Myanmar, cinque anni dopo il golpe: il potere si traveste da civile

In 3 Sorsi – A cinque anni dal golpe, la giunta birmana mantiene il potere anche attraverso elezioni contestate, mentre il conflitto scivola ai margini dell’attenzione internazionale e Naypyidaw dipende sempre più da Cina, Russia e Iran.

1. UN CONTESTO STORICAMENTE INSTABILE

Dopo l’indipendenza dal Regno Unito, il Myanmar (ex Birmania) è stato governato ciclicamente da giunte militari, con una breve parentesi democratica avviata nel 2015 sotto la guida di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nominata Consigliere di Stato. In quegli anni la situazione geopolitica restava segnata da un conflitto latente tra la maggioranza buddhista, vicina ai vertici militari, e la minoranza musulmana rohingya, dichiarata apolide dalla legge sulla cittadinanza del 1982 e concentrata nello Stato di Rakhine, nell’ovest del Paese. Le potenze regionali (Pakistan, India, Cina) mantenevano intanto un atteggiamento di sostanziale disimpegno. Nel febbraio 2021 un nuovo golpe ha deposto il Governo eletto: Aung San Suu Kyi e il Presidente Win Myint sono stati arrestati, e il Paese è tornato sotto il controllo diretto dei militari. Il golpe ha però provocato una lunga e sanguinosa guerra civile, con il Governo di Unità Nazionale (NUG) in esilio alleato con diverse organizzazioni etniche armate contro la giunta militare. Negli ultimi anni, questa fragile e complessa alleanza ha ottenuto significativi successi, restringendo il controllo dei militari alle regioni centrali del Paese.

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Fig. 1 – Il Presidente del Myanmar Min Aung Hlaing

2. ELEZIONI CONTESTATE E INFLUENZE ESTERNE

Nel gennaio 2026 la giunta ha organizzato elezioni ampiamente contestate come non libere, al termine delle quali il generale Min Aung Hlaing ha assunto la presidenza in abiti civili, un passaggio che formalizza la continuità del potere militare sotto una veste elettorale. Nello Stato di Rakhine, intanto, i militari hanno perso il controllo quasi totale del territorio a vantaggio dell’Arakan Army, un gruppo armato etnico rakhine che dal 2024 amministra l’area ed è a sua volta accusato di violenze sulla popolazione rohingya: la crisi non oppone quindi più solo giunta e minoranza, ma un terzo attore che ne complica la lettura. Sul piano internazionale, il 2026 ha visto un moltiplicarsi di iniziative legali e diplomatiche: l’Indonesia ha accettato un esposto giudiziario per genocidio contro i vertici militari birmani, mentre il Bangladesh, che ospita oltre un milione di rifugiati rohingya, ha intensificato le pressioni diplomatiche per un rimpatrio sicuro e la fine delle violenze. Sul fronte economico, la giunta ha rilanciato con la Cina il progetto della diga di Myitsone, sospeso dal 2011: l’impianto avrebbe una capacità di 6.000 megawatt, dei quali gli accordi originari del 2006 destinavano il 90% all’esportazione verso la Cina, condizione che secondo le fonti più recenti non è chiaro se sia stata rinegoziata. Pechino preme anche sul regime per un maggiore impegno contro le “scam cities”, le città fuorilegge dove migliaia di persone (compresi molti cittadini cinesi) sono costrette a lavorare per l’industria delle truffe online. Mosca e Teheran, dal canto loro, si sono affermate come i principali fornitori di droni impiegati negli attacchi contro la popolazione civile.

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Fig. 2 – Membri delle Forze di Difesa del Popolo di Mandalay (MDY-PDF) dopo una sessione di addestramento in un campo segreto in una località non rivelata della regione di Sagaing, Myanmar, 19 maggio 2026

3. LA FRAMMENTAZIONE DEL CONFLITTO

La giunta militare attualmente cerca di consolidare un potere sempre più dipendente da Pechino, Mosca e Teheran, scambiando risorse naturali e sostegno militare con protezione politica, mentre la comunità internazionale, assorbita da altre crisi, riduce ulteriormente la pressione su Naypyidaw. Questo sforzo però è ostacolato dalla frammentazione del conflitto, con oltre 1.200 gruppi armati coinvolti, che continua a erodere il controllo della giunta anche nelle aree oggi in mano ai militari, aggravando la crisi umanitaria senza che i procedimenti legali internazionali in corso producano conseguenze concrete. Da monitorare inoltre ci sono l’esito della ripartenza della diga di Myitsone, l’evoluzione del controllo dell’Arakan Army sul Rakhine e gli sviluppi dei procedimenti legali su genocidio rohingya.

Francesco Tavernise – Master in Intelligence UNICAL

Bangladesh – Rohingya women in refugee camps share stories of loss and hopes of recovery” by UN Women Gallery is licensed under CC BY-NC-ND

Indice

Perchè è importante

  • La dipendenza crescente della giunta da Cina, Russia e Iran rafforza l’influenza di Pechino sulle risorse energetiche birmane e ridisegna gli equilibri di potere nel Sud-Est asiatico continentale.
  • La “legittimazione elettorale” di un potere nato da un golpe rischia di diventare un precedente per altri regimi post-golpe, indebolendo ulteriormente la pressione internazionale sui diritti umani.

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Il Master di II livello in Intelligence dell’Unical, diretto dal prof. Mario Caligiuri, è nato nel 2007 e fornisce una formazione avanzata sulla  disciplina dell’intelligence e dei suoi processi. Gli studenti partecipano alla Redazione del Caffè Geopolitico grazie a un accordo di tirocinio.

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