In 3 Sorsi – Il 21 agosto il premier canadese Mark Carney ha interrotto i negoziati commerciali con gli USA e dall’8 settembre Ottawa applica contro-tariffe sulle merci statunitensi. Una scelta opposta al compromesso di UE e Regno Unito, che conferma i dazi come strumento di pressione geopolitica.
1. LA GUERRA DEI DAZI
Con il secondo mandato di Trump gli Stati Uniti sono tornati a politiche apertamente protezionistiche. Il 2 aprile 2025 il Presidente ha firmato l’ordine esecutivo n. 14257, che ha introdotto dazi su tutti i principali partner commerciali, compresi Regno Unito, UE, Messico e Canada, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il deficit commerciale statunitense.
La pressione più forte ha riguardato la Cina, riaprendo la guerra commerciale del 2018: alla minaccia di dazi aggiuntivi del 100% Pechino ha risposto con restrizioni all’export di minerali strategici. L’escalation si è fermata con la tregua di Kuala Lumpur dell’ottobre 2025, che sospende fino al 10 novembre 2026 i dazi reciproci aggiuntivi del 24% sui prodotti cinesi.
Regno Unito e Unione Europea hanno invece scelto accordi di compromesso, economicamente sfavorevoli ma utili a preservare i rapporti con Washington. Per l’UE, dopo mesi di minacce di dazi elevati, l’intesa raggiunta il 27 luglio 2025 a Turnberry, in Scozia, tra Trump e Ursula von der Leyen ha fissato un tetto tariffario del 15%.

Fig. 1 – Bilanci commerciali degli Stati Uniti con Cina, Messico e Canada e somma dei deficit bilaterali, 1992–2023 | Fonte: M. Obstfeld, “The US Trade Deficit: Myths and Realities”, Peterson Institute for International Economics, Spring 2025
2. IL CANADA E LA LINEA DELL’INTRANSIGENZA
Il Canada ha scelto una strada diversa. “Siamo stati pragmatici, pazienti e persistenti. […] Non possiamo accettare ciò che hanno offerto, e non daremo quello che hanno chiesto”: con queste parole il Premier Mark Carney, ha interrotto il 21 agosto le trattative con Washington.
Secondo Ottawa, a far saltare il tavolo sono state richieste dell’ultimo minuto ritenute lesive della sovranità nazionale, tra cui pressioni sulle tutele della lingua francese. Ne è seguita un’escalation tariffaria: dal 22 agosto gli Stati Uniti applicano dazi del 50% su una parte dei prodotti canadesi e dall’8 settembre il Canada risponde con contro-dazi su merci americane per 27,6 miliardi di dollari canadesi.
Già al World Economic Forum di Davos, nel gennaio scorso, Carney aveva criticato le politiche di potenza statunitensi, a partire dalle mire sulla Groenlandia, e indicato nella cooperazione tra medie potenze la risposta a un ordine internazionale meno prevedibile.

Fig. 2 – Deficit di bilancio degli Stati Uniti | Fonte: Reuters.
3. I DAZI COME STRUMENTO DI POTENZA
Washington presenta i dazi come lo strumento per riequilibrare una bilancia commerciale in deficit da decenni, attribuito a pratiche sleali dei partner e al ruolo del dollaro come valuta di riserva. Diversi studi indicano però cause soprattutto interne: il basso risparmio delle famiglie statunitensi (5,66% nel 2024 secondo l’OCSE, contro l’11,25% tedesco) e un disavanzo pubblico di 1.833 miliardi di dollari nel 2024, in linea con la teoria dei deficit gemelli. I dazi funzionano quindi soprattutto come leva di coercizione, come mostrano le concessioni del Messico su immigrazione e narcotraffico o gli impegni UE ad acquistare energia e armamenti statunitensi.
Per il Canada si aprono due scenari. Se la rottura è tattica, Ottawa punta a trattare da una posizione più forte dopo le elezioni statunitensi di metà mandato di novembre. Se invece si consolida, il Canada potrebbe proporsi come interlocutore privilegiato dell’UE tra le medie potenze, pagando però un costo economico elevato. Da monitorare la tenuta dell’economia canadese e l’esito del voto USA.
Jeromin – Master in Intelligence dell’Università della Calabria.
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