2028-34
L’Unione Europea si appresta a definire il prossimo bilancio pluriennale per gli anni 2028-2034 come se (quasi) nulla fosse cambiato. Nei prossimi mesi, infatti, Consiglio e Parlamento dovranno accordarsi sul nuovo MFF – Multiannual Financial Framework (Quadro finanziario pluriennale), negoziando le eventuali modifiche alla proposta di partenza elaborata dalla Commissione. Uno strumento di bilancio a copertura di sette anni, che nella formulazione della Commissione von der Leyen dovrebbe garantire maggiore flessibilità rispetto al passato, contenendo poste di bilancio meno rigide e con maggiore spazio di manovra per gli Stati membri nell’allocazione delle risorse tra i vari capitoli di spesa. Il budget totale rimane però estremamente basso per un’economia di quasi 500 milioni di persone: 2mila miliardi di euro per l’intero settennio, pari a poco più dell’1% del PIL stimato dell’UE. Non cambierebbe troppo secondo la proposta di incremento approvata dal Parlamento europeo, con 200 miliardi in più (+10%), peraltro destinati in primis a coprire il rimborso del debito andato a finanziare NextGenerationEU. Sarebbero comunque 200 miliardi in più a favore dei programmi di investimento, ma molti Governi si sono già espressi, al contrario, per una riduzione del bilancio.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Il Commissario europeo al Bilancio, il polacco Piotr Serafin
3. DEBITO COMUNQE E MAGGIORI RISORSE AL BILANCIO UE COME STRUMENTI STRATEGICI PER LA CRESCITA
Gli Stati membri vedono da sempre (quasi tutti) come fumo negli occhi ogni ipotesi di attribuzione al bilancio comunitario di maggiori risorse proprie. Ancora recentemente la Germania, maggiore “azionista” economico e politico della UE, ha ribadito la propria contrarietà a nuovo debito comune. La posizione del gabinetto Merz e degli altri partiti del gruppo dei popolari al Governo in vari Paesi è in realtà contraddittoria rispetto all’atteggiamento del PPE nel Parlamento di Strasburgo, dove si sono schierati per un aumento del bilancio UE assieme a socialisti, liberali e verdi. Un’ambivalenza che rispecchia le due anime politiche del PPE, quella originaria di un centro-destra conservatore ma europeista e quella più vicina all’abbraccio con le destre estreme nazionaliste.
Non è ancora scontato, comunque, il no definitivo al debito comune e alla devoluzione di maggiori risorse e capacità di spesa a livello sovranazionale. Le ragioni sono molte, tra le quali non solo la necessità di finanziare beni comuni (ad esempio nel settore militare o dell’intelligenza artificiale), ma anche l’esigenza di stabilità finanziaria e monetaria (completando l’unione dei mercati dei capitali, attirando nuovi investitori, proteggendo gli istituti bancari, ecc.). I Nein tedeschi sono innanzitutto dichiarazioni politiche rivolte all’opinione pubblica interna, dietro i quali si fa strada la consapevolezza che la validità di uno strumento come il Quadro finanziario pluriennale europeo, pensato per tempi di relativa stabilità, rischia di essere vanificata nell’instabilità dell’economia attuale. Un bilancio su scala ridotta e incapace di impegnare importi decisivi su alcune fondamentali strategie di crescita servirà a poco, anche alle economie (ancora) meno deboli come la Germania. Al contrario, sarebbe necessario un bilancio europeo molto più consistente e centrato su una chiara strategia industriale e di sicurezza, dunque un trasferimento di programmazione, risorse e strumenti finanziari dal livello nazionale a quello sovranazionale.
A meno che non si intendano assecondare gli obiettivi degli avversari politici ed economici dell’Unione: frammentazione politica, debolezza militare, deregulation, deindustrializzazione, distruzione dei sistemi di welfare, dipendenza energetica e quant’altro. Interessi, non tanto paradossalmente, convergenti di Mosca e Washington. Oltre che delle sempre più potenti corporation high-tech, nelle mani di pochi tecno-oligarchi negli USA e controllate dal partito-Stato in Cina.
Paolo Pellegrini
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